venerdì 30 maggio 2008

Emergenza educativa

Ma non è questo che preoccupa il Vaticano!
di Marcello Vigli


Dalle parole rivolte da Benedetto XVI ai vescovi italiani riuniti nell'annuale assemblea della Cei si potrebbe avere l'impressione che l'Italia si stia avviando a diventare il migliore dei mondi possibili.

C'è, però, qualcosa che non va: un'emergenza educativa attraversa il paese. «Come non spendere, in questo contesto - si chiede il papa - una parola in favore di quegli specifici luoghi di formazione che sono le scuole?». Si potrebbe perdonare quest'ennesima forma d'intervento clericale non rivolto contro la 194 e i tentativi di legiferare sul testamento biologico o sulle famiglie di fatto, se si trattasse del Sistema scolastico nazionale. Il papa pensa, in verità, alle scuole confessionali e al loro finanziamento. Aggiunge, infatti, subito dopo: «In uno Stato democratico, che si onora di promuovere la libera iniziativa in ogni campo, non sembra giustificarsi l'esclusione di un adeguato sostegno all'impegno delle istituzioni ecclesiastiche nel campo scolastico». Imperdonabile il riferimento allo Stato democratico perché la nostra Repubblica, potrà pur promuovere la libera iniziativa, ma deve prima obbedire alla sua Costituzione che vieta esplicitamente e tassativamente tali finanziamenti. Certo è in buona compagnia se si pensa che ad aggirare quel divieto ha brillantemente contribuito Luigi Berlinguer con la legge che rende paritarie le scuole private legittimando i successivi provvedimenti di Moratti e Fioroni. E' in buona compagnia anche nell'argomentare in favore della sua richiesta: «E' legittimo, infatti, domandarsi se non gioverebbe alla qualità dell'insegnamento lo stimolante confronto tra centri formativi diversi suscitati, nel rispetto dei programmi ministeriali validi per tutti, da forze popolari multiple, preoccupate di interpretare le scelte educative delle singole famiglie. Tutto lascia pensare che un simile confronto non mancherebbe di produrre effetti benefici».

Lo affermavano anche i responsabili della politica scolastica dei partiti di sinistra, dei sindacati confederali e dell'associazionismo democratico, che, snaturando la proposta di attribuire al Sistema scolastico nazionale autonomia dalle ingerenze del Ministero e degli assessorati regionali, l'hanno trasformata in attribuzione dell'autonomia delle singole scuole. L'autonomia avrebbe stimolato la concorrenza e, con questa, favorito la qualità delle prestazioni scolastiche, si diceva. La profonda crisi che sta attraversando la scuola italiana, ha ampiamente smentito le loro previsioni e quelle di quanti hanno trasgredito l'obbligo costituzionale che impone alla Repubblica di «istituire scuole statali per tutti gli ordini e gradi» (art. 33).

Non di più soldi alle private né di procedere nella disgregazione del sistema nazionale ci sarebbe bisogno per uscire dall'emergenza educativa di cui non solo il papa ma anche il Cardinale Angelo Bagnasco, nella sua prolusione alla stessa Assemblea dei vescovi, denuncia l'urgenza individuandone anche una delle cause. «Per chi è ancora inesperto e per chi non ha il senso critico necessario, la televisione diventa facilmente un territorio senza regole in cui, magari all'insegna apparentemente neutra del marketing, trovano facile veicolazione anche modelli distorti di vita». Ci sarebbe bisogno di un'agenzia educativa in grado di fornire quel senso critico e quell'autonomia dalle lusinghe del marketing: ma questa non può essere che la scuola pubblica obbligatoria e capillarmente presente sul territorio libera da ipoteche confessionali o ideologiche perché fedele, per statuto, solo ai principi ideali della Costituzione.

Certo non la scuola così com'è stata ridotta, ma quella di cui da tempo tutti auspicano una radicale riforma nei contenuti e nella formazione dei docenti oltre che negli ordinamenti e nella gestione. A questa riforma non sono interessati né la gerarchia cattolica né gli esperti, ispirati alle sue direttive, che da tempo orientano la politica ministeriale nella duplice prospettiva del raggiungimento della piena parità per le scuole confessionali e della confessionalizzazione della scuola pubblica. Nella prima direzione va la brutale richiesta del papa; nella seconda vanno sia il recente intervento della Cei per ottenere che l'insegnamento della religione cattolica esca dal ghetto della facoltatività ritagliandogli uno spazio nell'area disciplinare umanistica, nella scuola dell'obbligo, sia, in quella superiore, il recupero di potere per il docente di religione nel Consiglio di classe con il diritto a partecipare all'assegnazione dei crediti scolastici, specie alla vigilia degli esami di maturità.

Stanno arrivando al pettine i nodi aggrovigliati negli ultimi decenni della una politica scolastica delle forze democratiche che, di là dalle dichiarazioni sulla centralità della scuola per lo sviluppo della democrazia, hanno sempre lasciato agli integralisti cattolici ampio spazio di manovra per lo smantellamento della scuola pubblica. Forse anche di questo dovrà occuparsi la ricerca di una via per uscire da sinistra dalla crisi della democrazia italiana.

(da Liberazione, 30 maggio 2008)

mercoledì 28 maggio 2008

Commento al vangelo di domenica 1 giugno 2008

Non dite «Signore»,

costruite la casa!

Non chiunque mi dice: Signore, Signore, entrerà nel regno dei cieli, ma colui che fa la volontà del Padre mio che è nei cieli. Molti mi diranno in quel giorno: Signore, Signore, non abbiamo noi profetato nel tuo nome e cacciato demòni nel tuo nome e compiuto molti miracoli nel tuo nome? Io però dichiarerò loro: Non vi ho mai conosciuti; allontanatevi da me, voi operatori di iniquità.
Perciò chiunque ascolta queste mie parole e le mette in pratica, è simile a un uomo saggio che ha costruito la sua casa sulla roccia. Cadde la pioggia, strariparono i fiumi, soffiarono i venti e si abbatterono su quella casa, ed essa non cadde, perché era fondata sopra la roccia. Chiunque ascolta queste mie parole e non le mette in pratica, è simile a un uomo stolto che ha costruito la sua casa sulla sabbia. Cadde la pioggia, strariparono i fiumi, soffiarono i venti e si abbatterono su quella casa, ed essa cadde, e la sua rovina fu grande». (Matteo 7, 21-27)


Non chi dice: Signore, Signore… ma chi fa la volontà del Padre mio.

Il brano è aperto da una parola che è costruita attorno ad un’antitesi. Da una parte l’acclamazione verbalistica a Gesù, invocato da «chiunque» come Signore, e dall’altra il rimprovero di Gesù che pone l’attenzione sull’attuazione della volontà del Padre che è nei cieli, l’unico che è Signore. È il Regno ad essere centrale e non i titoli, il culto, le devozioni, le pratiche religiose, le leggi (“naturali” o divine). Ciò che conta davvero per la vita degli uomini e delle donne – come Gesù ci ha insegnato nella sua predicazione – è il Regno, la volontà di Dio.

