domenica 28 settembre 2008

Intervista a Leonardo Boff

«Oggi la mia lotta è per l'ambiente»

Vittorio Bonanni
Torino (nostro inviato)

Sperare è un diritto, senza la speranza il futuro degli uomini e delle donne, intesi sia come singoli che come entità collettiva, viene completamente meno. E mai come adesso il destino dell'intero pianeta, e dunque la speranza in un mondo migliore, sembra essere legato alla questione ambientale, che mette al centro la mancanza di attenzione per la Terra, per le sue risorse, oggetto da decenni di una vera e propria rapina. Per tutte queste ragioni Leonardo Boff, teologo brasiliano, uno dei più importanti esponenti della Teologia della liberazione insieme a suo fratello Clodovis e al peruviano Gustavo Gutierrez, amico e consigliere del presidente del Paraguay Fernando Lugo, invitato a "Torino Spiritualità", la cui edizione 2008 è dedicata appunto alla speranza, ha affrontato nella sua lectio magistralis il tema dei cambiamenti climatici e delle continue aggressioni agli ecosistemi. Abbiamo colto l'occasione della sua presenza nel capoluogo piemontese per affrontare con lui questo nodo così delicato.


Professor Boff, nella sinistra si discute da decenni quale sia la contraddizione principale, quella che può funzionare come leva per il cambiamento. Una volta era quella capitale-lavoro, poi è subentrata appunto quella tra l'uomo e l'ambiente, senza dimenticare che anche quella tra i sessi è un altro elemento importante, senza il quale è difficile pensare ad un "altro mondo". E' lecito pensare ad una gerarchia tra questi tre elementi o ce n'è uno che prevale?

Queste tre contraddizioni che lei ha citato sono tutte vere, ma è anche vero che sono tutte strettamente connesse tra di loro. Credo tuttavia che adesso la grande contraddizione, quella principale, per rispondere alla sua domanda, è tra una forma di produzione e di consumo che implica una devastazione delle risorse della terra, una minaccia all'equilibrio del pianeta e a tutte le forme di vita, e un'altra forma di produzione che non metta al centro l'accumulazione ma la sostenibilità di tutte le forme di vita. Scrive Edward Wilson, uno dei più noti biologi viventi, nel suo libro Creazione: come salvare la vita nella Terra : «Negli ultimi secoli, gli esseri umani, nel loro affanno di dominare la natura e conquistare tutto il mondo, hanno aggredito tutti gli ecosistemi con tanta intensità da provocare l'inizio della sesta estinzione di massa». Io credo che queste due visioni del mondo siano in contraddizione tra loro: una vede la terra come oggetto, che non ha spirito, che si può sfruttare senza limiti, un approccio che ha prodotto il riscaldamento del pianeta. E un'altra visione della Terra, più antica, tipica dei popoli originari e fatta propria da alcuni pensatori moderni, astrofisici e biologi, che vedono il nostro pianeta come un superorganismo altamente complesso. La prima visione vede insomma la Terra come un baule pieno di cose da prendere, di risorse illimitate da sfruttare, la seconda invece come un essere vivente da rispettare, Gaia o Pacha Mama, come la chiamano le popolazioni andine. La prima ha prodotto la crisi attuale, la seconda può portare ad una soluzione globale, ad una produzione capace di non danneggiare il capitale comune. E' questa la contraddizione principale. Per avere un'idea più chiara basta immaginare il Titanic che affonda, la priorità è salvarsi, le altre esigenze vengono dopo.

Resta il fatto che i governi, ma anche le popolazioni, in particolare nel mondo ricco, occidentale, non riescono o non vogliono prendere atto di questo scenario. La partita sembra insomma complicatissima. A quali soggetti ci si deve rivolgere?
Serve certamente, come la definisco io, un'Alleanza per la vita, una Casa comune. Anche perché gli Stati-nazione non sono più strutture adeguate per poter affrontare tutto e non c'è abbastanza saggezza che consenta di capire tutto ed agire. Tutti devono essere coinvolti, industriali, chiese, per poter arrivare ad una sorta di "coscienza comune". E credo che le scienze e le religioni possano lavorare insieme per evitare la tragedia e trasformarla in una crisi di mutamento verso un altro paradigma civilizzatore più amichevole nei riguardi della natura e più rispettoso della Terra. Per arrivare a questo è necessario porre però quattro precondizioni: come ho già detto, un'altra visione del nostro pianeta, inteso appunto come Gaia; il superamento dell'antropocentrismo; una ridefinizione dell'essere umano dinanzi alla Terra ed infine il recupero della razionalità sensibile e della ragione cordiale.

Che cosa intende per superamento dell'antropocentrismo?
Se prendiamo come punto di partenza la necessità di considerare la Terra come un essere vivente appare chiaro che l'essere umano non può più essere collocato al centro della creazione, come un re o una regina che domina e sottomette tutto. La Terra non gli appartiene, è lui che appartiene alla Terra. L'essere umano è solo un membro di una grande comunità con un'unica differenza. E' un essere etico, che ha un senso dell'etica, che sta dentro la natura ma nello stesso tempo sta fuori e che dunque può essere, contemporaneamente, angelo custode del pianeta ma anche un satana. Oggi, se vuole sopravvivere, ha il compito di diventare guardiano della creazione e di trasmettere questa creazione, conservata e arricchita, alle future generazioni. Come recita la Carta della Terra, un documento sulla tutela del pianeta che l'Unesco ha fatto proprio perché venisse divulgato in tutte le scuole: «Lo spirito di solidarietà umana e di parentela con tutte le forme di vita viene rafforzato quando viviamo con rispetto il mistero dell'esistenza, con gratitudine e umiltà il dono della vita».

Lei ha parlato del recupero di una razionalità sensibile. E' una critica al dominio della scienza, del "logos" insomma, su altri aspetti della natura umana?
Certamente tutta la nostra cultura è stata costruita basandosi troppo su una razionalità strumentale ed analitica. La quale indubbiamente ci ha portato grandi vantaggi ma anche potenzialità distruttive enormi e ha messo nell'angolo l'altro aspetto dell'essere umano, quel "pathos" che vuole dire affettività, sensibilità e sentimenti. Oggi siamo coscienti che le strutture ultime dell'essere umano sono fatte di desideri, di affetti, di sogni e di utopie. Come sostengono filosofi come Daniel Goleman negli Stati Uniti, Michel Maffesoli in Francia o Adela Cortina in Spagna, la sensibilità e la cordialità sono forme di comunione con la realtà, dalla quali nasce il nostro sentimento di appartenenza. E oggi se non leghiamo la ragione analitica ad una dimensione di cordialità e di sensibilità difficilmente possiamo attivarci per salvare la Terra.

Bisogna lavorare per costruire una nuova moralità, non crede?
Che deve partire recuperando un'"etica della cura", la quale, come ha dimostrato Martin Heidegger, è l'essenza dell'essere umano, senza la quale la stessa esistenza sarebbe impossibile. Ora è arrivato il momento di prendersi cura delle cose e della Terra. L'espressione orientale della cura è la "compassione", forse il maggior contributo che il buddismo ha offerto all'umanità. E questo è il secondo punto di una nuova etica planetaria. La compassione non è un sentimento minore di "pietà". La compassione, come la intende il buddismo, comporta due dimensioni: la prima riguarda il rispetto per l'altro, l'obbligo di non invadere il suo spazio e di non dominarlo. La seconda significa condividere la passione dell'altro, soffrire insieme a lui, rallegrarsi con lui, camminare insieme e costruire la vita in sinergia con lui. Questo atteggiamento deve essere vissuto nei confronti della natura, della Terra e di quei milioni di affamati che soffrono nel mondo della globalizzazione. Il terzo punto riguarda l'etica del rispetto e della venerazione nei confronti di ogni essere della natura e il quarto l'etica della responsabilità universale. Tutti dobbiamo assumere la responsabilità del sistema-vita. Il filosofo tedesco Hans Jonas, nel suo libro Principio Responsabilità ha così definito l'intenzione di questa etica: «Agisci con tanta responsabilità che le tue azioni siano buone per tutte le forme di vita».

