martedì 25 settembre 2007

Una riflessione chiave per la fede a partire dal nuovo libro di F. Barbero

Il dono dello smarrimento

di g.g.


Come avviene il passaggio da una fede imprigionata nelle strutture autoritarie, una fede confessionalistica, inconsapevole, sottomessa al potere, ad una fede matura, liberata, profondamente radicata nel quotidiano, che nasce dalla difficoltà della ricerca e che si fonda sulla fedeltà al vangelo?

Non si tratta di una domanda di facile risposta! O, meglio, potrebbero essere date molte risposte. Certo si tratta di un problema che è vivo nel cuore di chi cerca di essere fedele al vangelo. Un nodo centrale. Il passaggio dalla fede del catechismo ad una fede vissuta con consapevolezza.

Alcuni potrebbero rispondere che gli uomini non sono uguali, che i processi di maturazione della consapevolezza sono individuali e che dipendono dagli stati di coscienza finora attraversati. Che alcuni crescono e che altri restano imprigionati nell’inconsapevolezza di sé. In qualche modo tutto questo è vero. Questo ragionamento, però, non spiega tutto e potrebbe voler giustificare la superiorità di alcuni individui rispetto ad altri con le relative teorie filosofiche, antropologiche, ecc. Occorre cercare un modo nuovo per affrontare il problema, che sia fedele all’annuncio della basileia di Dio, annuncio che è rivolto a tutti, specialmente ai poveri, agli esclusi e agli oppressi.

Bisogna partire dall’analisi sociologica della struttura ecclesiastica. La chiesa cattolica è assimilabile, infatti, alle metafore sociologiche del guard(i)a-caccia e del cacciatore: da una parte cerca di salvaguardare il proprio “gregge” e i privilegi acquisiti; e dall’altra cerca di allargare la propria influenza ed accrescere i propri adepti. Tutto ciò determina una struttura verticistica e chiusa, dove ogni singolo tassello è funzionale al potere e all’organizzazione della struttura stessa. Questa formula si dimostra vincente ed efficace socialmente. Con questa organizzazione la chiesa non è funzionale al messaggio evangelico, ma al contrario, il messaggio evangelico viene utilizzato funzionalmente dalla struttura stessa per giustificarne l’esistenza.

Questo sistema strutturale, tuttavia, non esclude totalmente al suo interno la possibilità di generare individui o gruppi che mettono in discussione il sistema stesso. Capita, infatti, che avvengano dei dissensi, degli elementi che periodicamente mettano in discussione l’esistenza della struttura stessa attraverso movimenti che fanno emergere le contraddizioni interne. La struttura ecclesiastica risponde efficacemente attivando al suo interno dei meccanismi, assoluti e/o contingenti, di esclusione degli individui ritenuti pericolosi per la sopravvivenza del sistema.

Tale meccanismo è provato dall’esistenza di una serie di sanzioni disciplinari all’interno della chiesa cattolica, la scomunica per esempio, che non esistono nel mondo ebraico e nella tradizione del popolo di Israele.

Per cui avvengono due movimenti. Il movimento di chi dissente apertamente e esplicitamente, per cui subisce delle sanzioni (sospensione, scomunica, divieto di insegnamento...) che lo portano ad essere escluso dal sistema per una scelta esplicita. E il movimento di chi, per una ragione che potremmo chiamare “ontologica”, dissente semplicemente per il fatto di esistere in quanto consapevole del proprio essere se stesso (questo avviene per le persone omosessuali, le donne, ecc). Queste persone, o accettano di essere “metabolizzate” attraverso l’imposizione di un ruolo socialmente e dottrinalmente accettabile, processo che rappresenta un’alienazione del proprio io, oppure tendono ad essere escluse implicitamente attraverso un sistema giuridico/dottrinale che salvaguardia la struttura da ogni possibile crepa.

Qui avviene la rottura. Le persone, gli individui, i gruppi che subiscono i processi di esclusione, che prendono coscienza di tali strutture di repressione e che si sentono non tollerati all’interno della chiesa maturano una situazione/sentimento/coscienza che chiameremo “smarrimento”.

Questo smarrimento nasce dall’impossibilità di accettare e di riconoscere nella propria vita le formulazioni dottrinali imposte dall’autorità ecclesiastica, che tuttavia non derivano direttamente dal messaggio evangelico. Si tratta di un periodo di crisi che può durare anche diversi anni e che può essere generato da fattori che attengono la propria differenza, il proprio orientamento sessuale, la ricerca e i cammini compiuti, la presa di coscienza delle profonde contraddizioni che caratterizzano la struttura ecclesiastica.

Dallo smarrimento possono nascere due risposte. La prima è il completo allontanamento dalla fede perché vista fortemente in relazione con la struttura-chiesa. La seconda è la travagliata ricerca di una fede liberata e consapevole che si manifesta nel profondo attaccamento alla vita nella sua quotidianità, e che non teme di mettere in discussione le certezze e le formulazioni dogmatiche.

Lo smarrimento, quindi, è il luogo teologico privilegiato per la ricerca di nuove soluzioni al disagio e all’incertezza che caratterizzano la vita sociale ed ecclesiale di molte persone.

Questo concetto chiave della fede è affrontato da Franco Barbero nella seconda edizione del suo libro Il dono dello smarrimento, Il Segno dei Gabrielli editori, 2007. «La proposta di Franco Barbero è alternativa a una visione che risponde all’incertezza con scelte di stampo dogmatico e tradizionalistico. In realtà per Barbero la “tradizione” è un oceano mosso e vitale, attraversato da mille correnti: immobilizzarla significa non riconoscere la vitalità cristiana nei secoli, la sua fioritura plurale. Questo è tanto più vero se allarghiamo il problema al confronto ecumenico e al dialogo interreligioso». (Dalla presentazione del libro).

Il dono dello smarrimento, che a prima vista potrebbe apparire un non-senso, può essere la categoria di giustificazione del passaggio da una fede catechistica e integralista ad una fede consapevole e liberata, attaccata e fedele alla vita e proiettata verso l’altro nel suo manifestarsi escluso, povero, affamato, diverso...


Il libro può essere acquistato nelle librerie, oppure può essere scaricato, nella versione della prima edizione cliccando qui.