Molti si dicono cristiani – e lo fanno con orgoglio – per una rivendicazione identitaria che nulla ha a che vedere con il Nazareno. Altri si dicono cristiani per un senso di appartenenza alla Chiesa: ma anche questo, a volte, sembra essere solo una denominazione priva di contenuto. Forse bisognerebbe concentrarsi meno sulle parole («non chi dice…») e fare più attenzione alla Parola (la Bibbia, la vita…). E se proprio non si può fare a meno di inquadrarsi all’interno di una denominazione che esprima un’identità – prima che una realtà – forse è meglio lasciare che siano gli altri a definirci cristiani.

Le parole di Gesù sono un monito contro l’ipocrisia, contro le facili categorie ed etichette che spesso si tende ad applicare alla realtà, alla persone (soprattutto agli altri). La sua attenzione è tutta per il Regno, e non certo per una chiesa (cosa che non ha mai inteso fondare). La sua predicazione si snoda attorno al concetto della volontà di Dio. Per noi si pone il problema di capire in cosa consiste questa «volontà di Dio» e cos’è la «Signoria di Dio». Vengono qui in mente le grandi parole del giudizio: «Venite prendete possesso del Regno, perché ho avuto fame e mi avete dato da mangiare, ho avuto sete e mi avete dato da bere, sono stato forestiero e mi avete accolto» (Mt 25, 34ss) – parole, ahimè, quanto mai attuali in questi giorni! Ma Gesù di Nazaret ci indica direttamente con l’esempio della sua vita il significato di “Regno di Dio”. La sua esperienza è esempio, è coincidenza tra parola predicata e vita vissuta. In questo sta tutta la forza del suo messaggio: in Gesù – come in pochissimi uomini nella storia – teoria e prassi sono coincise senza mortificare l’umanità. Una testimonianza che nella sua radicalità ha avuto come estrema conseguenza la morte.

Ma «Signore, noi abbiamo parlato nel tuo nome e compiuto molti miracoli nel tuo nome!» – dicono. Questo non basta – sembra rispondere Gesù. E del resto l’esempio è sotto gli occhi di tutti: ogni giorno c’è chi compie atti iniqui nel nome di Gesù, e peggio di Dio, arrivando a giustificare anche la guerra. (Basti pensare ai cosiddetti teo-con, teo-dem e affini…). Ogni giorno c’è chi pronuncia parole (Cristo, Signore, ecc…) che non hanno più senso, che sono inserite in una ritualità formalistica priva di aderenza alla realtà. Ogni giorno le gerarchie vaticane, sempre in nome di Gesù, proclamano anatemi e scomuniche… allontanandosi così dalla volontà di Dio che vuole «misericordia e non sacrifici» (cfr. Os, 6,6; Mt 9,12-13; Mt 12,7). Così Pasolini, con parole sempre attuali, commentava le sentenze della Sacra Rota nel 1974: «La Chiesa [nell’emanare sentenze, con il suo Codice di diritto canonico] si rivela del tutto staccata dall’insegnamento del Vangelo. Cristo viene ricordato solo attraverso formule, attraverso meri riferimenti nominali. L’amore è ignorato del tutto»1, come dire: il vangelo non c’entra nulla!

Ma è Gesù a prendere le distanze: «Io però dichiarerò loro: Non vi ho mai conosciuti; allontanatevi da me, voi operatori di iniquità». Egli “scomunica” a sua volta chi si fregia ipocritamente del suo nome, con una formula in uso presso i maestri che non riconoscevano più i loro discepoli.


La casa sulla roccia

Tutti vorremmo vivere su una roccia, sulla sicurezza. Invece la vita insegna che la precarietà, la debolezza, la finitezza sono parte costitutiva dell’esperienza umana (e forse è anche un bene che sia così!). Ci troviamo a vivere giorni insicuri, di paura: sentimenti che sono strumentalizzati dai media e dalla “politica acchiappa voti” e che innescano situazioni di odio, di xenofobia, di omofobia, di violenza… Le vittime sono i più deboli: rom, gay, donne, poveri… Ma Gesù ci dice che la sicurezza è nella parola, e quindi nella “conversazione” e nell’ascolto, ma anche nell’azione, nell’accoglienza. Non basta ascoltare, bisogna «mettere in pratica», guardarsi negli occhi, accogliersi e fare insieme.

Nella parabola tutto ruota sul «mettere in pratica»: è questo il distinguo tra l’uomo saggio e l’uomo stolto. Gesù, con la sua vicenda umana, ci ricorda che il Regno si costruisce giorno per giorno e con gesti concreti. Con prese di posizione che cambiano la vita, la trasformano e la aprono all’altro, al diverso.

E allora «Cadde la pioggia, strariparono i fiumi, soffiarono i venti e si abbatterono su quella casa, ed essa non cadde, perché era fondata sopra la roccia». Qualsiasi cosa accadrà l’uomo saggio rimarrà coerente, non avrà di che rimproverarsi e vivrà nell’amore, senza il timore dell’insicurezza perché la sua vita si fonda su una parola messa in pratica, una parola viva.

Se il Signore non costruisce la casa,
invano vi faticano i costruttori.
Se il Signore non custodisce la città,
invano veglia il custode.
Invano vi alzate di buon mattino,
tardi andate a riposare
e mangiate pane di sudore:
il Signore ne darà ai suoi amici nel sonno.
(Salmo 126, 1-2)

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1 P.P. Pasolini, La Chiesa, i peni e le vagine, in Scritti corsari, Milano 1975, pag. 192.

martedì 27 maggio 2008

Apello per una politica cristiana a sinistra

Sinistra cristiana
di Raniero La Valle

Nel deserto creatosi in Italia con le ultime elezioni, già popolato però dai fantasmi dell’intolleranza e del razzismo, molti cantieri sono all’opera per una ripresa in diverse forme del discorso politico. C’è un cantiere aperto nella destra, per costruire l’immagine di un “nuovo” Berlusconi e di uno squadrismo non fascista; c’è un cantiere aperto nella ridotta veltroniana, dove sembra annunciarsi una riconversione alle alleanze e il desiderio di un “nuovo centro-sinistra”; c’è un cantiere aperto nella sinistra, dove è in gioco il futuro di Rifondazione e di tutti i colori dell’arcobaleno.

Non c’è un cantiere per i cattolici: non avrebbe senso perché i cattolici non sono una categoria politica e la loro aggregazione non è un partito ma una Chiesa. Non che essi non siano influenti: molti di loro sono presenti nell’uno e nell’altro schieramento, e quanto a influenza nella società e nelle istituzioni la Conferenza episcopale italiana non è seconda a nessuno. Ma la stagione dell’unità politica dei cattolici è per fortuna conclusa, e ci sono buone ragioni politiche, teologiche ed ecclesiali che ne sconsigliano fermamente ogni possibile restaurazione.