Professor Boff, siamo a Torino in un'iniziativa dedicata appunto alla Spiritualità. Come si può legare questa dimensione ai temi che abbiamo finora affrontato?
Bisogna innanzitutto sottolineare che la spiritualità non è monopolio delle religioni. E' la dimensione del profondo umano, con lo stesso spirito di cittadinanza dell'amore, del sesso, del potere e dell'intelligenza. Lo spirito è quel momento della coscienza in cui l'essere umano si sente parte e particella del tutto. Che appare quando ci domandiamo: da dove vengo? Verso dove vado? Quale è il senso della mia vita? Che posso sperare oltre la morte? Queste domande che stanno sempre nell'agenda di ognuno di noi, rivelano la dimensione spirituale dell'essere umano che ci consente di percepire i messaggi che vengono dall'universo e dalle cose e di capire che un cordone ombelicale ci unisce alla Terra.


da Liberazione del 27/09/2008


QUI la sintesi dell'intervento di Leonardo Boff a Torino, giovedì 25 settembre 2008.

mercoledì 10 settembre 2008

Il nuovo libro di don Franco Barbero

«Omosessualità e Vangelo, Franco Barbero risponde»


Nelle chiese cristiane gay e lesbiche credenti sono protagonisti di una grande novità. Dicono apertamente con le parole e con i fatti che tra esperienza omosessuale e vita cristiana non esiste alcuna inconciliabilità. La loro è una rivoluzione d’amore e in quanto tale non violenta. Le persone omosessuali vivono le loro relazioni e partecipano a pieno titolo alla vita della comunità cristiana. Lo fanno da cristiani e da cattolici, come i loro fratelli e le loro sorelle eterosessuali. Perché la comunità non può accogliere con gioia la testimonianza del loro amore? Perché la celebrazione di questo amore non può avere la dignità di matrimonio? Gli interrogativi sono tanti e sono tutti sentiti, vivi, autentici. Franco Barbero risponde. «Queste lettere, un assaggio tra migliaia e migliaia che ho ricevuto e ricevo, sono per me uno dei “luoghi del dialogo”. Su di esse ho versato tante lacrime, ho pregato, riflettuto, studiato. Soprattutto ho cercato di ascoltare e di imparare».

. Pasquale Quaranta (a cura di), Omosessualità e Vangelo. Franco Barbero risponde, Il Segno dei Gabrielli editori, Negarine di San Pietro in Cariano, 2008, p. 160, euro 14.

Per ricevere direttamente il libro: info@gabriellieditori.it


Leggi la RECENSIONE di Delia Vaccarello QUI.



giovedì 21 agosto 2008

Le memorie di Hans Kung

La mia battaglia per la libertà.
di Giovanni Franzoni


La mia battaglia per la libertà , primo volume delle memorie di Hans Küng, è a disposizione dei lettori italiani grazie alla casa editrice Diabasis (pp. 554, euro 28).
Per comprendere l'anima del discorso di Küng, attualmente solo al primo volume, è importante cogliere nel titolo due indicazioni fondamentali: il teologo non parla genericamente di un percorso personale di crescita ma parla di "battaglia" (nell'edizione originale si parla di Erkämpfte Freiheit , cioè di libertà "conquistata", espressione che non sarebbe stato male riportare anche nella traduzione italiana). Bisogna inoltre rilevare - e questa è la seconda indicazione - che la battaglia è indicata come "mia" (nel testo originale questo è affidato all'integrazione del titolo con Erinnerungen , cioè "ricordi", il che nella traduzione appare solo come un sottotitolo).
Senza insistere nel sottilizzare sulla traduzione si potrebbe concludere che quella di Hans Küng è stata una battaglia che lui ritiene di aver vinto, conquistando una libertà di pensiero e di costruzione teologica, contro alcuni o contro alcune forme istituzionali che ne hanno contrastato l'acquisizione. I ricordi, che spesso assumono la forma biografica e in questo modo potrebbero indurre su una strada sbagliata, in realtà si aggregano intorno alla libertà come scelta fondamentale di vita, per cui la libertà conquistata è la sua libertà.
Assunte queste due considerazioni si comprende l'ampiezza e insieme il limite delle memorie contenute nel primo volume. Se la libertà, nell'accostarsi al messaggio evangelico con rigore e con profondo rispetto è una ricchezza conquistata e saldamente tenuta, come spenderla perché diventi ricchezza di tutti e da libertà del teologo divenga liberazione di quei poveri cui si riferisce il vangelo delle beatitudini?
Il passaggio da libertà individuale a liberazione collettiva è quanto ci possiamo aspettare dal secondo o forse da un terzo volume.

Famiglia e ambiente
Riassumere il contenuto della ricca esposizione di ricordi - dall'infanzia alla maturità - sarebbe un invito alla pigrizia e un esonero alla lettura; una prima sottolineatura penso, peraltro, che sia utile. Uscendo da una serena rivisitazione del contesto sociale, politico e familiare della sua adolescenza, in cui tra i fumi di invasioni e di guerre suscitate dal nazismo, le figure eroiche , di difensori della libertà, che appaiono a un giovane svizzero, sono quelle di Churchill e De Gaulle.
Hans Küng affronta lo scenario medieval-barocco del cattolicesimo che gli viene proposto. Questo passaggio è importante perché è un momento di svolta nel suo orientamento fondamentale per il suo futuro di uomo e di credente. Da una parte una comunità parrocchiale tradizionalista e tutta gongolante nel godersi il parroco - protonotario apostolico - pomposamente addobbato con paramenti vescovili che incarna una forma di religione sociale senza le inquietudini di una ricerca di fede. Dall'altra parte un'altra figura di giovane sacerdote - Franz Xavier Kaufmann - che condivide la vita con i giovani, ha sempre la porta aperta per loro. «Un pastore dell'anima che in molte cose è anche un pastore del corpo». Il segreto di questa guida tra i giovani sta nel rappresentare ancora attuale la figura di Gesù. «In lui agisce lo stesso spirito di colui che già duemila anni fa non ha dato peso alla veste spirituale e all'affaccendarsi clericale… che non ha interrogato e valutato nessuno, in tono inquisitorio, sulla sua professione di fede, ma che ha la capacità di scrutare il cuore. Che, contrario a ogni devozionalismo esagerato, non ha costruito alcuna posizione di potere sacrale, ma si è posto al servizio degli uomini». Affascinato da questa figura di prete, Hans Küng imboccherà la via della vocazione sacerdotale e arriverà a Roma per studiare al famoso collegio Germanicum.