giovedì 6 settembre 2007

Un bilancio a 40 anni dalla Populorum progressio

"Progresso dei popoli" o trionfo del papato?
di José María Castillo

Nel 1967, quando Paolo VI pubblicò l’enciclica Populorum progressio, la Chiesa viveva un momento decisivo. Da poco più di un anno si era concluso il Vaticano II. Uno dei problemi più gravi che in quel momento affrontava la Chiesa era vedere se il papato avrebbe preso sul serio il Concilio o se, piuttosto, si sarebbe preoccupato di mantenere ad ogni costo il suo potere e il controllo della Curia sul Collegio dei vescovi e, mediante loro, il dominio sulla Chiesa intera. Senza entrare qui nelle questioni tecniche legate a questo tema e nella sua storia tormentata, una cosa è risultata chiara negli ultimi quarant’anni: il papato è stato più forte del Concilio. E anche più forte del Collegio episcopale e della Chiesa intera. Ha trionfato il papato. E, con esso, la Curia vaticana, i suoi monsignori e i suoi teologi. Ma è stato questo il meglio per la Chiesa e per il mondo? Questo è uno dei problemi più seri che dobbiamo affrontare a 40 anni dalla pubblicazione della Populorum progressio. Perché?
Per rispondere a questa domanda, la chiave si trova nel termine progressio, “sviluppo”. La Chiesa deve centrarsi sul progresso di se stessa o su quello dei popoli? Il compito centrale della Chiesa, cioè, è quello di difendere le proprie verità, il proprio potere, il proprio influsso sulla società, i propri diritti e le proprie prescrizioni? O, al contrario, il compito centrale della Chiesa è promuovere lo sviluppo dei popoli, alleviare la sofferenza degli ultimi di questo mondo, mettersi dalla parte di quelli che sono considerati i “nessuno” della terra? La risposta di Paolo VI a questa domanda risulta chiara nel titolo dell’enciclica: quello che ci deve preoccupare e interessare è lo sviluppo dei popoli prima che quello della Chiesa. Questa risposta del papa nel 1967 si fece più evidente nel ’68, quando Paolo VI presiedette l’apertura della Conferenza dell’episcopato latinoamericano a Medellín (Colombia). Avvenimento che viene considerato il punto di partenza della Teologia della Liberazione. In quel momento, per come si vedevano le cose allora, sembrava che la Chiesa avesse optato non per l’esaltazione del papato ma per lo sviluppo dei popoli. E in modo molto speciale per la liberazione dei poveri e degli oppressi.
Tuttavia, quanto ho appena detto esprime una visione parziale e, pertanto, incompleta di quello che realmente succedeva nella Chiesa. Perché, come ben sappiamo, papa Montini era, secondo l’espressione che viene attribuita a Giovanni XXIII, “il nostro Amleto di Milano”. Un uomo che, come il principe danese di Shakespeare, “aveva la tendenza più a dubitare e a vacillare che a decidere” (H. Küng). Un modo d’essere che lo portò ad anteporre il progresso dei popoli agli interessi della Chiesa, ma, allo stesso tempo, a proibire che nel Concilio si ponesse il problema del celibato dei preti e, dopo la sua presenza a Medellín a sostegno della liberazione dei poveri, a pubblicare la Humanae vitae, accentuando così la crisi di credibilità che, da allora, soffre il magistero della Chiesa. Il fatto è che Paolo VI fu un papa indeciso, che non fu capace di riformare la Curia, come aveva chiesto il Concilio. Un papa che pensò molto e decise poco. E che, quando prese decisioni importanti, fu precisamente a favore delle tesi che, nel Vaticano II, aveva difeso la teologia integrista della Curia con i suoi scribi.
In ciò penso si trovi una delle chiavi che ci mostrano, a 40 anni dalla Populorum progressio, il perché la Chiesa, nel 2007, abbia parlato molto della liberazione dei poveri ma abbia promosso e potenziato in realtà il potere del papa e della Curia. I documenti sociali di Paolo VI e Giovanni Paolo II sono stati abbondanti. Ma quello che davvero cambia la Chiesa non è quello che il papa dice nelle encicliche, ma quello che il papa fa nel governo della Chiesa. E sappiamo bene che quello che il papato ha fatto, in questi 40 anni, è stato soprattutto potenziare l’immagine pubblica del papa, il suo prestigio nel mondo, il suo potere e la sua influenza di fronte ai magnati della politica e dell’economia. Questa scalata al potere da parte del papa inizia già con Paolo VI, ma raggiunge la vetta più alta con Giovanni Paolo II. Ero a Roma il giorno in cui seppellirono Giovanni XXIII, in un funerale semplice, di pomeriggio, con piazza San Pietro piena di gente semplice, di gente del popolo, che piangeva (sic) la morte di quell’uomo semplice ed umile. La splendente mattina in cui hanno seppellito Giovanni Paolo II, piazza San Pietro era occupata da più di duecento capi di Stato, i grandi della politica e del mercato, ben protetti dalla polizia e dall’esercito. L’impressionante funerale di Giovanni Paolo, uno spettacolo incredibilmente abbagliante, ha seppellito non solo papa Wojtyla ma anche la Chiesa voluta da papa Giovanni.
Negli ultimi 40 anni, la distanza tra i più ricchi e i più poveri del mondo è diventata un abisso che opprime tutti. I maggiori responsabili di questa situazione apocalittica non sono stati quelli che erano in piazza San Pietro al funerale di Giovanni XXIII, ma i magnati che occupavano il centro della piazza la mattina in cui è stato seppellito Giovanni Paolo II. Un papa che, lasciando questo mondo, ha mostrato molto chiaramente che le encicliche sociali servono a poco, se chi le scrive mantiene le migliori relazioni possibili con i maggiori responsabili del fatto che in questo mondo vi sia tanta fame, tanta umiliazione e tanto dolore. Oggi sappiamo molto bene che Giovanni Paolo II prese molto seriamente la lotta contro il comunismo e che, a questo scopo, potenziò il sindacato Solidarnosc in Polonia. Per rafforzare Solidarnosc, Giovanni Paolo II aveva bisogno di molto denaro. E lo ottenne mediante accordi segreti con l’amministrazione Reagan, come hanno dimostrato Carl Bernstein e Marco Politi, nel loro noto libro His Holiness (“Sua Santità”) (1996).
Giovanni Paolo II fu sensibile alla minaccia reale del comunismo. Non fu ugualmente sensibile alla minaccia del capitalismo. Giovanni Paolo II trionfò il giorno in cui cadde il muro di Berlino. Ma quel papa non si rese conto che, da quel giorno, il capitalismo diventava padrone e signore esclusivo del mondo. E le conseguenze sono davanti agli occhi di tutti. Il prestigioso (e moderato) economista Jeffrey Sachs, nel suo studio The End of Poverty (“La fine della povertà”) (2005), ha detto: “Attualmente, più di otto milioni di persone muoiono tutti gli anni in tutto il mondo perché sono troppo povere per sopravvivere”. Se questo si poteva dire già negli anni Novanta e, naturalmente, si può dire in questi primi anni del XXI secolo, ciò significa che, se nei Paesi comunisti (secondo il noto e ben documentato Libro nero del comunismo) sono state assassinate circa 90 milioni di persone in più di mezzo secolo, nel mondo capitalista si sono uccisi più di 130 milioni di esseri umani in poco più di 15 anni. Il capitalismo si spinge nel crudele ufficio di uccidere più in là del comunismo o del nazismo, per citare due esempi drammatici e recenti.
È evidente che la crudeltà del sistema capitalista, così come esso funziona, è ai poveri della terra che fa più male. Ma non solo ad essi. Fa male anche alla Chiesa e al papato. Perché lesiona gravemente la credibilità del magistero ecclesiastico. Chi può credere a quello che dicono le encicliche sociali della Chiesa, se i papi vengono ricevuti con tutti gli onori dai massimi responsabili del dolore a cui gli stessi papi dicono di voler porre rimedio in tali encicliche? Si è detto, con ogni verità, che “una convinzione si definisce dal fatto che orientiamo il nostro comportamento in base ad essa”. O, detto in modo più semplice, “una convinzione è una regola di comportamento” (J. Habermas). Se è così, si può pensare che i papi siano seriamente convinti di quello che dicono nelle loro encicliche sociali? Come possono essere convinti che il dolore dei poveri sia la cosa più urgente a cui porre rimedio, se poi ricevono solennemente, e così “legittimano”, i maggiori responsabili del dolore dei poveri? Queste domande ci pongono di fronte a una questione molto grave. Perché non dobbiamo mai dimenticare che la fede religiosa non è un mero sapere, ma anche (e soprattutto) una convinzione. Ma si può pensare che credano nel Vangelo quanti si comportano come i grandi e i notabili di questo mondo, come si vede che fanno i papi, parecchi cardinali e molti vescovi?
Il 6 agosto 1984, l’attuale papa, allora card. J. Ratzinger, rese pubblica l’Istruzione su alcuni aspetti della Teologia della Liberazione. Il verdetto dell’Istruzione era di condanna. Di questo si è già scritto molto e non lo ripeterò qui. Quello che credo vada sottolineato è che, nel caso di questa Istruzione, non è avvenuto ciò che suole avvenire con le encicliche sociali. Le encicliche restano mera dottrina. L’Istruzione, oltre che dottrina, fu espressione di una convinzione. E questa volta, senza dubbio, convinzione che, essendo autentica, sfociò in “comportamento”. Il comportamento che ha avuto il Vaticano con le Comunità di Base, con i teologi della Liberazione, dalla condanna di Leonardo Boff al documento contro la teologia di Jon Sobrino, e soprattutto nella “politica” delle nomine dei vescovi seguita negli ultimi 25 anni. Il papa e la Curia hanno la salda e decisa “convinzione” che alla Chiesa interessano più i vescovi sottomessi a Roma che i vescovi fedeli al Vangelo. Interessano più i vescovi che non causano problemi con i governi che i vescovi che lottano per difendere i poveri. E, più di ogni altra cosa, quello che veramente interessa in Vaticano è che i vescovi, i preti, i religiosi e le religiose, i fedeli tutti, vivano la mistica della sottomissione a quanto dice il papa e a quanto decide il papa. E, oltre a ciò, al Vaticano interessa avere fedeli che amino il papa. Perché non dimentichiamo che, come ha detto Pierre Legendre, “l’opera maestra del potere consiste nel farsi amare”. Perché così, e solo così, si perpetua la sottomissione.
Il papato lo ha ottenuto. Il suo trionfo, in questo senso, è innegabile. Ma è stato ed è il meglio per la Chiesa? Il noto scrittore John Cornwell, riferendosi a Giovanni Paolo II, ha detto che “quando il papato cresce in importanza a scapito del popolo di Dio, la Chiesa decade in influenza morale e spirituale, a danno di tutti noi”. Si può pensare ragionevolmente che Cornwell abbia centrato il punto.
(da Adista 54 - 21 luglio 2007)

domenica 2 settembre 2007

Una lettera di critica a Franco Barbero

Critiche? Alcune risposte.
Pubblichiamo una lettera giunta dal Giappone che critica la recensione di Franco Barbero sul libro di Ratzinger. Dopo la lettera la nostra risposta.