Mentre sono al lavoro tanti cantieri, nella politica italiana si avverte tuttavia un vuoto pauroso, derivante dall’assenza di soggettività politiche che furono in altri momenti assai importanti e anche decisive per la crescita democratica e spirituale del Paese. Nessun problema di identità perdute, che sarebbe sterile e regressivo rivendicare. Ma c’è un problema di contenuti di elaborazione e di lotta politica che, soprattutto dopo la crisi e la sconfitta delle sinistre storiche nel tempo della globalizzazione, rischiano di essere gravemente compromessi nella progettazione del futuro. Se ne possono fare diversi elenchi; noi ne facciamo uno traendolo da fonti insuperabili della nostra tradizione comune; è l’elenco risultante dalla somma dei “segni dei tempi” della Pacem in terris e del privilegio attribuito ai poveri, ai sofferenti e ai militanti per la giustizia dalle Beatitudini evangeliche.

Si tratta di contenuti che sono assunti dal linguaggio profano e riguardano realtà storiche e temporali, proiettate però verso una pienezza di umanità quale è desiderata da Dio.

L’elenco che ne risulta è questo: ascesa delle classi lavoratrici e riscatto personalista del lavoro; dignità realizzata della donna, liberazione dei popoli dal dominio; pace come alternativa complessiva alla guerra illegittima e contraria alla ragione; democrazia internazionale e sviluppo dell’ONU, regole per il potere, diritti fondamentali e loro garanzia nelle Costituzioni; eguaglianza per natura di tutti gli esseri umani e anche delle comunità politiche; rovesciamento in una felice condizione umana dell’afflizione dei poveri, dei perseguitati, dei piangenti, delle vittime d’ingiustizia.

Non si tratta di postulati ideologici, si tratta di contenuti politici che di fatto, nell’attuale bipartizione politica che schiaccia la realtà sui due poli di destra e di sinistra, figurano come contenuti di sinistra. Per sostenerli ed attuarli potrebbero riunirsi in forma organizzata e “in modo onesto” dei gruppi di cattolici e cristiani disponibili all’impegno politico: non tutti, perché sulla sostanza e sulla realizzazione di queste cose ci sono tra i cristiani, legittimamente, come dice il Concilio, opinioni diverse e d’altronde, ponendosi questi cristiani apertamente come parte, né pretenderebbero con piglio integristico di rappresentare tutti i fedeli, né potrebbero in modo clericale rivendicare a proprio favore l’autorità della Chiesa.

Ma con quale nome potrebbero affacciarsi alla scena? Un pregiudizio fondato su una errata accezione della laicità (fare finta che la fede non ci sia), e il linguaggio oggi “politicamente corretto”, porterebbero questi credenti a restare anonimi, prendendo nomi di fantasia, tipo “Pace e diritti”, “Pace e lavoro” e simili. Ma anche questa stagione è passata. Se il nome deve corrispondere alla cosa, a contenuti di sinistra e al lottare per essi come cristiani, conviene il nome di “sinistra cristiana”. È un nome che si può assumere, nel deserto di cui abbiamo detto, senza infingimenti e senza autocensure. Non esprime un’ideologia: una sinistra cristiana è stata presente in Italia sotto diversi nomi e in diverse forme: perfino l’Opera dei Congressi fu di sinistra quando approdò all’antitemporalismo; e così fu l’”Avvenire d’Italia” di Rocco d’Adria; di sinistra cristiana furono l’intransigentismo, il proporzionalismo e la posizione anti-clericomoderata di Sturzo, lo sono stati poi i partigiani cristiani, i professorini che hanno scritto le pagine più alte della Costituzione repubblicana, la sinistra cristiana di Ossicini e di Rodano e quella democristiana di Vanoni, Mattei, Pistelli, Granelli, la Sinistra Indipendente del 1976 e la scelta politica finita nel martirio di Moro.

È una tradizione antica, che si può riproporre oggi per pensare di nuovo la politica e farla di nuovo. Non senza alleanze, incontri e salutari meticciati. Non per il potere di pochi ma per la salvezza di molti.

Articolo in uscita sul prossimo numero del quindicinale di Assisi, "Rocca".

venerdì 4 aprile 2008

Incontro con Frei Betto a Torino

La Teologia della liberazione è viva


A chi gli dice che la Teologia della liberazione è morta lui risponde: «se è così qualcuno si è dimenticato di invitarmi al funerale!». Così ha esordito frei Betto, al secolo Carlos Alberto Libânio Christo, all’incontro tenutosi a Torino il 3 aprile scorso presso il salone dei Missionari della Consolata. Il tema della sarata, «America Latina: mercato o liberazione?», ha consentito al frate domenicano brasiliano di fare il punto, non solo sulla Teologia della liberazione (TdL), ma anche sulla situazione politica attuale del Latinoamerica.

Con la sua simpatia frei Betto ha subito conquistato tutto l’uditorio. La sua riflessione è partita dallo stato attuale e dalla genesi storica della TdL. «Il concetto di TdL era fortemente promosso dagli Usa che volevano presentarlo come movimento insurrezionale e perciò da combattere – ha spiegato – Noi che abbiamo vissuto quel movimento invece partivamo non da un’etichetta bensì dalla riflessione della fede dei poveri». Così «il primo atto della TdL è la riflessione dei cristiani nelle comunità popolari, nelle Comunità ecclesiali di base. Il testo della Bibbia viene interpretato in modo diverso a partire dal contesto in cui lo si legge secondo il triangolo ermeneutico testo – contesto – pretesto». È da questo primo atto che parte la riflessione della TdL, che è la riflessione sulla fede dalla parte dei poveri.

Frei Betto ha voluto spiegare come avviene la lettura biblica nelle comunità di base e qual è il suo significato. «La lettura biblica nelle Cebs mi ha fatto scoprire che il mio modo di leggere le Scritture era equivoco – ha spiegato - I poveri invece si guardano allo specchio quando aprono la Bibbia, la leggono a partire dal loro contesto, guardandoci dentro la loro vita. Così le persone confrontano i fatti della vita con quelli della Bibbia».

L’accusa alla TdL di essere troppo politica si spiega così: «Tutti noi facciamo politica, o facendola oppure omettendo di farla, tirandoci indietro». Non bisogna quindi cedere alla tentazione di ritirarsi dalla politica perché «sono i politici schifosi che vogliono che la politica ci faccia schifo», così che allontanandoci dalla politica loro possano gestire i loro affari senza disturbo.