Curriculum ecclesiastico
Pontificio Collegio Germanico e Pontificia Università Gregoriana sono le inevitabili istituzioni per un giovane germanofono che vuole studiare a Roma. Non sembra peraltro che il nostro abbia subito come coazione questo bagno nella romanità in epoca pacelliana.
In pieno Concilio Vaticano II, il patriarca dei melchiti cattolici, Massimo IV Saigh, parlando in francese invece che in latino - unico fra tanti a ostentare disamore per Roma, fino a disprezzare la lingua latina - ebbe a dire: «Ho studiato teologia per quattro anni a Roma e ne ho dovuti spendere dieci per dimenticare quello che mi avevano insegnato». Paolo VI non se ne ebbe, e scelse lui, in una cerimonia in rito bizantino - presieduta dal patriarca che aveva fatto un secco intervento contro l'assistenzialismo ai poveri, che lascia la povertà a se stessa e altrettanto la lotta dei poveri per non essere più poveri - di deporre la tiara di platino, simbolo della cumulazione del potere temporale col potere spirituale del papa, proprio sulle sue ginocchia. Küng ha una diversa versione dell'evento probabilmente perché, non essendo i periti presenti in aula conciliare, l'ha conosciuto solo indirettamente da voci. In questa occasione Roma seppe fronteggiare Antiochia con dignità. Nessun papa, nonostante il riflusso postconciliare, ha mai più indossato la tiara.
I tedeschi, invece, spesso assai critici su alcuni aspetti del cattolicesimo romano, non hanno mai odiato la latinità e hanno accettato Roma, nella sua ricchezza e nella sua ambiguità. Paradigma di mondanità, di dotta ignoranza, di astuzia politica ma anche custode di memorie preziose.
Poiché sono anch'io del '28, abbiamo avuto per i tre anni di filosofia alla Gregoriana gli stessi professori, le stesse dormite alle lezioni di padre Dezza, che allora insegnava Metafisica, e gli stessi sussulti ai tentativi di padre Arnou, professore di Teodicea, che si permetteva di allargare l'attenzione dal rigido insegnamento di San Tommaso, all'esistenzialismo. Hans Küng, per la tesina di licenza in filosofia, scelse Sartre e lo studio dell'esistenzialismo umanista dell'autore di L'être et le néant . Le opere di Sartre, proprio nel 1948, sono state messe all'Indice dal Sant' Uffizio ma con una sottile distinzione il giovane Hans propone di mettere in scena, in Collegio, una pièce teatrale di Sartre: Les mouches . La rappresentazione non è proibita! L'idea non passa ma il giovane studente, pur essendo d'accordo nell'obbiettare a Sartre che l'uomo non è solo libertà, concorda col filosofo nell'affermare che la libertà definisce l'uomo. «Contro ogni falsa sicumera e sazietà borghese - asserisce Küng - mi sembra che Sartre abbia ragione nel dire che l'uomo che non è ciò che è, è perduto. Egli sarà tale e quale egli stesso si è progettato». La scelta del giovane studente avrà aspetti diversi da quella di Sartre ma concorda sul fatto che la scelta fondamentale, a monte di ogni altra scelta, è la scelta di essere se stessi nel mondo.
Dalla licenza in filosofia, nel curriculum degli studi ecclesiastici alla Gregoriana si passa alla teologia. Qui, per i primi anni, pur manifestando qualche insofferenza e un profondo tedio, il giovane Hans si allinea sull'insegnamento scolastico dei padri Tromp, Zapelena e Hürth finché, dopo aver affrontato il problema di coscienza col padre spirituale, non prende la decisione di seguire soltanto le lezioni utili.
Si apre così lo spazio per leggere Rahner e il grande teologo protestante Karl Barth. Su Barth farà la tesina di licenza e anche la tesi di laurea, benché padre Boyer - prefetto degli studi - lo avesse avvisato che un teologo protestante poteva essere letto ma non citato, e doveva cambiare strada se voleva avere la "lode". E lui disobbedì; cambiò strada , lasciando Roma e la Gregoriana e andando a Parigi.
La sua ammirazione per il pensiero teologico del teologo protestante è grande; dopo la lettura dell'undicesimo volume della Dogmatica ecclesiale di Barth, Küng annota sul suo diario «semplicemente grandioso!». E ancora oggi, dopo 53 anni, riassume il grande disegno barthiano; affermata «la divinità del Totalmente Altro, della Trascendenza, della infinita differenza qualitativa tra Dio e tutte le creature, è ormai diventata sempre più importante l'affermazione dell'umanità di Dio e dell'uomo alla luce del farsi uomo di Dio, in Cristo». Dio non può essere imprigionato in alcuna religione perché la religione è un affaccendarsi umano e clericale mentre la fede è risposta di abbandono. Ma il tema scottante che divide i cattolici dal luteranesimo è appunto quello della giustificazione. Per fede o per le opere?
A Parigi Hans Küng avrà la desiderata vittoria, ottenendo il dottorato - con lode - con una tesi sulla giustificazione (per fede e non per opere di religione ndr ) cui lo stesso Barth aveva consentito di aggiungere, come prefazione, una sua "lettera all'autore". La tesi fu pubblicata e recensita favorevolmente in Germania - anche dal dott. Joseph Ratzinger - ma il Sant'Uffizio aprì sul nome di Küng il fascicolo n. 399/57i, rimasto fino ad oggi aperto e il giovane teologo rimase col fiato sospeso nel timore che fosse messa all'Indice dei libri proibiti.

Il dottor Küng
Il giovane dottore riceve presto un incarico pastorale come vice-parroco a Lucerna ma le sue aspirazioni vanno assai oltre e precisamente nella direzione di una abilitazione per conseguire un incarico di insegnamento: dopo vari contatti e varie ipotesi una lettera del prof. Volk di Münster in Westfalia (Germania) gli apre la possibilità dell'abilitazione e lascia Lucerna per la nuova destinazione.
Ma un altro evento lo avvia verso un terreno di ricerca che si dimostrerà estremamente attuale e fecondo. Nell'autunno del 1958 con una telefonata, Karl Barth lo invita a Basilea a tenere una conferenza in quella Facoltà teologica protestante: tema proposto la Giustificazione. A Küng sembra strano tenere una conferenza sulla giustificazione proprio davanti a Barth e propone un altro tema. La chiesa protestante si ispira alla Riforma luterana ma la riforma della chiesa è un una tantum oppure la chiesa est sempre reformanda ? E se la chiesa è sempre da riformare per raggiungere l'ideale evangelico è pensabile che anche la chiesa cattolica sia riformabile e reformanda .
Barth accetta e la conferenza sulla chiesa, «sempre da riformare» (19 gennaio 1959), è un successo ma rimane un interrogativo angosciante: è disponibile la chiesa cattolica a riformarsi e a convergere verso l'evangelo e verso l'unità dei cristiani? Ed ecco il colpo di fulmine. Giunge per il mondo la notizia che papa Giovanni XXIII, il 25 gennaio ha annunciato un Concilio ecumenico. Tutti credevano, almeno nella Curia romana e dintorni, che dopo il Vaticano I, in cui si era proclamata l'infallibilità del papa, sarebbe stato inutile un Concilio, perché tutto si poteva risolvere a Roma. Qualsiasi dubbio o controversia applicativa, imposta dal mutare dei tempi, sarebbe stata portata a Roma. E: Roma locuta, causa finita . Ed ecco questo strano papa contadino, anche lui con un dossier giacente da anni presso il Sant' Uffizio, che ti convoca un Concilio.