Martedì 7 agosto 2007

L'articolo di Franco Barbero sul libro di Ratzinger e' semplicemente ridicolo, anche sia perche' dimostra di non averlo letto, sia perche' dimostra di non sapere cosa sia il metodo critico, sia perche' confonde la cristologia (che e' competenza della dogmatica) con gli studi biblici.
Quello del signor Barbero, ex sacerdote cattolico ridotto allo stato laicale dalla Congregazione per la Dottrina della Fede, e cioe', da Ratzinger, ha tutto il sapore di una acrimoniosa vendetta personale. La malafede e' tale, che dichiara di non aver letto mai il libro, ma si prodiga tanto a criticarlo in astratto.
Ad ogni modo non e' il modo di parlare di un cristiano, di qualunque orientamento sia, progressista o tradizionalista che sia.
Dovrebbe anzi ringraziare Ratzinger, che avendolo sollevato dagli obblighi clericali, puo' dedicarsi alla edificazione di una chiesa personale, come egli pensa di capire meglio il cristianesimo.
Mi dispiace comunque per voi, che siete il seguito di un cosi' cattivo maestro.
Saluti

Davide Verni (Tokyo)


Gentile Signor Davide Verni,

è con piacere che rispondo alla sua lettera. Mi consente, infatti, di chiarire alcune questioni che sono fondamentali. Inoltre lo scambio di opinioni – seppure diverse - è sempre molto positivo: il confronto, infatti, è una pratica di libertà a cui spesso preferiamo rinunciare.

Nella sua lettera mi sembra di leggere una critica che va oltre i contenuti, sfocia in sentimenti negativi e ha una forte carica emozionale. Di questo mi dispiaccio. Non è mio compito, infatti, “difendere” Franco Barbero dai giudizi che lei esprime – che toccano il personale – ma cercherò di analizzare la sua lettera nei contenuti. Per cominciare mi permetto di ricordarle l’invito che lo stesso Ratzinger ha fatto ai suoi lettori – dichiarando anche la possibilità di un contraddittorio: “Questo libro non è magisteriale. Perciò ognuno è libero di contraddirmi. Chiedo solo alle lettrici e ai lettori quell'anticipo di simpatia senza il quale non c'è alcuna comprensione".

Lei afferma, ben due volte, che Barbero non ha letto il libro di Ratzinger, oltretutto utilizza la parola “ammette”. Non riesco a capire da dove nasca tale considerazione. Barbero non ha mai affermato una cosa simile. Forse lei ha in mano dei dati che giustificano tale asserzione, tuttavia posso testimoniare di persona che Franco Barbero ha letto il libro di Joseph Ratzinger Gesù di Nazaret.
Forse questa sua considerazione nasce dal travisamento che lei ha compiuto dell’incipit della recensione di Barbero pubblicata su MicroMega (4/2007): “Può essere imprudente o prematuro esprimere una valutazione complessiva della ponderosa opera di Joseph Ratzinger prima che compaia il secondo volume”. Tuttavia continua a rimanere oscura, almeno per me, la fonte della sua affermazione: “La malafede è tale, che dichiara di non aver letto mai il libro, ma si prodiga tanto a criticarlo in astratto”.

In un’altra critica, peraltro non argomentata, lei afferma che Barbero “dimostra di non sapere cosa sia il metodo critico, perché confonde la cristologia (che è competenza della dogmatica) con gli studi biblici”. Non credo che Barbero faccia tale confusione. Piuttosto è Ratzinger a far dipendere la ricerca storico-critica dalle affermazioni dogmatiche, affermando in tal modo la sudditanza della ricerca storica ed esegetica al dogma. Si tratta di ambiti scientifici separati e con finalità totalmente diverse. Una delle critiche più gravi che Barbero rivolge a Ratzinger riguarda la totale (voluta) indifferenza rispetto alla ricerca scientifica sul Gesù storico. Fa pensare che l’unico autore italiano citato nel libro sia Vittorio Messori, autore che certo non può essere considerato un esegeta, uno storico, un teologo, se non piuttosto un divulgatore molto mediocre (se non altro “non scientifico”).

Secondo lei quella di Barbero sarebbe una “acrimoniosa vendetta personale”. Tuttavia Barbero riconosce “la passione sincera e profonda di Joseph Ratzinger. Mi piace riconoscerlo senza mezzi termini all’inizio di questa recensione critica”. Ma questa frase a lei non basta e, credendo alla malafede di Barbero, non esita a sferrare un attacco personale. Parla di Barbero usando l’appellativo “signor”, credendo in questo modo di diminuirne la dignità ecclesiale e di sottolinearne la perdita dello stato clericale. Lei dovrebbe sapere meglio di me che quella che lei così usa è una figura retorica alquanto bizzarra. Infatti l’appellativo “don”, che tradizionalmente viene rivolto ai preti secolari, è una contrazione dal latino del termine dominus che significa – pensi un po’ – nient’altro che “signore”. Se crede di fare uno smacco al nome di Barbero, usando la parola “signor”, lei non fa altro, invece, che affermare la stessa cosa che non vorrebbe affermare, traducendola dal latino al volgare.

Le sue imprecisioni non finiscono. Io credo che quando si affrontano determinati temi occorra precisione. Le parole, infatti, non sono semplici contenitori, l’utilizzo di un termine al posto di un altro non rappresenta soltanto una questione formale. Lei afferma di Barbero che egli sia un “ex sacerdote cattolico ridotto allo stato laicale”. Due errori.
1) Non è corretta l’affermazione “ex sacerdote”. Le risparmio qui le argomentazioni teologiche sul sacerdozio universale e sull’unico sacerdozio di Cristo. Mi basta qui citarle il canone 290 del Codice di diritto canonico (CIC): “Dopo essere stato validamente ricevuto, l’ordine sacro non può mai essere reso invalido”.
2) Per ciò che riguarda la terminologia “ridotto allo stato laicale” posso dirle che non si parla mai nella chiesa di “riduzione allo stato laicale”, non ne troverà mai cenno nel CIC, si parla piuttosto di “dimissione dallo stato clericale”. I motivi di questo distinguo li lascio indovinare a lei.

Lei utilizza il termine “cristiano” come equivalente di "cattolico": questo potrebbe anche passare se non fosse che lei afferma, in questo modo, un’identità che crede condivisa; ma lei conosce forse “il modo di parlare dei cristiani” ortodossi, valdesi, anglicani, ecc..? Inoltre non mi sembra che Barbero utilizzi categorie dialettiche che non potrebbero essere utilizzate dai cristiani. (cfr., in questo senso, il commento al libro di Ratzinger del teologo valdese Garrone). Lei forse vede nelle parole di Barbero odio e rancore, ma io – e mi scusi se mi permetto – questi sentimenti li vedo piuttosto nelle sue parole.

Definisce Barbero come costruttore di una sua “chiesa personale”. Quella di Barbero non è una chiesa personale, egli fa parte della chiesa di Cristo come ne facciamo parte lei ed io. La comunità di Barbero – di cui peraltro egli è solo il presbitero – è parte del vasto e complesso movimento delle Comunità di base e delle innumerevoli reti di persone e di gruppi che all’interno (seppure ai margini) della chiesa lavorano in silenzio manifestando il dissenso in forma profetica.

Un'ultima considerazione. Noi non siamo al seguito del “cattivo maestro” Barbero. C’è soltanto un Maestro e questo dovrebbe saperlo. Tutto il resto (persone, profeti, comunità, movimenti e chiese) è soltanto strumento e mezzo per camminare sulla strada di Gesù di Nazaret verso il regno di Dio.

Saluti fraterni
g.g.

venerdì 31 agosto 2007

Lettera di don Dino D'Aloia al vescovo di San Severo Lucio Renna

Una lettera piena di fede
Lettera (molto bella) che don Dino D'Aloia indirizza al suo vescovo per esprimere il proprio percorso spirituale ed intellettuale. In essa vengono trattati i temi della fede con grande fedeltà alla vita quotidiana. Una fedeltà che testimonia il regno di Dio.
Caro vescovo Lucio,
con trepidazione le scrivo questa lettera che è il frutto di tanta meditazione, preghiera e lacrime di questi ultimi anni.La consegno volentieri nelle sue mani perché mi fido di lei, la stimo, la sento una persona buona, sensibile, sincera. Questo mio scritto nella prima parte racconterà il mio percorso interiore ed ecclesiale e nella seconda esprimerà con chiarezza dove sono arrivato oggi e la mia attuale professione di fede.

Sono entrato in seminario dopo il liceo, a 19 anni, con il grande desiderio di vivere la mia vita sulle orme di Gesù che era e rimane il mio luminoso modello di vita. Quell’entusiasmo per il Vangelo è vivo in me, come allora, e anzi è persino cresciuto. Oggi, però, dopo dodici anni di presbiterato, tanti miei modi di pensare sono cambiati, si sono evoluti in modo nuovo. Non voglio dire che ora conosco “la verità”oggettivamente e che prima ero in errore; dico solo che a causa di questo cambiamento sto vivendo da qualche anno ormai una sofferta lacerazione esistenziale: da una parte c’è il mio ruolo di prete cattolico che mi chiede di credere, di predicare e di testimoniare determinate cose, dall’altra c’è ormai ciò che ho acquisito profondamente e che ormai mi appartiene. Mi sento come in una condizione di tradimento costante, o verso la chiesa cattolica perché non dico tutto ciò che mi chiede di professare, o verso le persone con cui entro in contatto perché anche a loro dico solo alcune cose che sento mentre taccio le altre che non posso dire. Questa sofferta crisi è cominciata nell’anno 2000, ed è scaturita da conversazioni, letture, riflessioni ed esperienze personali.