Quindi la teologia ha un ruolo fondamentale nella politica perché ci ricorda come «la morte di Gesù non è avvenuta per ragioni di natura spirituale ma a causa della politica, Gesù, infatti, è stato ucciso dai due poteri politici». E così attualizzando i testi biblici scopriamo come «nei vangeli leggiamo di politica… Già Luca all’inizio del sua vangelo contestualizza la situazione politica dell’Impero al tempo del ministero di Gesù (Lc 3,1) e noi possiamo rileggerla così: ‘Nell’ottavo anno dell’Impero di Bush, mentre Napolitano governava l’Italia, Sarkozy presidente della Francia, e Brown governatore del Regno Unito…’». «Questa è la mia Bibbia – ha affermato con forza Betto - non c’è differenza tra l’epoca di cui scrive Luca e l’epoca in cui viviamo oggi».

Partendo da questo tipo di lettura, frei Betto ha dimostrato come si usa leggere la Bibbia nelle comunità popolari dell’America Latina, e ha proposto un’esilarante catechesi a partire dal vangelo del Buon Samaritano e dall’episodio della Samaritana al pozzo si Sicar. Con la sua simpatia, in grado di coinvolgere il pubblico, ha spiegato il significato politico, vitale, dei due brani proponendo un modo diverso di accogliere e di stare accanto alla vita reale delle persone.

Dopo le interpretazioni teologiche Betto si è soffermato a raccontare della situazione attuale del continente latinoamericano. «In America Latina si sta vivendo una primavera della democrazia, dopo le dittature militari e il neoliberismo, il popolo si è stancato delle oligarchie e adesso vota per chi ha il volto del popolo, anche se magari non è la persona giusta, questo è quello che è successo con le elezioni di Lula in Brasile, Morales in Bolivia, Correa in Ecuador, Chavez in Venezuela…». Un processo democratico che ha spiazzato le oligarchie dominanti e che ha provocato rabbia in loro per i disegni di ridistribuzione che alcuni di questi presidenti hanno fatto propri.

Secondo il domenicano brasiliano «questa è l’ultima occasione per l’America Latina». Purtroppo «in Europa anche i mezzi di informazione progressisti tendono a presentare come caricature questi presidenti cercando di mettere in cattiva luce i loro prezioso lavoro» così da salvaguardare gli interessi economici del Nord del Mondo che sfrutta le risorse energetiche e le materie prime dei paesi più poveri.

Un problema quello dell’energia che interessa il Brasile nella produzione dei cosiddetti biocombustibili, prodotti dalla canna da zucchero, e che frei Betto definisce Necro-combustibili perché tolgono terreno alla coltivazione di alimenti – in un paese come il Brasile dove su 200 milioni di abitanti 44 milioni soffrono di denutrizione cronica – e favoriscono il disboscamento della foresta amazzonica in cerca di nuove zone fertili che aumentino le zone di coltivazione. Un disastro ecologico.

Ma il futuro sta nella democrazia partecipativa. Infatti «La mia esperienza al governo – ha spiegato Betto – mi ha insegnato che non è vero che il potere cambia le persone, semplicemente esse si rivelano veramente per quello che sono». Bisogna creare una democrazia partecipativa dove la società civile, i movimenti, siano protagonisti dei processi politici e possano controllare i governi.

Chi è Frei Betto?

Frei Betto è considerato uno dei massimi esponenti della TdL. Nato a Belo Horizonete in Brasile nel 1944, fu leader del Movimento studentesco e della Gioventù studentesca cattolica e nel 1964 fu arrestato nel corso della repressione attuata dal governo brasiliano perché la sua attività venne giudicata sovversiva, in seguito entrò nell’Ordine domenicano come frate cooperatore domenicano. Nel ’69 fu nuovamente arrestato assieme al confratello frei Tito de Alencar, e fu torturato e imprigionato per quattro anni dalla dittatura militare brasiliana per il suo impegno politico a favore dei poveri e degli oppressi.

Attualmente frei Betto è animatore di molte comunità di base e della pastorale operaia, fino al 2004 è stato membro del governo Lula come assessore del programma di emancipazione alimentare «Fame Zero».

Tra i suoi libri si possono ricordare «Battesimo di sangue», «Mistica e spiritualità» scritto insieme a Leonardo Boff, e «Gli dei non hanno salvato l’america».


Commento al vangelo del 6 aprile

Ridare un senso alla nostra fede
di g.g.


Ed ecco in quello stesso giorno due di loro erano in cammino per un villaggio distante circa sette miglia da Gerusalemme, di nome Emmaus, e conversavano di tutto quello che era accaduto. Mentre discorrevano e discutevano insieme, Gesù in persona si accostò e camminava con loro. Ma i loro occhi erano incapaci di riconoscerlo. Ed egli disse loro: «Che sono questi discorsi che state facendo fra voi durante il cammino?». Si fermarono, col volto triste; uno di loro, di nome Clèopa, gli disse: «Tu solo sei così forestiero in Gerusalemme da non sapere ciò che vi è accaduto in questi giorni?». Domandò: «Che cosa?». Gli risposero: «Tutto ciò che riguarda Gesù Nazareno, che fu profeta potente in opere e in parole, davanti a Dio e a tutto il popolo; come i sommi sacerdoti e i nostri capi lo hanno consegnato per farlo condannare a morte e poi l'hanno crocifisso. Noi speravamo che fosse lui a liberare Israele; con tutto ciò son passati tre giorni da quando queste cose sono accadute. Ma alcune donne, delle nostre, ci hanno sconvolti; recatesi al mattino al sepolcro e non avendo trovato il suo corpo, son venute a dirci di aver avuto anche una visione di angeli, i quali affermano che egli è vivo. Alcuni dei nostri sono andati al sepolcro e hanno trovato come avevan detto le donne, ma lui non l'hanno visto».
Ed egli disse loro: «Sciocchi e tardi di cuore nel credere alla parola dei profeti! Non bisognava che il Cristo sopportasse queste sofferenze per entrare nella sua gloria?». E cominciando da Mosè e da tutti i profeti spiegò loro in tutte le Scritture ciò che si riferiva a lui. Quando furon vicini al villaggio dove erano diretti, egli fece come se dovesse andare più lontano. Ma essi insistettero: «Resta con noi perché si fa sera e il giorno già volge al declino». Egli entrò per rimanere con loro. Quando fu a tavola con loro, prese il pane, disse la benedizione, lo spezzò e lo diede loro. Allora si
aprirono loro gli occhi e lo riconobbero. Ma lui sparì dalla loro vista. Ed essi si dissero l'un l'altro: «Non ci ardeva forse il cuore nel petto mentre conversava con noi lungo il cammino, quando ci spiegava le Scritture?». E partirono senz'indugio e fecero ritorno a Gerusalemme, dove trovarono riuniti gli Undici e gli altri che erano con loro, i quali dicevano: «Davvero il Signore è risorto ed è apparso a Simone». Essi poi riferirono ciò che era accaduto lungo la via e come l'avevano riconosciuto nello spezzare il pane. (Luca 24, 13-35)


«Ma lui non l’hanno visto»

Il racconto dei discepoli di Emmaus, che troviamo soltanto in Luca, costituisce una delle narrazioni più suggestive del Nuovo Testamento. La sua struttura narrativa ne fa una storia edificante, un racconto di riflessione, una spiegazione teologica della morte di Gesù in cui egli stesso spiega il significato della sua fine: «Bisognava che il Cristo sopportasse queste sofferenze per entrare nella sua gloria?». E così «…spiegò loro in tutte le Scritture ciò che si riferiva a lui» (vv. 26-27).