Il professor Küng e la preparazione del Concilio
Il 1960 diventa per il trentaduenne teologo un anno pieno. Da un lato, essendo stato invitato a concorrere per la cattedra di Teologia fondamentale alla prestigiosa Università di Tubinga, deve mettere a punto i suoi scritti; d'altra parte partecipa, con altri teologi e sollecitato dai vescovi tedeschi, alla elaborazione di idee e proposte per il Concilio. Comincia così a scrivere un libro su Concilio e ritorno all'unità di cui presenta il manoscritto al cardinal Döpfner - che sarà uno dei quattro moderatori del Concilio - che ne è soddisfatto. Fra le proposte l'introduzione della lingua corrente nella liturgia latina, la necessità del trasferimento di competenze dalla curia romana ai vescovi locali, la revisione della figura dei laici nella Chiesa che non appartengono alla chiesa ma sono la Chiesa, la revisione della disciplina sul celibato ecclesiastico obbligatorio nella Chiesa latina. L'abolizione dell'Indice dei libri proibiti. Presenta le sue idee anche al cardinal Montini che obbietta e distingue ma non si adira. Sarà un vero riformatore se sarà papa?
Queste proposte, in fondo abbastanza moderate, Hans Küng le affida ad un altro libro Strutture della Chiesa , in cui si comincia a impostare il problema dell'infallibilità del papa e dei Concili, libro che andrà ad appesantire il dossier 399/57i del Sant'Uffizio ma che non gli impedisce di essere scelto come perito per seguire a Roma il vescovo Carl J. Leiprecht di Rottenburg.

Seguendo il Concilio
I periti seguirono il Concilio con un animo di speranza e di fiducia per il futuro della Chiesa e delle Chiese nel mondo. Certo è presente un fronte estremamente ostile a qualsiasi cambiamento reale - i cardinali Ottaviani, Ruffini, Siri, Browne, Spellman e non pochi altri - che peraltro è messo in minoranza dagli episcopati di chiese diffuse per tutto il mondo e rappresentanti una vera cattolicità finora considerata come marginale e colonizzata. «Nonostante il partito romano, la libertà del Concilio - afferma Küng - è un'esperienza irrepetibile per tutti i partecipanti. Quanti sono coloro che nella loro vita, la sperimentano qui per la prima volta nella libera comunione dei vescovi!…ora questa libertà audacemente percepita nel Concilio diventa il presupposto sia per un rinnovamento della chiesa, sia per una riunificazione dei cristiani separati».
La prima votazione, sullo schema di riforma liturgica, passa con 2162 voti favorevoli e 46 contrari. Così si scopre che la dura e rumorosa opposizione raccoglieva solo il 3% scarso dei consensi.
Il lavoro del Concilio va avanti favorevolmente ma, dopo la morte di papa Giovanni, l'opposizione cerca di guadagnare spazio, utilizzando delle forzature di Paolo VI sulla libertà del Concilio. Il papa sottrae alla materia del dibattito due argomenti fondamentali: la disciplina del celibato ecclesiastico e la contraccezione.
Nella terza sessione si registra una settimana nera (14 - 19 novembre 1964) in cui il decreto sulla libertà religiosa viene bloccato e rinviato in commissione con stupore di tutti e indignazione degli americani, alla Costituzione Lumen Gentium sulla Chiesa vengono imposte, per autorità del papa, alcune note previe, che salvaguardano, rispetto al principio di collegialità, il potere sovrano e assoluto del papa: contro la volontà del Concilio, che considera Maria nella Chiesa e non sopra la Chiesa, Paolo VI proclama Maria Mater Ecclesiae , per le pressioni dei polacchi.
Comunque, nella quarta sessione, passa il decreto per la libertà religiosa che farà impazzire l'estrema destra di Lefevre e quello sugli ebrei, riscattati ormai definitivamente dall'infame accusa di "popolo deicida". Nella Gaudium et spes la modernità non è più vista come diabolica invasione ma come sfida alla chiesa per aggiornare il suo messaggio al mondo.
Chiuso il Concilio, l'8 dicembre del 1965, Hans Küng conclude che nonostante i compromessi e le omissioni si è aperta per la chiesa una nuova epoca piena di speranza «un'età del rinnovamento costruttivo in tutti gli ambiti della vita ecclesiale, dell'incontro comprensivo e della collaborazione con la restante cristianità, con gli ebrei, le altre religioni e con il mondo moderno in genere»…e poi annuncia: «di tutto ciò parlerò nel secondo volume che, se Dio vuole, racconterà i decenni in cui l'accento principale si è sempre più spostato dalla libertà alla verità. La verità che può essere annunciata, difesa e vissuta solo nella veracità».
Non resta che attendere.

da Liberazione del 20/08/08

lunedì 28 luglio 2008

Dibattito sul Manifesto della sinistra cristiana sul sito degli atei - uaar

Torna a farsi sentire la sinistra cristiana.
Cosa pensa chi cristiano non è.

Nei giorni scorsi il sito dell'Unione degli atei, agnostici, razionalisti ha riportato la notizia dell'estensione del "Manifesto della sinistra cristiana" (vedi notizia). Il sito ha riportato il testo linkando il nostro blog. Ci teniamo pertanto a fare alcune precisazioni e a portare il nostro contributo al vivo dibattito che si è generato.


Precisazione. Prima di tutto occorre fare una precisazione in merito all'estensione del «Manifesto della sinistra cristiana». Il sito dell'Uaar ha linkato il testo del «manifesto» dal nostro blog. Il nostro blog aderisce e appoggia il manifesto - non per niente lo ha rilanciato - ma non è un estensore «ufficiale» e diretto del testo. Pertanto ogni altro contenuto presente sul blog (il «Credo» di Frei Betto, per esempio) non è necessariamente da imputare in alcun modo ai firmatari del «manifesto», così come gli altri interventi presenti su Teologia&Liberazione.

Ci sembrava doverosa questa precisazione in quanto alcuni commentatori hanno collegato altri contenuti presenti nel nostro blog direttamente al «Manifesto della sinistra cristiana». Non vorremmo mai mettere in bocca ad altri parole da loro mai pronunciate. Il testo del «manifesto» si può trovare, ed è stato pubblicato, anche su altri siti e/o altre testate (Adista - www.adistaonline.it; Liberazione – www.liberazione.it, ecc).

Nel merito della questione. Per quanto riguarda la discussione, entrando nel merito della questione, ci preme sottolineare alcune cose. Una volta precisata l’estraneità delle parole di Frei Betto rispetto al «manifesto» (la posizione a margine del post sul «manifesto» non indica nessun apparentamento tra i due testi) si può procedere esprimendo alcune considerazioni:

1. È giusto e legittimo domandarsi se i cristiani (così come gli atei, i buddisti, o altri) abbiano o meno il bisogno di costituire un gruppo di lavoro politico, una rete o un cartello di associazioni o persone che possano intervenire a livello politico. Questa è una questione irrisolta nella storia della politica del nostro Paese, e anche nella storia del Cristianesimo. Un problema che ha sempre accompagnato la storia di questa religione e i suoi rapporti con il potere (monarchico o democratico che sia), si pensi per esempio alla lettera A Diogneto (II sec. E.V.).