In seminario avevo ricevuto tanti insegnamenti che avevo favorevolmente accolto, ma quando mi sono lanciato nell’esperienza dell’insegnamento della religione a scuola e più in generale nell’azione pastorale diretta, ho continuato a confrontarmi, ad approfondire e ad elaborare. In questi anni di rielaborazione ho fatto un cammino di dialogo con il vescovo Michele Seccia; abbiamo cercato di rispettarci a vicenda o almeno l’abbiamo desiderato. Nonostante questo confronto io non ho modificato alcune mie visioni dogmatiche che non venivano considerate confacenti al credo cattolico. Il 5 luglio del 2004 inviai per iscritto un documento al vescovo nel quale facevo una mia professione di fede, e quando qualche giorno dopo il vescovo mi disse che stava per essere avviato il percorso della mia sospensione a divinis, allora, per non prendere decisioni affrettate, congelai ogni mia iniziativa definitiva a riguardo e feci mia l’interpretazione cattolica del credo niceno costantinopolitano nell’attesa di ulteriori approfondimenti. Così impedimmo, il vescovo ed io, la sospensione a divinis; intanto venni privato dell’insegnamento della religione cattolica presso il Liceo Tondi di San Severo, cosa che amavo moltissimo. Da allora ebbi dal vescovo il compito di vivere un anno “sabatico” presso comunità cristiane di fiducia del vescovo Seccia, tra cui Camaldoli e Bose. Lo feci. Fu un anno ricco di ulteriori scoperte ed incontri. Siccome non rivedevo ancora alcune mie posizioni dottrinali nel settembre 2005 il vescovo mi chiese di andare ancora a vivere un altro anno sabatico. Io non accettai, perché mi sembrava che quella non fosse la strada più utile da percorrere, e così da allora sono rimasto in diocesi senza incarichi pastorali di alcun tipo, esclusa la cappellania in carcere. Presiedo la messa a Santa Maria di Ripalta in Lesina la domenica e ogni giorno da poco tempo al santuario del Soccorso.

Oggi, dopo questi anni di riflessione, studio e meditazione, posso dire che le mie convinzioni hanno preso forma e consistenza dentro di me, cioè non sono più ipotesi peregrine e oscillanti. Sono entrate a far parte di me, profondamente. Io non so se e come mi evolverò domani. So solo che non posso negare che oggi sono così.

Oggi che la fase più convulsa della mia crisi è terminata mi sento un uomo sereno, felice, amante della vita. Non porto rancore né disprezzo per alcuno. Ritengo la Chiesa Cattolica una istituzione ricca di uomini e donne grandi e straordinari che mi hanno dato tanto e verso la quale provo molta riconoscenza. Non ho alcuna intenzione e velleità di dare lezioni di morale ad altri o alla gerarchia della Chiesa cattolica. La mia è solo una divergenza, profodamente sedimentata, su alcune questioni di dogmatica e di disciplina ecclesiale. Non mi soffermo su tutto ciò che condivido della tradizione cattolica perché non è l’obiettivo di questa professione di fede, dico solo che in tante cose mi ritrovo perfettamente.Ora sono qui a dirle la mia attuale professione di fede per essere chiaro con lei fino in fondo. E’ per me un’esigenza di coerenza. Attendo da lei consigli per il mio cammino che certamente valuterò con attenzione.

Innanzitutto la mia nuova visione delle cose oggi poggia su una intuizione molto semplice, persino ovvia e banale, che appartiene addirittura al frasario comune delle conversazioni tra i non addetti ai lavori, e cioè che noi siamo cristiani perché siamo nati in una nazione cristiana, da genitori cristiani. Se fossimo nati altrove confesseremmo di sicuro altre fedi. Io sono molto contento di appartenere alla mia tradizione di fede, ma ritengo che la nostra costituisca uno dei diversi modi esistenti, ricco come altri, di immaginare Dio, di fare esperienza di Lui e di vivere nella sua pace. Oggi sono molto curioso di conoscere da vicino le altre confessioni cristiane e le altre religioni perché voglio confrontarmi con loro per offrire i tesori della mia tradizione e per imparare e accogliere le intuizioni che possono venire dalla loro. Le altre religioni storiche sono per me tutte ricche di valore e capaci ognuna di dire qualcosa di unico e di irripetibile della bellezza di Dio e della saggezza umana. Nessuna riesce ad esaurirle e nessuna è migliore di un’altra. Non concordo con il nostro Magistero ufficiale quando dice che noi, in quanto Chiesa Cattolica, abbiamo maggiore pienezza di verità o di strumenti di salvezza rispetto alle altre religioni. Ogni via religiosa può favorire la salvezza, cioè la pienezza di vita dei suoi fedeli, attraverso la sua intrinseca rispondenza ai bisogni fondamentali e vitali dell’uomo e cioè a quelli di amore, giustizia, bellezza e pace. Ogni via religiosa rispondente alle esigenze fondamentali dell’uomo è in sé salvifica. Le verità profonde incarnate in Gesù, Budda, Confucio e altri, non si escludono a vicenda, bensì si integrano e si completano l’un l’altra. Dire che solo in Cristo c’è salvezza e che solo nel suo nome possiamo essere salvati, significa per me che solo nell’amore e nella giustizia c’è vita piena. L’agape è dunque l’unica mediazione per la nostra salvezza ed evangelizzazione per me significa camminare insieme, cristiani e non, per crescere tutti nel vivere l’amore e nel praticare la giustizia.

Da questo bisogno di apertura che sento imperante dentro di me è nata una ricerca di respiro ecumenico (soprattutto sulla linea dell’Istituto di Ricerca Teologica di Tubinga di H. Kung e J. Moltmann) che mi ha portato ad accogliere diversi aspetti dottrinali che mi erano nuovi e, che ho trovato davvero liberanti:

1) una concezione della Sacra Scrittura non come l’unico testo ispirato da Dio, ma come uno dei diversi e nobili condensati di esperienza religiosa e di saggezza di un popolo. La bibbia è per me parola di uomini appartenenti ad un popolo ben preciso il quale vi ha raccolto la sua esperienza del Dio che libera. Io credo che tale esperienza di Dio sia stata davvero grande ed autentica e che davvero la Sacra scrittura raccolga una esperienza forte di rivelazione divina, nelle categorie culturali di quel tempo. Proprio perché quegli uomini hanno fatto una vera esperienza di Dio, la bibbia è anche parola alta e, in questo senso, divina e ispirata. Allo stesso modo io ritengo parola divina il condensato della esperienza autentica di Dio compiuta da altri popoli in modi diversi e in condizioni storiche e culturali diverse da quelle del popolo ebraico. La bellezza e la verità della bibbia e delle altre scritture sacre di altre religioni, a mio avviso, si basa sulla bellezza e sulla verità dell’esperienza religiosa autentica da cui sono nate.

2) una concezione del Magistero della Chiesa come di un tentativo, spesso davvero generoso, all’interno della nostra visione di Dio, di chiarire i contorni della nostra esperienza di fede e delle sue implicazioni di carattere dogmatico, liturgico, morale, giuridico. Ne sono conseguiti dei risultati davvero belli, frutto della riflessione e della esperienza spirituale dei cristiani che nei secoli ci hanno preceduto. Ma le definizioni e i dogmi che si sono costruiti con tanto sforzo nei secoli, sono pur sempre degli approdi provvisori e precari, frutto dell’epoca in cui sono stati elaborati, e non verità concettuali infallibili o immutabili. Anzi, io credo che nessuna autorità, neanche quella papale, sia infallibile in materia di fede e di morale o di altro, in quanto la comprensione umana, e quindi anche quella dei papi, è sempre limitata e in cammino. Oggi ci si deve sentire in dovere di reinterpretare in modo nuovo e creativo quegli stessi dogmi, riaggiornandoli alla luce delle nuove conoscenze, dei cambiamenti culturali odierni e dei nostri linguaggi. Io oggi vedo la Trinità non come una triade di Figure divine personali, ma come il movimento storico della presenza del nostro unico Dio, che da Padre si rende visibile nella figura e nell’opera dell’uomo Gesù e abita la nostra storia e le nostre vite come Spirito consolatore. Aderisco dunque a questa visione storica della identità trinitaria e non a quella metafisica e personalistica. Questa visione, tra l’altro, darebbe ragione molto di più della nostra radice comune con gli ebrei e i musulmani, per i quali il nostro Dio Uno e Trino risulta del tutto inaccettabile. Gesù Cristo quindi io oggi lo vedo come un uomo, il più vero e significativo degli uomini che io conosco, il più alto e puro modello di umanità che posso apprezzare e imitare, e in questo senso come persona divina. Riconosco quindi che Gesù ha vissuto nella radicalità più estrema le potenzialità grandi e divine che sono sepolte in ogni uomo e che gli uomini attuano in misura diversa a seconda della propria libertà e grandezza interiore. In questo consiste la sua divinità. Questa manifestazione ed attuazione del divino che è in noi tutti e che è realmente accaduta in Gesù, non escludo per principio possa essere accaduta anche in altri grandi uomini del passato o che non possa accadere in altri uomini del presente e del futuro. Gesù come dio preesistente e poi incarnato sulla terra è una bella immagine simbolica e poetica ma che non ritengo vada presa come affermazione descrittiva di fatti così accaduti. In Gesù invece, come in ogni grande uomo autentico, vedo farsi reale, cioè farsi “carne”, la preesistente Sapienza di Dio. L’immagine dell’incarnazione del Verbo per me significa che Gesù nella sua vita è stato come la bontà e la immagine di Dio in persona.