Dunque il significato di questo episodio è quello di una spiegazione teologica piuttosto che una cronaca. Un racconto che comunque si propone in maniera differente rispetto agli altri racconti delle apparizioni che sono presenti nel Nuovo Testamento. Infatti «nel racconto dei discepoli di Emmaus non si parla propriamente di visione del risorto, bensì del suo riconoscimento (epigignoskein): nessuna visione sensibile, solo riconoscimento della sua presenza attiva con gli occhi della fede» (Barbaglio, Gesù ebreo di Galilea, pag. 546).

Le visioni, le apparizioni, la tomba vuota hanno sempre appassionato gli storici e gli esegeti e non possono non creare dubbi a chi si pone in maniera critica di fronte alla tradizione delle comunità cristiane e alla propria ricerca di fede. Un dubbio che nasce anche da fatto che nei vangeli non è mai narrata la resurrezione. Il biblista Alberto Maggi ci ricorda come: «Tutti gli evangelisti indicano la stessa cosa: nessuno ci dice come è risorto Gesù ma tutti ci dicono come è possibile sperimentarlo resuscitato. E come è possibile sperimentarlo resuscitato? Vivendo come lui è
vissuto».


Tentare una rilettura

«Vivendo come lui è vissuto» significa riportare su un piano storico l’esperienza di fede della resurrezione. Un’esperienza quindi che diventa possibile sperimentare nelle nostre vite e in quelle degli altri, negli avvenimenti della storia, in quei continui parti che la storia fa per dare la vita, e che non sono privi di dolore e di sofferenza.

Riportare l’interesse sulla vita di Gesù, su come egli ha vissuto, significa abbandonare in qualche modo secoli di incrostazioni, di orpelli e di sovrastrutture che non appartengono all’evangelo. Riscoprire il Gesù storico, che ha vissuto per le strade della Palestina duemila anni fa, non può far altro che liberare la fede.

Questo significa anche ricondurre su un piano etico la propria esperienza di fede, ridargli un significato – cosa non facile e non immediata – che possa andare oltre all’ipostatizzazione che nei secoli è stata fatta di Gesù, fino a volerne fare un Dio. Spostarsi dalla fede in Gesù alla fede nel Dio di Gesù non è facile e molte volte è anche doloroso. Ma significa credere che la fede è vita, che gli uomini e le donne sono stati creati per vivere più che per credere, per «ben vivere» – come usano dire i popoli indigeni dell’America Latina.

«Che sono questi discorsi che state facendo fra voi durante il cammino?»

I discepoli di Emmaus sono in cammino sulla strada, ritornano a casa dopo una delusione, dopo aver creduto che qualcosa con Gesù sarebbe potuta cambiare. In questa storia la dimensione del cammino è molto importante: non si può non camminare. Anche dopo le delusioni è importante riprendere la strada e non restare fermi sulle proprie sconfitte. E, come il pellegrino che accompagna i discepoli tenta di spiegar loro il senso delle Scritture, così anche noi bisogna cercare di ridare senso alla nostra esistenza.

Gli occhi dei discepoli sono lo strumento attraverso cui questo racconto prende corpo e si sviluppa. Nella prima parte gli occhi sono impediti, incapaci nel riconoscerlo. La loro delusione di fronte al racconto del sepolcro vuoto è grande: «Noi speravamo che fosse lui a liberare Israele». Dopo che il Risorto «prese il pane, disse la benedizione, lo spezzò e lo diede loro» gli occhi dei discepoli si aprirono e lo riconobbero. Al momento giusto, però, «lui sparì dalla loro vista».

Capita sempre così! Sul più bello ciò che avevamo tanto desiderato sparisce. Questo ci insegna che occorre stare con gli occhi aperti, cercare di riconoscere sulla strada le persone e le cose che ci vengono incontro. Sapendo riconoscere che la vita passa accanto a noi e spesso stentiamo a riconoscerla, a sentirla, a toccarla.

giovedì 27 marzo 2008

Sulle conversioni mediatiche

L'altra Ratisbona di Benedetto XVI
di Filippo Gentiloni

Non neghiamo certamente a Magdi Allam il diritto a convertirsi al cattolicesimo, come non negheremmo a Paolo Mieli quello di convertirsi all'islam. Affari loro. Quello che ci meraviglia - e ci scandalizza - è il chiasso mediatico certamente previsto, anzi addirittura provocato. Non ci aspettavamo certamente un battesimo celebrato addirittura dal papa, sotto gli occhi dei mass media di tutto il mondo. Perché mai? Non sarebbe stato più serio un battesimo tranquillo nella normale parrocchia della normale abitazione? Perché questa ostentazione?


Lo chiediamo al neofita e soprattutto al Vaticano. Eppure il Vaticano deve sapere bene quanto i rapporti fra il cattolicesimo e il mondo islamico siano difficili. Quanto sia stato arduo far dimenticare la gaffe di Ratisbona, quando era sembrato che Benedetto XVI attribuisse all'islam desideri di conquista. E quanto anche la conversione di Magdi Allam possa apparire al mondo islamico come una conquista.

Il Vaticano non può non tener conto del fatto che nelle guerre del mondo entri più o meno direttamente anche lo scontro religioso. I media daranno più risalto a questa conversione che non all'incontro di questi giorni in Vaticano fra teologi islamici e cristiani.

E allora perché? La risposta, forse, dovrebbe far ricorso alla paura di scomparire e al desiderio di essere presenti in prima pagina.

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Adriano Prosperi: «La storia cristiana è anche più violenta»
Il massimo storico italiano dell'età della Riforma avverte sull'uso politico della religione: «Le conversioni spettacolari aumentano i conflitti»

di Matteo Bartocci

Adriano Prosperi è ordinario di Storia dell'età della Riforma e della Controriforma alla Scuola Normale di Pisa. E' il massimo studioso italiano dell'Inquisizione romana e il suo ultimo libro per Einaudi («Dare l'anima. Storia di un infanticidio») affronta, tra l'altro, proprio il problema del battesimo.