2. È vero che esiste un problema, in seno alla chiesa di base, riguardo il posizionamento di alcuni esponenti del clero (don Ciotti, don Gallo...) rispetto alle gerarchie – non è l’esempio di Enzo Mazzi o di Giovanni Franzoni, persone che hanno pagato di persona il loro dissenso nei confronti della gerarchia cattolica. Molti preti preferiscono «buttarsi nel sociale» per evitare di dover prendere pubblicamente delle posizioni contrarie alle gerarchie. Ciò non toglie la preziosità del loro lavoro sociale e politico. Chi, invece, prende posizione pubblica contro le logiche di potere imperanti in Vaticano viene emarginato, scomunicato, sospeso, dimesso... (È l’esempio di don Enzo Mazzi, don Franco Barbero, dell’abate benedettino Giovanni Franzoni... e di tanti altri). Proprio quest’ultimi sono messi a tacere ed emarginati dalle gerarchie perché si sono posti ai margini della chiesa aperti al dialogo e all’accoglienza del diverso, dell’altro. Basti vedere la scarsissima risonanza che hanno le Comunità di base o il movimento «Noi Siamo Chiesa» sui media, critici direttamente verso le posizioni delle gerarchie ecclesiastiche; gruppi che hanno sempre combattuto per un rinnovamento della teologia, per la laicità dello Stato e l’abrogazione del Concordato fascista, ecc – unendo questi impegni di natura ecclesiale ad una forte presenza nel sociale e nel politico.

3. Le gerarchie non interverranno su questo progetto della Sinistra cristiana (cristiana e non cattolica – si badi bene a non confondere le due cose!); semplicemente verrà messo a tacere e si cercherà di far calare un velo di indifferenza e di silenzio sui possibili esiti di questa iniziativa. Questa, forse, è una delle motivazioni che hanno spinto gli estensori e i firmatari del «manifesto». Infatti, il vero problema – pragmatico – è che i cristiani a sinistra passano sempre inosservati e si è portati a pensare che non c’è ne siano, che siano tutti concentrati al centro o a destra. Questa è l’immagine «unanimista» che le gerarchie vogliono far passare (Ruini primo fra tutti). Il compito dei cristiani di base è proprio quello di testimoniare la molteplicità dei punti di vista, la diversità, la «convivialità delle differenze». Bisogna mostrare la realtà nella sua relatività, nella sua complessità, scardinando le logiche di potere che vorrebbero ridurre tutto «ad unum». In questo senso il «manifesto» è da considerarsi positivo e politico nel vero senso della parola – nessuno ha intenzione di formare un nuovo partito.

4. Purtroppo, spesso, questi tentativi di «conversazione» (come direbbe Rorty) sono visti anche dagli atei come tentativi di intromissione da parte di frange progressiste (avanguardie della gerarchia?) con il compito di aprire degli spazi, delle brecce, in tutti i campi della società. Non è il caso dei movimenti di base, portatori di istanze e critiche radicali. Marcello Vigli, per esempio, ricorda spesso questo aspetto. Da anni impegnato per la laicità dello Stato, della scuola, contro il Concordato, Vigli ha sempre avvertito un certo sospetto nei suoi confronti all’interno degli ambienti laici dove si è impegnato per portare avanti queste lotte. Un «sospetto» dovuto alla sua fede - non religione - alla sua appartenenza alle Comunità di base.

Il progetto del «manifesto» è importante perché vuole scardinare questa concezione della spartizione netta, di conformismo categorico – almeno così lo leggiamo noi. In questo senso è molto più utile alla «politica» ecclesiale che a quella dello Stato. È molto più utile perché vuole sradicare la percezione che si ha comunemente del mondo cristiano, del suo «assolutismo», del suo dogmatismo, della sua unanimità a tutti i costi - soprattutto in Italia per via della Chiesa cattolica romana.
In questo senso la lotta dei cristiani di base ha bisogno anche della riflessione del mondo ateo, agnostico, razionalista. Grazie al dialogo, infatti, è possibile far vedere a chi ha gli occhi puntati con un cannocchiale su un unico punto di vista che, non solo i cannocchiali sono tanti, ma anche i punti di vista sono molteplici, differenti. Credere non significa avvallare una forma politica, un potere specifico - vaticano o no - ma camminare insieme scoprendo, giorno per giorno, l’insegnamento di Gesù, un uomo, ebreo, di Nazaret vissuto nella Palestina di 2000 anni fa.

Grazie per l’attenzione e per i contributi, sempre preziosi.
Un saluto cordiale.

g.g.
Teologia&Liberazione (teologiaeliberazione.blogspot.com)

venerdì 11 luglio 2008

Manifesto della sinistra cristiana: ritorno alla politica

Per una sinistra cristiana

Siamo tutti vittime di una disfatta della politica che, dopo la rimozione del muro di Berlino, vissuta come la vittoria ultima di una parte sull'altra, ha rinunciato a fare un mondo nuovo preferendo rilanciare il vecchio, a cominciare dal suo ancestrale sovrano "diritto alla guerra". Ciò facendo i poteri dell'Occidente hanno abdicato alla responsabilità di guidare il corso storico, mettendo tutto nelle "mani invisibili" del Mercato, del quale si sono fatti sudditi, guardiani e sacerdoti. E questo lo dice pure Tremonti, dal fondo del pensiero reazionario Ma poiché il meccanismo così innescato ha creato isole di ricchezza in un oceano di naufraghi, incrementando povertà, insicurezza e disordine, la politica si è fatta polizia per domare terroristi e riottosi, alzando il livello di violenza preventiva e repressiva e mettendo sotto i piedi verità, diritto, Costituzioni e Convenzioni internazionali, ivi comprese quelle umanitarie. E questo non lo fa solo Tremonti, lo hanno fatto classi dirigenti di destra e di sinistra, anche in regimi inutilmente bipolari.
Oggi non solo c'è bisogno di tornare alla politica da cui molti con giusto disappunto si sono allontanati, come hanno fatto due milioni e mezzo di nuovi astenuti nelle ultime elezioni, ma c'è bisogno di una politica "altra"; né del resto alla vecchia politica questo ritorno sarebbe possibile, né ad essa possibile l'approdo dei giovani; c'è bisogno di una ricostruzione della politica come un "essere per gli altri", a cui tutti sono chiamati. Perciò rivolgiamo questo

Appello alle donne e agli uomini che vogliono operare per la giustizia per un ritorno alla politica.