3) La figura di Gesù è arrivata a noi attraverso la visione di fede delle prime comunità cristiane, che, con una pluralità di forme e di teologie lo hanno consegnato a noi nella Scrittura. Vanno compresi dunque nel linguaggio mitico e leggendario della Palestina del tempo gli episodi raccontati ad esempio rispetto alla sua infanzia, in modo particolare al concepimento verginale da parte di sua madre Maria. Infatti non si può ignorare che Gesù fu solo uno dei grandi personaggi del passato considerati eroici e divini, la cui nascita è stata raccontata in tal modo per evidenziare una derivazione diretta da Dio. Ci sono ormai studi molto seri e documentati a proposito (ad es. Il Vangelo del Natale, Ortensio da Spinetoli, Borla, 1996). Allo stesso modo io credo che occorra inquadrare nella cultura e nella letteratura di quel tempo gli episodi dei racconti di miracoli, la Resurrezione, l’Ascensione, la discesa agli inferi. A mio avviso se questi episodi li leggiamo come fatti di cronaca, avvenuti esattamente come descritti, allora ci allontaniamo dall’intenzione della Sacra Scrittura. La conoscenza della mitologia comparata delle religioni getta molta luce in questo campo e ci mostra che quelli che ci sembrano episodi unici nel mondo biblico hanno forti paralleli con i miti ricorrenti dell’Antico Vicino Oriente. Anche la figura di Maria, a mio avviso, va riportata interamente a ciò che il Vangelo dice di lei e i dogmi mariani dell’Immacolata Concezione e della sua Assunzione storica in cielo in corpo e anima, la sua maternità unica (il fatto cioè che Gesù non abbia avuto fratelli e sorelle), non possono essere considerati parte integrante di ciò che siamo tenuti a credere, in quanto esulano dal nucleo originario del Vangelo.

4) una concezione dei sacramenti come segni della comunità cristiana che vogliono fare memoria e celebrare nell’oggi la forza dell’amore di Dio e come momenti liturgici in cui confermiamo e rafforziamo la nostra scelta di seguire Gesù. Tutti i gesti sacramentali vanno visti dunque come gesti simbolici pregnanti e significativi per chi ha fede, non come atti magici. La mia attuale visione dell’eucaristia mi porta a credere che il pane, dopo la benedizione eucaristica, rimane pane, anche se, come avviene in ogni risignificazione simbolica viene a rappresentare in modo reale la realtà simboleggiata, e in questo caso la vita di Gesù donata come testimonianza dei valori supremi della libertà e della giustizia. Oggi insomma mi sento distante dalla identificazione quasi materiale esistente tra il pane e la carne di Cristo che ci è stata trasmessa ad esempio attraverso il riferimento agli episodi eucaristici di Lanciano e di Bolsena. Per me il pane benedetto o consacrato sono il corpo di Cristo così come la bandiera italiana è l’Italia o un fiore donato ad una persona amata è il simbolo reale di quell’amore stesso. Nella celebrazione eucaristica insomma il pane viene ri-significato attraverso il nostro memoriale della morte di Gesù e giunge a rappresentare la sua vita donata per amore. In questo senso riacquista una nuova “sostanza”.

La mia ricerca non si è estesa soltanto al campo concettuale e dottrinale, ma anche e soprattutto ad ambiti di tipo più strettamente disciplinari o pastorali. La vita della chiesa antica ci mostra che prassi diverse possono convivere in comunione.In concreto:
a) Sono aperto alla prassi delle seconde nozze, di antica origine, fatta propria sia dagli ortodossi che dai protestanti. Ci sono a mio avviso sufficienti fondamenti tratti sia dallo studio della bibbia che da quello della storia della Chiesa, per dire che Gesù non ha mai chiesto una indissolubilità assoluta del matrimonio così come la concepiamo noi e che in caso di “porneia” ammetteva la possibilità del ripudio, che era l’atto con cui ci si considerava liberi entrambi di accedere a nuove nozze. Anche Paolo si sentì autorizzato ad individuare una situazione in cui secondo lui si poteva essere liberi di passare a nuove nozze. In ogni caso oggi non riesco più a giustificare e difendere l’esistenza dei nostri processi canonici per ottenere la dichiarazione di nullità matrimoniale con le relative possibilità di errore umano con conseguenze così gravi per le vite delle persone. E’ lodevole l’impegno che la Chiesa mette per sottolineare l’importanza della fedeltà vista come grave impegno morale dei coniugi, e tutti dovrebbero muoversi nella stessa direzione. Tuttavia io credo che nel caso si venga abbandonati dall’altro non ci si debba sentire obbligati a solitudine sentimentale e sessuale, o impediti a vita a passare a nuove nozze. Inoltre credo che va data la possibilità di sanare la situazione e di” riparare” anche a chi ha colpevolmente causato il divorzio e ormai non è più in grado di ripristinare la prima unione. Anche se il suo errore è stato grande, la misericordia è sempre più grande.

b) E’ evidente nel Nuovo Testamento che Gesù non ha mai obbligato nessuno a rimanere celibe e che anche la prima comunità cristiana non chiedeva ai presbiteri e ai vescovi di rinunciare al matrimonio. Il celibato nella Bibbia è visto indubbiamente come una grande vocazione alla quale tuttavia il sacerdozio non è legato né in modo obbligatorio né in modo preferenziale. La Bibbia ne parla come due vocazioni diverse, che Dio può donare anche distintamente e la comunità cristiana, che è serva e non sovrana della Parola, non può vietare ciò che la Bibbia chiaramente approva. Quindi non si dovrebbe negare il sacerdozio ad un uomo (o una donna) sposato. Nella 1Tm 3 si vede chiaramente che anticamente la nomina di qualcuno come vescovo avveniva dopo averne saggiate le qualità di buon padre di famiglia; solo così il candidato si mostrava degno di ricevere la responsabilità di guidare una comunità più grande. Il prete a mio avviso, oggi come allora, dovrebbe essere celibe o sposato: è una scelta da affidare al proprio discernimento vocazionale. D’altra parte questa è prassi antichissima accettata anche nelle comunità cattoliche di rito orientale, oltre che nelle altre chiese cristiane.

c) Sono convinto che il ministero di guida e di presidenza della comunità cristiana spetti di diritto agli uomini quanto alle donne. Mi pare che da nessun passo del vangelo si possa evincere la volontà di Gesù di escludere delle persone in quanto donne dalla piena responsabilità nell’impegno di evangelizzazione, e che neanche si possa pensare che Gesù abbia voluto intenzionalmente istituire il sacerdozio nell’ultima cena e che in quella occasione abbia affidato agli apostoli, in quanto maschi, il compito di celebrare con lo spezzare del pane il gesto del suo donare la vita.. Mi pare più sensato pensare che glielo abbia affidato in quanto persone di fede disposte a seguirlo, e in questo senso quel compito può essere svolto benissimo anche dalle donne. Questo riconoscimento oggi è giustamente percepito come ancora più urgente visto che le donne di oggi sono preparate a svolgere con grande preparazione qualunque ruolo sociale.
d) Sono convinto inoltre che la sessualità in genere vada vista ancora di più in tutta la sua potenzialità di esperienza liberante ed umanizzante. Certamente è giusto e lodevolissimo tutto l’impegno che la Chiesa cattolica mette affinché venga vissuta nell’amore e nella responsabilità. Anzi, purtroppo è rimasta quasi sola a proteggere la sessualità da tanta superficialità e mercificazione. Poste queste coordinate da offrire alla coscienza individuale, occorre, a mio avviso, liberare il campo dalle regole etiche che vogliono dire troppo in dettaglio ciò che le coppie possono o non possono fare: mi riferisco ai rapporti prematrimoniali, alla contraccezione. Ci possono essere situazioni in cui sono lecite e altre in cui possono essere illecite, senza che la illiceità possa essere decretata dalla regola morale generale in modo univoco. Non è sulle regole che bisogna insistere, per quanto esse siano animate da una sana intenzione di offrire orientamento, ma sulla formazione di coscienze adulte capaci di discernere secondo coscienza autonoma e responsabilità. Riguardo alle persone omosessuali penso che la comunità cattolica abbia nei loro confronti un grave debito di ascolto e di simpatia che finora non gli ha dato. Quanto a me, sto convincendomi che l’amore omosessuale meriti rispetto e un doveroso riconoscimeno sia ecclesiale che civile.