Professor Prosperi, ci sono precedenti di un papa che battezza un musulmano a san Pietro?
All'inizio del '500, in piena riforma protestante, Leone X battezza un musulmano marocchino che da lui prende il nome di Leone Africano. E' un episodio importante per la storia della cultura europea e all'epoca fu molto noto, Africano diventò subito un personaggio pubblico molto conosciuto. Ma il processo di conversione è comunque caratterizzato da una sua spettacolarità, perché il convertito è portatore di una testimonianza importante. La storia del cristianesimo è segnata fin dall'inizio dalle conversioni. I «modelli» principali sono due, quella di Pietro, lunga e tormentata, e quella fulminea di Paolo. A volte le conversioni sono state decisive per la storia stessa della Chiesa: quella di Costantino cambia completamente la posizione dei cristiani nell'impero romano, perché da quel momento il cristianesimo si presenta come religione ufficiale.

Di recente sono tanti i convertiti «celebri». Prima di Natale lo ha fatto Tony Blair. Perché la religione torna ad avere questa funzione pubblica e politica così rilevante?
Nel Medio Evo se si convertiva il sovrano si convertiva il popolo: cuius regio eius religio. La conversione di Clodoveo dà inizio alla storia cristiana della Francia. Oggi il carattere clamoroso di una conversione discende solo dalla notorietà pubblica e dalla visibilità del personaggio. Quello di Allam è dunque un gesto che riaccende una tradizione che si era sopita. Dal '700 in poi eravamo stati abituati a considerare quello che accade nell'anima di una persona come un suo fatto spirituale, da rispettare senza invadere la sua coscienza. Anche perché insistere su un aspetto così spettacolare della conversione in passato è stato strumento di conflitti.

Crede che la Chiesa abbia intenzione di riprendere una politica di conversione a danno delle altre fedi?
Di fatto sì. Questi due atti: la preghiera per la conversione agli ebrei e il risalto alla conversione di un musulmano denotano la decisione di manifestare con forza la carica di verità del cattolicesimo. Certamente si sta aprendo un confronto sulla vera religione. Non che i cattolici abbiano iniziato, ma una violenza religiosa che sembrava sopita rischia ora di riaccendersi.

Non è imbarazzante per la Chiesa che sul principale giornale italiano il convertito definisca tutto l'Islam «fisiologicamente violento e storicamente conflittuale»?
Su questo si può discutere. Sarebbe come dire che si condanna il cristianesimo come violento perché nel '500 durante la strage di san Bartolomeo le campane di Roma suonarono a festa. Allora la religione cristiana era fortemente violenta, e la violenza era quasi essenziale alla conversione, si teorizzava che la soluzione per cancellare la differenza fosse uccidere il diverso. Anche per i sovrani: Enrico III ed Enrico IV furono uccisi da fanatici religiosi. Allo stesso modo l'Islam non è sempre stato aggressivo. Durante la lunghissima storia dell'impero turco la religione islamica era tollerante. E' accaduto di frequente che cristiani con convinzioni poco ortodosse fuggissero a Costantinopoli. E lo stesso accadde, dal 1492, con gli ebrei che rifiutarono il battesimo forzato in Spagna. Oggi sembra ovvio il contrario ma in passato il mondo musulmano rispettava gli ebrei. Quel conflitto è frutto soprattutto del XX secolo, fino ad allora gli ebrei in Palestina godevano di condizioni di tolleranza migliori rispetto agli stati cristiani d'Europa. Come vede, davanti all'assolutezza della teologia la storia dimostra che le varie posizioni si modificano nel tempo. Generalizzazioni di quel tipo su cristiani o musulmani violenti vanno semplicemente respinte.

Alcuni commentatori, soprattutto di cultura araba e fede musulmana, parlano di una «seconda Ratisbona».
Bisognerà vedere se accentuerà la conflittualità oppure, come le beatificazioni, sarà vista come un fatto celebrativo, la vittoria di alcuni seguaci religiosi su altri. Certo, la conversione è un atto pacifico, tipico del proselitismo ma è un fenomeno da non sottovalutare. Proporla come atto pubblico può accentuare il carattere religioso di un conflitto Islam-Occidente che finora è stato soprattutto politico. E' in atto in tutto il mondo un uso politico della religione di cui siamo testimoni e vittime. Il terrorismo cosiddetto islamico è un uso sistematicamente politico della religione. Ma senza scomodare Machiavelli lo stesso accade anche da noi. La religione è una forza da cui si può ricavare potere.


(articoli tratti da il manifesto di mercoledì 26 marzo 2008)

giovedì 6 marzo 2008

Tanto per ridere...

Tanto per ridere... con un tono dissacrante e per tornare ad essere un po' più leggeri proponiamo uno dei pezzi di satira che riteniamo tra i migliori dell'ultimo periodo. Corrado Guzzanti a Parla con me (Rai 3), nella puntata di domenica 2 marzo 2008, si esibisce in un'interpretazione iperrealista e tragicomica del personaggio "don Pizzarro". Un monsignore della curia romana spregiudicato ma essenzialmente aderente alla realtà dei fatti e al pensiero delle gerarchie.







Da il manifesto di martedì 4 marzo 2008.

Don Pizzarro, alza il morale della satira
di Norma Rangeri

Nella notte di Raitre è tornato Corrado Guzzanti e bisogna festeggiare. L'interprete di indimenticabili ritratti (l'affranto Rutelli durante la campagna elettorale del 2001, quando la satira alzò il morale del tele-elettore), torna a una vecchia, esilarante maschera: un monsignore dall'aspetto trasandato, con forte accento romanesco, molto pelo sullo stomaco. E soprattutto miscredente. Come ai vecchi tempi dell'Ottavo nano (il personaggio del maccheronico teologo è ripreso da quel fortunato programma), a fargli da spalla c'è Serena Dandini, ospite di padre Pizzarro a Parla con me, la domenica notte.

Questo burocrate della chiesa, che oltretutto è padre («c'ha ragione mi fijo: stamo ar medioevo»), non riesce a capire cosa vuole fare il devoto Ferrara sull'aborto. Lo va a trovare e lo scopre immerso in una vasca (omaggio allo sketch del Decameron di Daniele Luttazzi), in piena confusione («nun sa nemmeno se è d'accordo co' se stesso»), così gli propone una mediazione («tanto pe' fallo contento, j'ho detto, a Giulià famo 'na cosa più piccola, a ste ragazze levamoje i punti della patente»). Padre Pizzarro è un tipo che non ha tempo da perdere («a Giulià, er Fojo c'ha quattro pagine, la prossima enciclica ce n'ha trecento, io vado a lavorà»), e quando la Dandini si mostra delusa dal suo pragmatismo senza principi («ma padre, pensavo ci fossero dei valori dietro»), lui reagisce con un soprassalto, guardandosi le spalle («ahò, m'hai fatto spaventà»).