Proponiamo pertanto di promuovere con il nome di Sinistra cristiana una rete di Gruppi, di aggregazioni e di servizi "per la Costituzione, la laicita' e la pace": cioè per l'unità degli uomini nella giustizia e nel diritto, per la responsabilità comune di "credenti" e "non credenti", per la crescita del mondo. Dire Sinistra cristiana non significa qui riferirsi alla pur positiva esperienza che ebbe questo nome dal 1938 al 1945, né crearne oggi una nuova, ma fare appello a quella sinistra cristiana che è già nel Paese ed è nascosta nel fondo di molti di noi. Ciò comporta una scelta di campo di sinistra, cosa che in un'Italia drasticamente divisa in due sole parti politiche non significa più sposare una determinata ideologia, ma assumere il peso della contraddizione, mentre della sinistra rivendica la dignità, contro tutte le delegittimazioni e diffamazioni.
Si tratterebbe di dar vita ovunque sia possibile, nel territorio nelle istituzioni e nelle assemblee elettive, a un "Servizio politico" che da un lato abbia lo scopo di favorire la partecipazione politica dei cittadini, offrendo loro, indipendentemente dalle rispettive opinioni, dei servizi e degli aiuti per agevolarli nell'adempimento dell'art. 49 della Costituzione; dall'altro che abbia lo scopo, come parte tra le parti, di promuovere in modo associato iniziative, corsi e scuole di formazione politica, riattivare canali di comunicazione coi giovani, elaborare culture, soluzioni e proposte legislative, intervenire nel dibattito pubblico e, se necessario, partecipare anche direttamente all'azione politica per concorrere a determinare con metodo democratico la politica nazionale e instaurare la giustizia e la pace tra le nazioni, sempre promuovendo alternative costruttive e nonviolente nei conflitti; e ciò entrando nelle contraddizioni in atto, tra cittadini e stranieri come tra uomini e donne, tra regolari e clandestini, tra necessari ed esuberi, e cercando di ristabilire i legami tra il quotidiano, la cultura, la politica e una speranza nuovamente credibile; sapendo che se non subito si può cambiare il mondo, si può intanto cambiare il modo di stare al mondo.
La definizione di questa rete di Gruppi e di iniziative come "Servizio politico", intende non solo identificare il criterio della politica nel servizio e non nel potere, ma anche riprendere la radicale illuminazione secondo la quale il vero modo per evitare che nella vita collettiva gli uni siano nemici degli altri, è che tutti si riconoscano servi gli uni degli altri.
Il nome di Sinistra cristiana, poi, non comporta un'identificazione confessionale, che in nessun modo può confondersi con una divisa politica, ma intende alludere a un mondo di valori, tutti negoziabili, ossia non imposti, purché prevalgano l'amore e la libertà, vuole indicare come discriminante il principio di eguaglianza e, nel conflitto, significa fare la scelta dei poveri delle vittime e degli esclusi. Si tratta dunque di un nome nuovo che si riferisce tuttavia a una ricca e variegata tradizione di impegno politico che va da Murri a Sturzo a Dossetti, dai cristiani della Resistenza ai "professorini" della Costituente, da Rodano a Ossicini a Gozzini, dalla cruenta testimonianza di Moro a quella della salvadoregna Marianella Garcia Villas, che hanno attraversato il Novecento italiano.
Quanti intendono associarsi a questo appello sono invitati a farsi promotori delle relative iniziative nelle realtà a cui ciascuno appartiene, salvo poi ogni possibile coordinamento. E se per ottenere risultati è necessario coinvolgere molti, anche due o tre che si riuniscano per queste cose già compendiano tutto il significato dell'azione.
Per un incontro di carattere nazionale, da convocarsi a settembre, si può prevedere fin da ora di mettere all'ordine del giorno, come primissime urgenze, il ritorno alla rappresentanza proporzionale senza snaturamenti maggioritari, e l'affermazione del principio che i diritti sono uguali per tutti: dove la proporzionale è la condizione per non dare troppo potere a qualunque "sovrano del popolo" e perché anche una minoranza possa continuare a rivendicare diritti uguali per tutti contro maggioranze che li neghino.

Raniero La Valle, Patrizia Farronato, Giovanni Galloni (ex vice-presidente del Consiglio superiore della Magistratura), Rita Borsellino, Adriano Ossicini (presidente onorario del Comitato nazionale di bioetica), Carla Brusati Barbaglio, Mimmo Gallo (magistrato di Cassazione), Giuseppe Campione (ex-Presidente della Regione siciliana), Boris Ulianich (storico del cristianesimo), Annamaria Capocasale (segretaria della Scuola "Vasti"), Roberto Mancini (ordinario di filosofia teoretica all'università di Macerata), Amelia Pasqua, don Mario Costalunga, Laura Brustia, Francesco De Notaris, Agata Cancelliere, Giovanni Franzoni, Renata Ilari, Giovanni Avena (direttore editoriale di Adista), Emilia Carnevale, Giulio Russo(responsabile del Centro di servizi per il volontariato), Nicola Colaianni, Padre Nicola Colasuonno (direttore di Missione oggi), Donatella Cascino, Pasquale Colella, Franco Ferrara, Padre Alberto Simoni (direttore di Koinonia), Bernardetta Forcella, Giovanni Benzoni, Angelo Bertani, Enrico Peyretti, Francesco Comina, Chiara Germondari, Ettore Zerbino, Alessandro Baldini (Comitati Dossetti per la Costituzione), Claudio Bocci, Antonio Cascino, Anna La Vista, Federico D'Agostino, Pasquale De Sole, Franco Ferrari, Gianvito Iannuzzi, Luca Kocci, Angela Mancuso, Gianfranco Martini, Giuseppe Mirale, Francesco Paternò Castello, Maria Antonietta Piras, Fiammetta Quintabà, Corrado Raimeni, Maurizio Serofilli (Comitati Dossetti per la Costituzione), Gabriella Saccami Vezzami, Luca Spegne, Maria Rosa Tinaburri, Paola e Claudio Tosi, Angelo Cifatte, Piero Pinzauti, Nanni Russo, Alessandra Chiappino (presidente dell'Istituzione Servizi educativi, scolastici e per le famiglie di Ferrara), Enrico Grandi (prof. anatomia patologica all'Università di Ferrara), Franco Borghi.

Per aderire all'appello: manifestosinistracristiana@adista.it
I firmatari saranno poi invitati a una riunione costituente per decidere come condurre il seguito dell'iniziativa

mercoledì 9 luglio 2008

Giovanni Franzoni racconta le dimissione del '73

Lo sapete che diedi le dimissioni
da abate di San Paolo per colpa dello Ior?
Vi racconto di quando nel '73 diedi le dimissioni da abate di San Paolo per colpa dello Ior

di Giovanni Franzoni



Secondo il secolare insegnamento della morale cattolica, l'interesse sul denaro prestato era proibito perché equiparabile all'usura. Solo ai Monti di pietà era consentito di prendere qualcosa per retribuire il personale addetto; ma mai era consentito prendere interesse. Quindi era inconcepibile che ci fossero delle banche cattoliche; con l'irruzione della modernità nella società si è verificato, fra i moralisti cattolici, un progressivo cambiamento di pensiero.


Col nascere dello Stato Città del Vaticano le cose si sviluppano e Pio XII, nel 1942, crea l'Istituto per le Opere di Religione - Ior - che è una vera e propria banca che, pur non avendo sportelli accessibili ai miseri mortali, accetta depositi e compie operazioni finanziarie. Riformato da Giovanni Paolo II nel 1990, dopo gli scandali intorno alle gigantesche operazioni finanziarie compiute da mons. Paul Marcinkus, che ne era stato presidente, e che portarono al fallimento del Banco Ambrosiano e alla morte tragica di Calvi, trovato impiccato a Londra, sotto il ponte dei Frati Neri, ormai, quasi certamente, non suicida ma assassinato da gente del clan della Magliana.

L'ombra dello Ior ritorna però, di tempo in tempo, ad oscurare il cielo di Roma e della Chiesa cattolica nonché le coscienze dei credenti. Succede così che una signora - Sabrina Minardi - dichiarando di aver avuto in custodia Emanuela Orlandi, chiama di nuovo in causa Marcinkus e il clan della Magliana e scatena l'ipotesi di disseppellire il corpo di Enrico De Pedis, boss del clan, sepolto nella chiesa di Sant'Apollinare e quindi in zona extraterritoriale di competenza del Vaticano. Alle domande dei giornalisti circa un così alto privilegio (solo i papi e i sovrani sono sepolti nelle chiese), il custode di Sant'Apollinare pare abbia risposto che De Pedis era stato un generoso benefattore. Viene da domandarsi, ma se muore - fra cento anni - Bill Gates, dove lo seppelliranno? Accanto a San Pietro?


Non è mio compito fare l'investigatore e quindi lascio agli inquirenti di chiarire le cose. Ciò che mi tocca e mi turba è il fatto che tante coscienze, laiche o religiose che siano, rimangano ferite da queste notizie e, anche se fossero false, dal miscuglio di sacro e profano che seguita a imperversare intorno al fatto religioso.