Ho esposto le convinzioni a cui sono giunto nel mio cammino di ricerca sottolineando solo i punti in cui mi sembra di divergere dall’attuale insegnamento ufficiale del Magistero della Chiesa cattolica, ma, come ho detto sopra, sento completamente miei tanti aneliti che il Magistero Cattolico sostiene, in particolare l’amore vicendevole, il primato del perdono, l’opzione preferenziale per gli ultimi, l’impegno per la pace, la giustizia e la salvaguardia del creato, l’amicizia ecumenica ed interreligiosa. Sarebbe auspicabile che nella Chiesa si ripristinasse interamente il pluralismo che caratterizzava i tempi dei suoi primi secoli, prima che, attraverso innanzitutto gli antichi concili, si cominciasse ad affermare il pensiero unico nella teologia e nella prassi ecclesiale. Io credo che anche oggi, come allora, si dovrebbe ridurre il nucleo di ciò che è essenziale e “obbligatorio” per dirsi cristiani cattolici, e riconoscere molto più spazio di libertà alle differenti teologie e alle differenti prassi o semplicemente all’opinabile. Sembra quasi che nel tempo ci si sia lasciati prendere dalla mania di allargare l’ambito del dogma obbligante, andando, a mio parere, sicuramente oltre il dovuto. La comunione dei cristiani si dovrebbe fondare sull’amore di Cristo più che sulla “verità ortodossa”, poiché solo la carità unisce mentre la verità, almeno quella concettuale, può dividere.

Voglio ancora ribadire che con questa lettera ho voluto essere onesto e chiaro con lei rispetto a quello che sono e che vivo adesso e non ho voluto presentare le mie attuali convinzioni come delle alternative verità assolute. Non voglio negare l’infallibilità del papa per affermare la mia. Vivere la comunione, per me, vuol dire anche condividere il proprio percorso interiore perché serva allo scambio e all’arricchimento comunitario. Intanto le confesso anche che non è l’elaborazione concettuale o dogmatica ad assorbire la gran parte delle mie energie e risorse vitali. Al contrario, i problemi e le dinamiche di di vita più concrete mi occupano di più, e mi pare che stessero più a cuore anche a Gesù. L’intellettualismo fine a sé stesso non mi appartiene. Ciò che conta davvero nel vangelo non mi sembra l’ortodossia, ma l’ortoprassi, o la santità di vita, e in questo riconosco che sono appena un “principiante”.

Questo è quanto ho maturato fino ad ora. Era giusto che, dopo anni di cammino lento e sofferto facessi i conti con il vescovo come rappresentante della Chiesa Cattolica istituzionale. Io sono, come tutti, una persona in cammino. A queste conclusioni sono arrivato fin qui. In futuro non so. Camminando s’apre cammino. Per ora mi sento molto a mio agio negli spazi ecumenici ed interreligiosi (di cui Eirene è una piccola testimonianza) perché sono ambienti in cui posso essere me stesso liberamente, senza imporre il mio punto di vista, ma mettendolo in gioco con quello degli altri, nella ricerca comune di ciò che ci unisce e possa servire la causa suprema della pace.

4 aprile 2007, mercoledì santo
in amicitia Jesu Christi
Dino d’Aloia

martedì 10 luglio 2007

La lingua del potere

Due visioni opposte dell'eucaristia: tra sacrificio e condivisione.
di Enzo Mazzi (da Liberazione 10/7/07)
L 'autorizzazione del papa a celebrare la messa in latino secondo un rituale ormai imbalsamato non meriterebbe in sé l'attenzione e il clamore che le è riservato. La decisione di Benedetto XVI è stata presa in primo luogo per l'unità della Chiesa. E' una sollecitudine da apprezzare nella sua intenzionalità. Ma il carattere essenziale del messaggio che trasmette è di restaurazione. Ed è una restaurazione pesante in contrasto stridente con le esperienze e le attese di molta parte della realtà ecclesiale nel mondo che attende da quarant'anni l'attuazione progressiva delle promesse conciliari.
Perché il Concilio non è affatto un evento chiuso ed esaurito dai documenti prodotti e dalle riforme attuate. E' piuttosto un grande processo storico di trasformazione che deve ancora sviluppare tutta la sua forza. La riforma liturgica attuata e in particolare il Messale romano promulgato da Paolo VI non possono diventare la tomba dello spirito che ha animato il Concilio. Tanti cattolici nel mondo e specialmente nei paesi impoveriti si aspettavano un nuovo slancio verso la liberazione e invece ecco il messaggio necrofilo che ribadisce la cultura del sacrificio, quella cultura che da sempre serve a colpire i poveri e a tenerli nella soggezione.
Perché il gesto di papa Ratzinger non è solo questione di lingua ma di cultura. E' un colpo al processo conciliare che aveva favorito il passaggio tanto atteso dalla cultura del sacrificio alla cultura della condivisione, dal primato del rito e del mito al primato delle relazioni e dell'amore. Possiamo capire meglio il senso di questa opposizione di papa Ratzinger al passaggio strategico dal Sacro alla vita, con alcune cenni storici. Per le tradizioni religiose sacrificali la salvezza viene dal sacrificio.Tutte le religioni hanno al loro centro il problema della salvezza. Sono vie di salvezza di fronte al mistero del male, del dolore e della morte.
Lo strumento principe della salvezza è quasi sempre il sacrificio. E spesso si tratta di un sacrificio cruento. Fino dalle religioni più antiche. Tutti i sistemi di dominio hanno sfruttato a piene mani la cultura del sacrifico per sfruttare, opprimere, soffocare nel sangue la rivolta.
E' ben nota la centralità del sacrificio nella religione ebraica: «Consacra al Signore ogni primo nato tra i figli d'Israele, sia degli uomini che degli animali: esso è mio. Lo riscatterai sacrificando al suo posto un animale» (libro dell'Esodo). La cena pasquale, prima della morte di Gesù, origine prima dell'eucarestia, avviene all'interno della tradizione sacrificale. Ma, a me sembra, è stato inserito un elemento nuovo che avrebbe potuto essere rivoluzionario se non fosse stato devitalizzato: l'identificazione fra pane e corpo e fra vino e sangue, la fusione cioè fra il sacro e la vita: «prendete e mangiate questo è il mio corpo». Va tenuto conto che il racconto dell'ultima cena, prima di essere codificato nei Vangeli, nasce e si diffonde oralmente fra piccoli gruppi di persone che vivevano al di fuori delle strutture sacrali, celebravano l'eucaristia in casa e non nel tempio.
I primi cristiani lasciarono il Tempio, anzi furono cacciati via dal Tempio, non avevano sacerdoti, i loro ministri erano presbiteri, erano anziani, rifiutavano le parole sacrali. La loro collocazione nella società era una collocazione di tipo laico, erano pastori, pescatori, artigiani, donne e uomini emarginati. Non avevano cornici sacre. Per questo stesso motivo i cristiani furono perseguitati anche dal mondo pagano che era un mondo religioso. Erano combattuti perché non erano religiosi cioè non avevano una simbologia sacrale, non sacrificavano a nessuno. Il loro momento espressivo era la cena. E non c'erano tra loro gerarchie ma ministeri. Quindi anche questa struttura sacrale della gerarchia non esisteva. E morivano versando il sangue per l'umanità nuova (E. Balducci).
Per il cristianesimo nascente non il sacrificio salva ma la condivisione.Tradotto in termini espliciti, e quindi riduttivi, il messaggio che emana dalla simbologia dell'ultima cena potrebbe essere questo: la via della salvezza non passa attraverso il sacrificio rituale, che è solo consolatorio, anzi è una truffa mascherata di sacro (il Tempio-spelonca di ladri). La via della salvezza sta nella condivisione degli elementi offerti dalla natura e dal lavoro dell'uomo, essenziali alla vita, simboleggiati dal pane e dal vino.
E il sacrificio? E' sostituito dalla condivisione esistenziale. La condivisione eucaristica del pane e del vino non è una qualsiasi spartizione contrattuale: io do una cosa a te e tu dai una cosa a me. La giustizia ha bisogno di leggi e norme che regolino il contratto sociale; ma non deve sacralizzare e rendere eterne le leggi e le norme: Il sabato è fatto per l'uomo, non l'uomo per il sabato. La spartizione e condivisione dei beni della terra e del lavoro coinvolge insieme al pane e al vino tutta la esistenza umana, corpo e sangue. E' una condivisione esistenziale che non è mai appagata dai livelli di giustizia raggiunti storicamente dalle spartizioni contrattuali. Cerca e vuole livelli sempre più alti di giustizia e quindi tende di continuo a un "oltre". Perché il corpo e il sangue, la vita umana, non si possono esaurire mai in un contratto o in un programma politico. Il corpo e il sangue sono l'anima della trasformazione continua della storia. Sono il motore intimo della lotta inesausta per la giustizia. Finché ci sarà un solo povero sulla terra.Tutto questo nel periodo del cristianesimo nascente. E venne la transustanziazione a devitalizzare l'eucaristia.
Quando è avvenuto l'inserimento delle comunità cristiane negli spazi del potere c'è stata la sacralizzazione della Chiesa. E' cominciata l'avventura della fede dentro le categorie del sacro. Il cristianesimo-potere ha rovesciato il senso di questa simbologia insita nell'ultima cena. E' stata sancita la transustanziazione. Parola difficile che in sostanza significa che il pane non è più pane ma è il corpo di Cristo. Il pane e il corpo sono stati di nuovo contrapposti. La vita, la natura e il sacro sono stati di nuovo separati. E all'ansia di giustizia e alla lotta pacifica per la giustizia è stata tolta l'anima. E l'eucaristia è stata devitalizzata.
Potrei raccontare tanti aneddoti in proposito. Ne scelgo uno. Quando si celebrava la messa in latino, tanti preti scivolavano via frettolosamente sulle varie parti della messa, anch'io qualche volta l'ho fatto, tanto nessuno capiva nulla, ma si soffermavano sulle parole della consacrazione scandendole quasi ossessivamente. "hoc est corpus meum…". Ricordo un monsignore importante che impiegava più tempo su quelle parole che su tutto il resto. La Messa era tutta lì in quelle parole mitiche che operavano il miracolo rinnovando il sacrificio di Gesù.
Ed ecco il colpo d'ala verso cui tendono tante esperienze di celebrazioni eucaristiche specialmente nelle comunità di base: la liberazione della Messa dal sacrificio e il recupero del senso iniziale della condivisione.
La reazione anticonciliare del Motu proprio papale si pone contro tutto questo. Va incontro però a una contraddizione che può trasformare la concessione del ritorno al latino in un boomerang. Perché introduce un elemento di flessibilità che s'insinua come una crepa nel monolite della rigidità rituale e apre all'antichissima tradizione del pluralismo partecipativo, della inculturazione e della creatività. La Messa non è nata in latino, ma in aramaico, la lingua di Gesù, poi si è affermata in greco, quindi ha conquistato il mondo nella lingua dei conquistatori, il latino, ed infine si è adeguata alle lingue nazionali. Forse il futuro di chi ha sempre cercato varchi per aprire la Chiesa alle necessità della vita è proprio quello di allargare la crepa della flessibilità per fare spazio allo Spirito che soffia dove vuole in modo che l'eucaristia torni ad essere vera condivisione degli elementi essenziali della vita nella memoria di Gesù. Non è la lingua che preme in primo luogo ma le esigenze del pluralismo, della inculturazione, della creatività, della liberazione.