Tutti i temi eticamente sensibili passano sotto lo sguardo cinico del teologo senz'anima, convinto che la scienza abbia perfettamente ragione: «l'universo è a undici dimensioni, infiniti universi paralleli, ce stanno l'equazioni, ma de che stamo a parlà, ancora delle apparizioni alle pastorelle? de dio ce ne ponno sta uno come sedici, più due donne e quattro giapponesi».

A Parla con me, un'altra brava attrice, Paola Cortellesi, offre scampoli di satira sopraffina nello spot contro la laicità, famoso per lo slogan «laico, se lo conosci lo eviti, se non lo conosci è meglio». Ma il programma della Dandini, come Che tempo che fa di Fabio Fazio (con Antonio Albanese e Luciana Littizzetto), sono isolate enclave di libertà, eccezioni alla regola.

Il ritorno di Guzzanti fa solo immaginare cosa sarebbe la televisione (e questa campagna elettorale) se solo ci fosse visibilità per tutti i talenti della satira, relegati invece a tarda ora, confinati a Raitre, o democraticamente licenziati come nel caso di Luttazzi.


Di seguito il testo di Corrado Guzzanti.

Serena: bene è venuto il momento di affrontare dei temi delicatissimi ma importanti che rischiano anche di entrare in campagna elettorale, parleremo di etica, di aborto, di Dio, del rapporto fra stato e chiesa. E ho la fortuna di poterne parlare con una personalità di altissimo valore, un eminente teologo che ho già incontrato qualche anno fa. Noi vorremmo superare questo divario storico fra laici e cattolici, perché forse è venuto il momento di far cadere anche questo muro; capirci meglio, perché forse credenti e non credenti tutto sommato la pensano meno diversamente di quanto crediamo. Diamo il benvenuto a sua eminenza padre Pizzarro
Pizarro: bonasera. Ammazza quanta gente, ma che c’è a partita?
Serena: buonasera padre, ovviamente non posso che cominciare le polemiche più recenti che riguardano il tema della legge 194 sull’interruzione di gravidanza…le donne non
Pizarro: Ma guarda sta cosa io nullò capita, pure ste quattro caciarone co sti cartelli stanno a fa un porverone quanno se sta a parlà de tutto e de gnente. Guarda che io mica so antifemminista, mica dico caa donna deve fa la calza, ormai me costa più de lana che compralla già finita dai cinesi
Serena: ma come, padre, di tutto e di niente? c’è un tema che è importante tanto che ci hanno fatto anche un partito sulla la moratoria dell’aborto, no Giuliano Ferrara qual è la vostra posizione? Siete in disaccordo?
Pizarro: ma no semo d’accordo, ma non sa manco lui che vole fa lo ce so andato a parlà co’ ferrara, stava dentro a sta vasca, in una confusione…vabbè… Gli ho detto a Giulià, ma che dobbiamo fa esattamente, spiegame. che vordì a moratoria sull’aborto? A moratoria sulla pena di morte vuol dire impedire di ammazzà i condannati, a queste glie impediamo de abortì?
No dice lui, non potemo obbligà una a partorì pe forza
- allora a 194 a lasciamo così
- no, dice lui, è omicidio!
- E quindi che famo? a cambiamo sta legge?
- Nun ho detto questo
- E che hai detto giulià?
- Vojo fa na battaglia curturale
- Ma allora va fa i girotondi daa vita che ce vai a fa in parlamento in parlamento? In parlamento se fanno e leggi (voi cambià a legge? )
- Si no però Bò bà
- Gli ho detto: a giulià (guarda l’orologio) er fojo ci ha quattro paggine, a prossima enciclica ce n’ha trecentosessanta, io vado a lavorà, se vedemo n’artra vorta…
Serena: ah tutto qua?
Pizarro: ma amica mia sull’aborto due so e cose, o lo vietiamo e ricominciano quelli clandestini o lo lasciamo così, ma che poi fa partorì una pefforza? Che famo je commissariamo er corpo? Je mannamo i carabinieri? Nun ze po’ fa magari!, nun ce lo fanno fa, nun ce lo faranno mai fa. È na battaglia persa. Accontentamose, continuiamo quello che stamo a fa continuiamo a piazzà obiettori de coscienza da per tutto che poi je famo fa carriera e all’artri no e va bene così.
Al massimo jo detto a Giulià tanto pe’ fallo contento, famo ‘na cosa più piccola , ho detto a ste ragazze lavamoje i punti della patente…
Serena: i punti della patente a chi abortisce?
Pizarro: mbè? se non porti avanti a gravidanza, allora non porti manco a machina, sei n’assassina, delinguente magari me vieni pure addosso, bò a lui non glie stava bene, vabbé. . . vò andà ar senato, deve andà ar senato. . . vo’ fa na cosa sua
Serena: comunque voi continuate a vietare l’uso del preservativo, preferite che si muoia di aids piuttosto che permettere l’uso di un anticoncezionale, cos’é? Una vita che deve ancora nascere vale di più di una che c’è già?
Pizarro: esatto guarda (noi se semo concentrati proprio su) a noi ce interessa proprio la vita dal concepimento alla nascita, già un quarto d’ora dopo non gliene frega più niente a nessuno, prova a cercà n’asilo nido…
Serena: questo perché la vita di un nascituro è innocente e noi altri siamo tutti peccatori?
Pizarro: no un momento, che ‘innocente’! noi amo stabilito che la vita è innocente fino alla terza settimana, poi se carica er peccato origginale, me dispiace ma soo carica, su sto fatto daa mela ce stiamo dentro tutti…
Serena: ma almeno la pillola del giorno dopo?
Pizarro: ma te pigli na pillola il giorno prima e te ne vai a dormì
Serena: Vabbhè ci sono tante cose che dividono laici e cattolici…però non dobbiamo fare un muro contro muro, comunque siamo tutti d’accordo nella difesa della vita, che la vita è un valore assoluto. . .
Pizarro: Ma che vordì? Ma questo è un grosso equivoco a noi ce fa pure comodo ma nun è vero peggnente. . . sveiateve!
Serena: In che senso?
Pizarro: Ma che pensi che semo tutti pella vita allo stesso modo? Ma che pensi che la difesa della vita nostra e la difesa della vita nostra so uguali? Ma manco pe niente:
I laici pensano che è un valore assoluto noiartri pensamo che è un valore relativo che ci ha donato dio. Er padrone è lui e ce dobbiamo fa quello che dice lui. . . E che pensi che senfuturo la scienza se inventa un modo de fa diventà a gente immortale, che per un laico sarebbe er massimo daaaffermazione della vita, che pensi che noi semo daccordo?
Serena: no?
Pizarro: Ma nun zemo d’accordo peggnente! , amo deciso che a na cert’ora se deve morì e se deve morì! sennò ar regno dei cieli quanno ci annamo? Lo vedi che so du cose diverse? Stamo a fa er gioco delle tre carte peffà sembrà che semo tutti d’accordo ma nun semo d’accordo fondamentarmente peggnente.