La mia memoria ritorna al 1973, quando fu proprio uno scandalo dello Ior il fatto occasionale che provocò le mie dimissioni da abate di San Paolo e mi strappò dal consorzio fraterno con i miei monaci, dalla collaborazione con alcuni confratelli della Conferenza episcopale italiana e del Comitato italiano dei Superiori Maggiori. La mia situazione era già delicata per le provocazioni e gli assalti squadristici in Basilica, dei cattolici ultra-conservatori. Avevo avuto, senza esito, una visita canonica e due visite apostoliche. Infine fui chiamato in Vaticano da mons. Mayer, segretario della Congregazione dei religiosi, che mi disse: «Ormai i due terzi della sua comunità preferirebbero le sue dimissioni. Lei che è così democratico dovrebbe tenerne conto. Comunque il Santo Padre, nella sua liberalità, desidera che lei resti al suo posto, a due condizioni: tutti gli atti interni all'abbazia siano concordati col Consiglio degli anziani e tutti gli atti esterni col Vicariato». Accettai e, tornato a San Paolo, convocai i miei collaboratori nell'estensione della lettera pastorale La terra è di Dio dicendo che bisognava sospendere perché se avessi avuto il controllo del Vicariato l'avrebbero limata e resa irriconoscibile.


Una notte di aprile, lo Ior compì una spregiudicata operazione sul dollaro, tanto da meritare una nota di deplorazione da organismi di vigilanza bancaria. Arriva la domenica e un giovane studente va al microfono per la preghiera dei fedeli e dice: «Signore! Ti prego! Fai che se avrò un figlio, possa crescere in una Chiesa che non sia deplorata perfino dal sistema bancario internazionale!». Lunedì mi richiama Mayer: «Ma lei aveva promesso! Non controlla le preghiere dei fedeli?». «Posso provare, risposi, ne parlerò in comunità». Convoco la comunità e si accende una animata discussione sul che fare. A un certo punto si alza Vincenzo Meale e dice: «Padre abate, è inutile che stiamo qui a chiacchierare, poi chi paga è solo lei. Vogliono fare come il ministro degli Interni farebbe con un prefetto. Lei ha aperto una porta per la nostra fede. Loro non vogliono chiuderla: vogliono usare lei come una maniglia che chiude la porta che ha aperto. Mi dia retta, obbedisca. Però voglio sinceramente dire che con questo, la mia esperienza di fede si chiuderebbe». Risposi «Ho capito». E sciogliemmo l'assemblea. Il giorno dopo andai da Mayer e gli dissi: «Io sapevo fere l'abate in un certo modo, se non può andare è meglio che concordiamo le dimissioni». Concordammo la data del 12 luglio e così ebbi il tempo di finire La terra è di Dio e di pubblicarla. Non porto rancore personale verso lo Ior ma mi resta l'amaro in bocca, perché certe istituzioni uccidono la fede e poi, sotto la maschera del trionfalismo di piazza, praticano il culto della personalità e la superstizione.


da Liberazione 09/07/2008

giovedì 3 luglio 2008

Commento al vangelo di domenica 6 luglio 2008

La profezia appartiene ai piccoli

In quel tempo Gesù disse: «Ti benedico, o Padre, Signore del cielo e della terra, perché hai tenuto nascoste queste cose ai sapienti e agli intelligenti e le hai rivelate ai piccoli. Sì, o Padre, perché così è piaciuto a te. Tutto mi è stato dato dal Padre mio; nessuno conosce il Figlio se non il Padre, e nessuno conosce il Padre se non il Figlio e colui al quale il Figlio lo voglia rivelare. Venite a me, voi tutti, che siete affaticati e oppressi, e io vi ristorerò. Prendete il mio giogo sopra di voi e imparate da me, che sono mite e umile di cuore, e troverete ristoro per le vostre anime. Il mio giogo infatti è dolce e il mio carico leggero». (Matteo 11, 25-30)

Questa preghiera di Gesù è come un sussulto di gioia. L’evangelista Matteo la inserisce in un contesto in cui Gesù viene ostacolato e i suoi oppositori non lo comprendono. Nonostante il rifiuto, Gesù esprime il suo sì gioioso al Padre e al suo disegno. La parola di Gesù che annuncia il Regno viene rifiutata dai capi religiosi del popolo, ma allo stesso tempo viene accolta dalla gente semplice e ignorante – qui sta la vera forza dell’annuncio del Galileo.

La missione di Gesù si sta rivelando un fallimento. Tuttavia gli unici che sembrano accogliere il suo messaggio sono i semplici. Gesù non può fare altro che domandarsi il perché di questo. Egli riconosce, in qualche modo, la presenza salvifica di Dio in questo momento storico. Con stupore, Gesù constata che i sapienti, cioè i farisei e i maestri della legge, sono tagliati fuori, mentre i piccoli d’intelligenza, cioè il popolino semplice e ignorante delle prescrizioni della legge mosaica, diventano i beneficiari dell’avvenimento di grazia. Sono questi ultimi, tagliati fuori dal rapporto «diretto» con Dio, che riconoscono davvero la presenza di Dio nella storia.

Solo i «piccoli», infatti, sono abituati a vivere e, quindi, a riconoscere il valore della vita e la presenza del Padre. Essi non sono sacerdoti, non sono funzionari di Dio, non sono gli addetti ai lavori. Sono persone semplici che vivono, soffrono, amano, conoscono cosa significa procurarsi il necessario per vivere lavorando, conoscono le difficoltà della vita e possono provare su di esse la loro fede.

Gesù fa questa scoperta stupefacente: i «grandi» sono chiusi nella loro autosufficienza, mentre i «piccoli» sono capaci di aprirsi umilmente al dono di Dio. Questa scoperta è per lui fantastica, tanto da dover innalzare a Dio un canto, una preghiera di lode per ringraziarlo del suo amore: «Ti benedico, o Padre, Signore del cielo e della terra».

Dio è presente nella storia in maniera inedita, nuova, inattesa. La sua azione non si può prevedere. Dio non si fa ridurre all’interno di schemi costruiti e preconfezionati da quelli che di mestiere fanno i teologi, i sacerdoti, i dottori.

Questa affermazione appare così vera oggi! Ci troviamo di fronte a situazioni dove, di fronte alla precarietà, all’incertezza, alla confusione, le autorità tradizionalmente detentrici del potere interpretativo, sacerdotale, salvifico (le chiese, le gerarchie...) tendono a chiudersi, ad arroccarsi sui propri baluardi, a non transigere su quelli che chiamano «valori non negoziabili». Eppure non si accorgono che le sfide che la modernità pone – che in fin dei conti sono le sfide della vita di oggi – potrebbero essere il luogo della profezia, della presenza di Dio nella storia, oggi. Non si accorgono nemmeno che è inutile nascondersi dietro un dito ma accorre affrontare le situazioni con coraggio. Non basta scappare e tacciare tutto quello che non appartiene alla propria tradizione religiosa di «relativismo»!

Questi che si credono «sapienti e intelligenti» hanno gli occhi chiusi, le ali tarpate, le mani rattrappite, le orecchie tappate, il naso otturato. Non vogliono vedere Dio presente nelle donne, nelle nuove forme di amore che pretendono – giustamente – anche un riconoscimento politico e sociale. Non vogliono vedere la grazia nella possibilità dell’uomo di esplorare e comprendere il cosmo, la natura, la vita. Non vogliono riconoscere l’esigenza di un nuovo modello economico di sviluppo che sia giusto, che non mieta vittime innocenti a causa della fame, a causa della ricchezza di quel 15% del pianeta che si ritiene «fortunato» invece che colpevole. Questi «intelligentoni» non hanno il coraggio della partecipazione consapevole, della democrazia, non hanno neppure il coraggio profetico di condannare la guerra senza «se» e senza «ma».