domenica 1 luglio 2007

Intervento di Franco Barbero sul libro di Ratzinger "Gesù di Nazaret"

L'imbarazzante mediocrità del "Gesù" di Ratzinger
da MicroMega 4/2007
Può essere imprudente o prematuro esprimere una valutazione complessiva della ponderosa opera di Joseph Ratzinger prima che compaia il secondo volume. Ma già questa prima parte sollecita un confronto che, purtroppo, non è così vasto e coinvolgente come lo scritto meriterebbe. Non solo le pagine dedicate alle parabole e alle beatitudini testimoniano la passione sincera e profonda di Joseph Ratzinger. Mi piace riconoscerlo senza mezzi termini all’inizio di questa recensione critica.
Ma nella lettura di queste pagine ho trovato più l’autore che non Gesù di Nazareth. Si tratta, a mio avviso, di uno scritto in cui Ratzinger, credente appassionato e teologo dogmatico militante, ha stampigliato a chiare lettere il suo ritratto spirituale e psicologico di uomo, di filosofo, di credente. Il timbro della sua personalità e i chiaro scuri della sua riflessione emergono ad ogni pagina. Questo “incombere” della personalità di Ratzinger, a mio avviso, comporta il prevalere di una tesi precostituita sulla documentazione di una ricerca rigorosa, seriamente confrontata.
Di tanto in tanto le preoccupazioni pastorali, ben visibili nel suo esercizio del primato romano, fanno capolino e si esprimono con chiarezza ed allora affiorano le vibrazioni della tonalità apologetica dei discorsi e delle prediche papali che conosciamo: “E’ in gioco il primato di Dio. Si tratta di riconoscerlo come realtà, una realtà senza la quale nient’altro può essere buono. Non si può governare la storia con mere strutture materiali, prescindendo da Dio. Se il cuore dell’uomo non è buono, allora nessun’altra cosa può diventare buona. E la bontà di cuore può venire solo da Colui che è Egli stesso la Bontà, il Bene” (pag. 56). Subito dopo diventa ancor più esplicito il pensiero di Ratzinger: “Il Signore risorto raduna i suoi 'sul monte'… e in quel momento dice effettivamente: 'Mi è stato dato ogni potere in cielo e in terra' (Mt. 28,18). Due aspetti qui sono nuovi e diversi: il Signore ha potere in cielo e in terra. E solo chi ha tutto questo potere ha il potere autentico, il potere salvifico. Senza il cielo, il potere terreno resta ambiguo e fragile. Solo il potere che si pone sotto il criterio e sotto il giudizio del cielo, cioè di Dio, può diventare potere a fin di bene. E solo il potere che sta sotto la benedizione di Dio può essere affidabile” (pagg. 61-62).
Nel corso del volume si trovano inserite tutte le “battaglie” che caratterizzano la “militanza” teologica e pastorale di Ratzinger. Occorre scegliere tra “una libertà cieca ed arbitraria” e “una libertà illuminata”: “Questa libertà è stata interamente sottratta allo sguardo su Dio… la libertà per la giusta laicità dello Stato si è trasformata in qualcosa di assolutamente profano, in “laicismo”, per il quale l’oblio di Dio e l’esclusivo orientamento verso il successo sembrano diventati elementi costitutivi” (pag. 147).
Né poteva mancare il riferimento alla famiglia: “Ma per la Chiesa nascente come per quella successiva, fin dall’inizio è stato fondamentale difendere la famiglia come il cuore di ogni ordinamento sociale, impegnarsi per l’attuazione del quarto comandamento nell’intera ampiezza del suo significato: vediamo come oggi la lotta della Chiesa sia incentrata su questo punto” (pag.149).
Potrei proseguire citando queste “attualizzazioni” che, si dirà, non rappresentano nulla di nuovo rispetto alle catechesi settimanali. Ma queste affermazioni, si noti, sono rese particolarmente pesanti dal fatto che esse vengono presentate come logiche deduzioni e stringenti conseguenze dell’insegnamento di Gesù.
Le mie perplessità riguardo a questo libro crescono quando si entra sul terreno esegetico ed ermeneutico. Al riguardo, se lo spazio lo consentisse, avrei una valanga di osservazioni critiche da avanzare sul terreno dell’interpretazione.
Già la identificazione del Gesù reale con il Gesù storico è problematica. Studiosi cattolici come Salas e Meier ci mettono in guardia dal rischio di simili approssimazioni: “Il Gesù storico non è il Gesù reale. Il Gesù reale non è il Gesù storico. Sottolineo questo paradosso fin dall’inizio perché nella “ricerca sul Gesù storico” nasce una confusione senza fine quando non si distinguono chiaramente questi due concetti” (J. P. Meier, Un ebreo marginale I, Queriniana, Brescia 2001, pag. 25).
Ma il libro, anziché documentare una storia ed un percorso, procede enunciando e ripetendo continuamente la tesi della divinità ontologica di Gesù e cerca di dimostrarla con le argomentazioni che l’esegesi più tradizionale e conservatrice gli fornisce. Tutto questo avviene con un confronto talmente ristretto da non rispecchiare in alcun modo la vastità della ricerca in atto, la pluralità delle voci, la molteplicità dei percorsi cristologici e la svolta ermeneutica che caratterizzano il lavoro storico, esegetico, interdisciplinare ed ecumenico che da almeno due secoli è in pieno svolgimento e che negli ultimi 50 anni ha subito una accelerazione ed una espansione davvero feconde da parte di moltissimi teologi, studiosi e credenti appassionati, spesso innamorati di Gesù.
Non è sufficiente riconoscere meriti e demeriti, frutti e limiti dei metodi storici e critici, se poi ci si limita ad una ricerca tra quattro o cinque amici e qualche autore dissenziente. Questa è teologia da cucinino che stupisce non poco in un autore come il nostro. Guardando anche solo la modesta rassegna delle 2780 opere espressamente cristologiche della mia biblioteca personale, ho spiacevolmente constatato che Ratzinger non si è messo a confronto con gran parte di queste ricerche con le quali oggi, a mio avviso, è doveroso misurarsi. Mi sembra poco decoroso e per nulla rigoroso non fare i conti con gli scritti di Patterson, Barbaglio, Boismard, Ortensio da Spinetoli, Pesce, Destro, Pikaza, Dupuis, Haight, Pannikar, Dotolo, Kung, Queiruga, Knitter, Kuschel, Hick, Schussler Fiorenza, Gilkey, Schillebeeckx, Amaladoss, Ruether, Filoramo, Borg, Crossan, E. Johnson, Wengst, Vouga, Geffré, Tamayo, Tepedino, Duquoc, Gianotto, Sobrino, Balasuriya, Prabhu, Scaccaglia, Wright e tanti altri.
Sembra per il nostro autore che l’Asia e l’Africa non abbiano prodotto studi e che le teologhe femministe non esistano. La ricerca per Ratzinger sembra fermarsi poco oltre i confini della sua Germania e, per giunta, ad alcuni - pochissimi - autori. A questa cristologia manca il coraggio di raccogliere le sfide della ricerca recente e contemporanea. A volta mi sono trovato più vicino alla retorica catechistica che all’esegesi: “Nell’enigmatica espressione “Figlio dell’Uomo” incontriamo da vicino l’essenza propria della figura di Gesù, della sua missione e del suo essere. Egli proviene da Dio. Egli è Dio” (pag. 383). Affermazioni che, a mio avviso, risultano di un semplicismo impressionante dopo gli studi di Vermès, di Lapide, di Calimani e di centinaia di biblisti ebrei e cristiani sulla metafora “Figlio dell’Uomo”.