Serena: perché per voi…
Pizarro: Bisogna morìììì, bisogna morìììì! Bisogna da nasce e bisogna morì! Bisogna da nasce e bisogna morì!
Serena: ho capito.
Pizarro: Ooooh! Prolife ma pure proafterlife!
Serena: Ho capito crediamo in cose diverse…
Pizarro: Ma lascia perdere il credere… credo credo. Noi stamo a lavorà, diciamo sempre le cose nostre… questo è lavoro.
Serena: Ma come lavoro. Ma allora perché questa ingerenza della Chiesa nella politica italiana?
Pizarro: Ma quali ingerenze… ma io ingerenza non sapevo manco che voleva di, pensavo a ingerire, a roba da magna… credevo che era na polemica sui sordi, sull’ici sull’8 per mille noi diciamo sempre le stesse cose, ta, ta ta, da secoli … siete voi che ci venite dietro… perché nun sapete manco più come ve chiamate, ma voi vi rendete conto di quello che diciamo? Ma hai sentito ar papa quarche domenica fa che ha detto? Ha detto che satana esiste. In zenzo metaforico? In zenzo simbolico de Er male che è in ognuno de noi? No, ha detto dice esiste proprio fisicamente na persona che se chiama satana, nze capisce se de nome o de cognome, e che sta in mezzo a noi, è proprio uno vero in carne e osse. Io gli ho pure detto a giosif: a giò, visto che ce sei, dì che sta sulla flaminia, hai visto mai saa prendono co quello che m’ha sgraffiato la macchina… poi se ne è scordato. Mica penserai che ce credemo davvero!
Serena: ma allora lei non crede
Pizarro: ma lascia perde, ma che stamo a scola? Noi famo il lavoro nostro, siete voi che ce venite dietro e più ce venite dietro e più ce tocca lavorà, mica me lamento eh? È un momento d’oro, ma devi sta pure attento a tutto quello che dici che tutti te danno retta, ma o sai che è mpeso questo? Ma o sai che è mpeso vero? Almeno quando c’era il latino la buttavamo un po’ in caciara, adesso tocca pure dì le cose precise!
Serena: ma scusi padre, voi comunque vi attenete alle parole del vangelo
Pizarro: a parola de chi? Ma che stai a scherzà? Ma te nun zai er lavoro che c’è dietro! Er lavoro dii secoli! O sai i vangeli veri quanti sono? Sedici! Dentro ce stanno le cose più assurde su quello che po’ avé detto e fatto gesù cristo da mettese le mani nei capelli!
Noi se semo capati i meglio, quelli che più ce potevano servì ma poi non sai quanto ci abbiamo lavorato sopra uuuuh (i secoli a mette e toglie) diceveno dee cose che no stavano ne in cielo ne in terra! . . .
Serena: cioè lei sta dicendo che i vangeli non sono i documenti originali ma sono stati manipolati?
Pizarro: ma che stai a scherzà? Ma te o sai la madonna de fatima qual’è l’urtima frase che ha detto alla pastorella, l’urtima frase quella vera? “Vamme a comprà le sigarette”… ma te pare che a lasciavamo? Ma ce dovreste ringrazzià!
Serena: ma si rende conto di quello che sta dichiarando pubblicamente….
Pizarro: A seré ma dechecosa? Ma guardamese neee palle dell’occhi:
Io te e dico fra me e te, dico stretta tra me e te… ma domani si te incontro pe strada nun te conosco e nun te saluto.
Serena: Ma guardi che stiamo in televisione!
Pizarro: Ee capirai, in televisione se po’ dì tutto e er contrario de tutto, domani famo la smentita e dopodomani moo scordato… capirai, co sta testa che ciò… er problema mio e de no scordammelo prima della smentita…
Serena: scusi Ma allora qual è la verità…
Pizarro: A Sere, stretta tra me e te, la verità???ma che te pensi che non li leggemo i giornali, ma che venimo dalla montagna del sapone? Che non lo sapemo l’universo come è fatto? La teoria attuale che poi è una rielaborazione della teoria delle stringhe, si chiama M theory e dice che ce stanno Undici dimensioni e infiniti universi paralleli
Serena: Ah, lei crede a questo?
Pizarro: No, questa è la realtà, no è che credo! Così stanno le cose, ce stanno le equazioni te le poi annà a vedé o sai che se viaggi in un certo modo attorno ad un buco nero supermassivo in rotazione poi viaggiare avanti e dietro nel tempo a piacere?
Serena: E quindi, scusi, infiniti universi paralleli? quindi lei è per la scienza..? dio c’é?o Non c’é? Non capisco. . .
Pizarro: Infiniti universi paralleli, a seré: Dio po esiste, non esiste, staccene quattro, due negri, du giapponesi, co a barba senza barba. . . nun conta più niente. È tutto superato, colla palla de vetro ce indovini deppiù. Per fortuna alla gente non gliene frega niente se no dovremmo pure di che non è vero. . . perché santo quarcheccosa ja parlato un angelo e ja detto che le quazioni so dee grandissime fregnacce. Artro che galileo, armeno quello era uno, lo facevi sta zitto, questi sò migliaia, so americani stanno a sti centri de scienziati sotto terra co sti acceleratori de particelle, vaje a di quarcosa te, vaglie a da foco uno a uno. Una vorta i Giordano Bruno pijavano subito. . .
Serena: Sono sconvolta lei praticamente mi sta dicendo che neanche lei crede. . .
Pizarro: Ancora con sto crede. E’ lavoro! Me interessa soltanto ogni tanto paa curiosità de capì come è fatto l’universo quello vero. . . anche perché noi poracci pe tutto il giorno stiamo in un mondo de fantasia… pure te ogni tanto dovrai staccà co sti comici mica te li porti pure a casa…
Serena: Sono allibita. . . pensavo ci fossero dei valori dietro..
Pizarro: (si volta di scatto) ma che sei matta? , me fai pià un corpo!
Serena: senta comunque a prescindere dalla dottrina su cui uno può anche avere dei dubbi, l’idea di Dio però è ancora molto forte, molte persone comunque credono in qualcosa perché dicono che tutto è troppo perfetto e non può essersi creato da solo, con l’evoluzione
Pizarro: brava, cioè te non riesci a crede che tutto se po’ esse creato da solo allora te inventi uno che non solo s’è creato da solo ma ha pure creato tutto il resto, ma allora te voi proprio complicà a vita. Niente stamo ar medioevo quà, stamo ar medioevo…
Serena: ma scusi ma allora qual è il senso della vita? Qual è il fine, lo scopo della vita?
Pizarro: a seré imparete sta filastrocca: er senso della vita è la vita, er fine della vita è la fine!
Serena: buonasera
Pizarro: buonasera… niente stamo ar medioevo proprio… c’ha ragione mio figlio

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