Sostanzialmente, oltre alla conservazione del potere che è tipica dell’istituzione, costoro hanno paura del diverso, della novità, della possibilità, della molteplicità. Non mi riferisco solo alle gerarchie cattoliche – senza con questo voler togliere loro la responsabilità che gli spetta – ma anche a tutti coloro che vorrebbero vivere in pace, tranquilli, senza l’inquietudine di scoprire che la realtà è molto più complessa di come appare a prima vista. Mi riferiscono a coloro che vorrebbero nascondere i gay, che li vorrebbero in giacca e cravatta – danno meno fastidio certo! – mi riferisco a chi ha paura dello straniero, a chi vorrebbe schedare su base razziale, addirittura, i bambini.

Ma Gesù ha scoperto che Dio è più grande di tutte queste cose, che abbraccia tutti senza riserve. Ha scoperto quanto l’amore travalica le barriere sociali, sessuali, razziali... Quando gli uomini e le donne faranno la stessa scoperta che ha fatto Gesù?

Il giogo che questi «intelligenti», potenti e grandi della storia, hanno caricato sulla nostra schiena è insopportabile. Al tempo di Gesù i dottori della legge e i farisei avevano imposto al popolino pesi troppo pesanti da portare. Infatti avevano costruito attorno alla legge di Dio una fittissima siepe di prescrizioni minuziose che, sotto il peso di un’osservanza rigida e scrupolosa, soffocavano lo slancio obbediente della libertà dell’uomo. Gesù si mostra un maestro diverso, come diversa è la legge (il giogo) che ci insegna: leggera, non onerosa. Egli propone di diventare suoi discepoli. Discepoli di un maestro «non violento né altero». Egli non si impone con violenza; al contrario è solidale con gli umili e con i poveri. Il suo giogo facile da portare consiste nell’imitarlo sulla strada dell’amore del prossimo, un amore compassionevole e misericordioso. Così egli promette ai suoi discepoli profonda pace nella loro vita.

Anche noi, oggi, dobbiamo avere il coraggio di riconoscere questa presenza di Dio nella nostra storia. Non possiamo demandare il compito agli altri. A volte siamo bloccati e incapaci di vedere le cose belle che Dio rivela ai piccoli. I nostri occhi fanno fatica a distogliersi dagli accadimenti dolorosi, dalle violenze, dalle ingiustizie. Oggi è il tempo della profezia. Non possiamo più aspettare i «profeti»; questi ormai sono passati. Troppe volte, anche nelle nostre comunità, si sente il rimpianto per gli uomini e le donne a cui il Signore ha affidato il compito della profezia nel passato; «ah come era bello quando c’era questo o quel profeta: lui sì che non aveva paura di dire le verità scomode!». Basta rimpianti! Dobbiamo avere il coraggio di prendere, di assumere, questa profezia nella nostra vita; di farla nostra, di non aspettare che venga qualcun’altro a raccontarcela, a raccontarla. Ognuno nel suo piccolo, con la libertà che Dio ci ha dato, deve riscattare la profezia. Il coraggio della profezia spetta solo a noi, e si realizza all’interno delle nostre piccole vite, ogni giorno.

Un anno fa Frei Betto (domenicano e teologo della liberazione brasiliano) elaborò una «nuova» professione di fede che qui voglio proporvi:

Credo nel Dio liberato dal Vaticano e da tutte le religioni esistenti e che esisteranno. Il Dio che è antecedente a tutti i battesimi, pre-esistente ai sacramenti e che và oltre tutte le dottrine religiose. Libero dai teologi, si dirama gratuitamente nel cuore di tutti, credenti e atei, buoni e cattivi, di quelli che si credono salvati e di quelli che si credono figli della perdizione, e anche di quelli che sono indifferenti al mistero di ciò che sarà dopo la morte.

Credo nel Dio che non ha religione, creatore dell’universo, donatore della vita e della fede, presente in pienezza nella natura e nell’essere umano. Dio orefice di ogni piccolo anello delle particelle elementari, dalla raffinata architettura del cervello umano fino al sofisticato tessuto dei quark.

Credo nel Dio che si fa sacramento in tutto ciò che cerca, attrae, collega e unisce: l’amore. Tutto l’amore è Dio e Dio è il reale. E trattandosi di Dio, non si tratta dell’assetato che cerca l’acqua ma del’acqua che cerca l’assetato.

Credo nel Dio che si fa rifrazione nella storia umana e riscatta tutte le vittime di tutti i poteri capaci di far soffrire gli altri. Credo nella teofania permanente e nello specchio dell’anima che mi fa vedere gli altri diversi dal mio io. Credo nel Dio, che come il calore del sole, sento sulla pelle, anche se non riesco a contemplare la stella che mi riscalda.

Credo nel Dio della fede di Gesù, Dio che si fa bambino nel ventre vuoto della mendicante e si accosta nell’amaca per riposarsi dalle fatiche del mondo. Il Dio dell’arca di Noé, dei cavalli di fuoco di Elia, della balena di Giona. Il Dio che sorpassa la nostra fede, dissente dei nostri giudizi e ride delle nostre pretese; che si infastidisce dei nostri sermoni moralisti e si diverte quando il nostro impeto ci fa proferire blasfemie.

Credo nel Dio che, nella mia infanzia, piantò una acacia in ogni stella e, nella mia giovinezza, si mise in ombra quando mi vide baciare la mia prima innamorata. Dio festeggiatore e bisboccione, lui che creò la luna per adornare la notte della delizia e l’aurora per incorniciare la sinfonia del volo degli uccelli all’albeggiare.

Credo nel Dio dei maniaci-depressi, dell’ossessione psicotica, della schizofrenia allucinata. Il Dio dell’arte che denuda il reale e fa risplendere la bellezza pregna di densità spirituale. Dio ballerino che, sulla punta dei piedi, entra in silenzio sul palcoscenico del cuore e, cominciata la musica, ci afferra fino alla sazietà.

Credo nel Dio dello stupore di Maria, del camminare laborioso delle formiche e dello sbadiglio siderale dei fiorellini neri. Dio spogliato, montato su un asino, senza una pietra dove appoggiare il capo, atterrato dalla sua stessa debolezza.

Credo nel Dio che si nasconde nel rovescio nella ragione atea, che osserva l’impegno dei scienziati per decifrare il suo gioco, che si incanta con la liturgia amorosa dei corpi che giocano per ubriacare lo spirito.

Credo nel Dio intangibile all’odio più crudele, alle diatribe esplosive, al cuore disgustoso di quelli che si alimentano con la morte altrui. Dio, misericordioso, si fa quatto fino alla nostra piccolezza, supplica un soave messaggio e chiede una ninna nanna, esausto davanti alla profusione delle idiozie umane.

Credo, soprattutto, che Dio crede in me, in ognuno di noi, in tutti gli esseri generati per il mistero abissale di tre persone unite per amore e la cui sufficienza traboccò in questa creazione sostenuta, in tutto il suo splendore, dal filo fragile del nostro atto di fede.

(Frei Betto, Un nuovo credo, nostra traduzione dallo spagnolo)

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