Ci si accorge spesso che Ratzinger non è un esegeta, ma le pagine dedicate al vangelo di Giovanni dimostrano la lontananza del nostro autore dalle ricerche più accreditate. A pagina 284 addirittura cita la I Lettera di Giovanni 5,6-8 come testo originario quando, per unanime consenso degli studiosi, siamo difronte ad un’aggiunta che risale al periodo delle formulazioni trinitarie. E’ evidente la sua incompetenza sul testo critico del Secondo o Nuovo Testamento.
Ma torniamo alla tesi della divinità di Gesù. Nel libro, se ho letto bene, l’ho trovata espressa in modo esplicito ben 49 volte: “Proprio come uomo egli era Dio” (pag.19), “Soltanto colui che è Dio, vede Dio” (pag. 309), “Quell’uomo che è Dio” (pag. 124), “Egli è Dio” (pag. 383) …anzi, “Questa affermazione va intesa letteralmente: sì, in Dio stesso vi è dall’eternità il dialogo tra Padre e Figlio che, nello Spirito Santo, sono davvero il medesimo e unico Dio” (pag.368). E siamo al dogma della Trinità… Non riempirò la pagina con ulteriori citazioni, ma il nostro autore collega tutti i titoli cristologici alla divinità di Gesù in modo diretto, perentorio.
Non è qui il caso di prolungarci sul significato dei titoli cristologici che, come scrive Barbaglio, hanno una valenza funzionale, cioè vogliono illustrare la funzione che Dio ha assegnato a Gesù: “A scanso di malintesi possibili ed anche esistenti, pare necessario precisare che la fede in Gesù dei primi cristiani non ha preso il posto della fede in Dio; essi non hanno per nulla abiurato il monoteismo ebraico, la confessione cioè dell’unico Dio esistente. Hanno esaltato oltre ogni dire Gesù… ma non si sono mai spinti a fare di lui un secondo Dio”. (G. Barbaglio, Gesù ebreo di Galilea, Dehoniane, pag. 618).
Gesù non ha mai applicato a se stesso i titoli di gloria che i discepoli gli hanno conferito: “Gesù non avrebbe mai parlato di se stesso in quei termini: non pretendeva affatto di essere Dio incarnato. Ma affermava la presenza del Regno di Dio. Tale è l’origine della fondamentale convinzione cristiana secondo cui Dio è presente nella condizione umana. Questo è il significato dell’incarnazione” (St. Patterson, Il Dio di Gesù, Claudiana, pag. 138).
Questa maniera di pensare la “divinità” di Gesù non in modo essenzialista-ontologico, ma funzionale, è oggi propria di molti biblisti che non leggono il Secondo Testamento attraverso gli occhiali dogmatici o i linguaggi filosofici di Nicea e Calcedonia.
Il compito dei biblisti è proprio quello di segnalare le distanze ed i percorsi che separano le formulazioni dogmatiche dai dati scritturali, ricollocando il tutto nei contesti storici e linguistici appropriati, compiendo un’opera di filologia delle religioni. Nei mesi scorsi suscitò scalpore e reazioni avvelenate l’opera preziosa di Augias-Pesce che ha avuto il merito di divulgare conoscenze pacificamente acquisite nelle riviste per addetti ai lavori: “All’interno della letteratura giudaica l’appellativo 'Figlio di Dio' non ha il significato che assumerà in seguito per i dogmi cristiani, vale a dire una persona che sia un uomo e nello stesso tempo Dio. Significa solo una persona a cui Dio ha affidato un incarico, oppure una persona che segue la volontà ed i disegni divini e in questo senso ne è figlio, pur restando integralmente ed esclusivamente uomo…Insomma il termine in quanto tale non esprime la natura divina di Gesù” (Inchiesta su Gesù, Mondadori, pag. 91).
Se non si esce dalla prigione di formule che hanno avuto un senso nel loro tempo e non si rinnovano i linguaggi della fede, è possibile oggi la predicazione cristiana? Queste comuni ed acquisite informazioni, sempre suscettibili di ulteriori approfondimenti, sono anche il frutto di un dialogo con l’ebraismo che non si limiti, come fa Ratzinger, ad un generico riconoscimento dell’ebraicità di Gesù. “Non c’è una sola idea o consuetudine, una sola delle principali iniziative di Gesù che non siano integralmente ebraiche. Egli crede in un Dio unico… Noi sappiamo che Gesù si alzava presto al mattino per pregare… è un’altra testimonianza del suo rispetto dell’ebraicità…Gesù è un uomo ebreo che non si sente identico a Dio. Non si prega Dio se si pensa di essere Dio. Gesù, come ogni ebreo religioso, prega ed interpella Dio”. (Mauro Pesce, op. cit., pag. 28).
Egli era un ebreo, non un cristiano. Il Gesù di Ratzinger, al più nasce ebreo, ma presenta i tratti del primo cristiano. Del resto, per il nostro autore “Ciò che in Gesù dava scandalo era proprio il fatto che egli sembrava mettersi sullo stesso piano del Dio vivente” (pag. 350). In Lui le grandi parole messianiche erano vere in modo sconcertante ed inaspettato: “Tu sei mio Figlio, io oggi ti ho generato” (Sal. 2,7).
In istanti significativi i discepoli, sconvolti, percepivano: “Questi è Dio stesso” (pag. 352). La Scrittura antica convergeva verso questa affermazione: “Mosè ed i Profeti parlano tutti di Gesù” (pag. 355), anzi Mosè ed i Profeti confluiscono in Lui (pag. 395).
Questo mettere le mani sulla Bibbia ebraica, dopo le acquisizioni degli anni conciliari e dopo il documento Nostra Aetate, mi sembra figlio della “teologia del compimento” per cui l’ebraismo è praeparatio evangelii. Per me è improponibile. E che dire di una “lettura della Bibbia e soprattutto dei Vangeli come unità e totalità, che in tutte le sue stratificazioni storiche esprime tuttavia un messaggio intrinsecamente consequenziale” (pag. 228)? Forse la ricchezza vulcanica dei due Testamenti non sta, invece, nella loro irriducibilità ad un pensiero armonizzabile, componibile in unità?
Vorrei concludere con alcuni accenni. Anche le donne sono servite. A Ratzinger preme soprattutto sottolineare che “La differenza tra il discepolato dei Dodici ed il discepolato delle donne è evidente; i due compiti sono decisamente diversi” (pag. 216). Altrettanto sbrigative e banalizzanti sono alcune righe dedicate alla preghiera: “Anche se non possiamo dare delle ragioni assolutamente cogenti, resta per noi normativo il linguaggio della preghiera di tutta la Bibbia, nella quale, nonostante le grandi metafore dell’amore materno, “Madre” non è un titolo di Dio, non è un appellativo con cui rivolgersi a Dio. Noi preghiamo così come Gesù, sullo sfondo della Sacra Scrittura, ci ha insegnato a pregare, non come ci viene in mente o come ci piace. Solo così preghiamo nel modo giusto” (pag. 171). Di questo passo… saremo più fedeli alla Scrittura se lo invocheremo come Dio degli eserciti? Tutto è troppo chiaro: dalla fondazione della chiesa al “primato” di Pietro (pag. 344).
Ma, a lettura conclusa, sembra che due siano i principali nemici del cristianesimo: il mondo moderno e i biblisti cristiani. Non manca nemmeno un pizzico di disprezzo. Coloro che cercano le vie della pace, se non sono credenti, non fanno che mettere insieme “chiacchiere utopistiche” (pag. 78). Chi si addentra nell’enorme dibattito dell’esegesi moderna “si ritrova in un cimitero di ipotesi contrastanti” (pag. 370).
Mentre ritengo completamente infondata l’accusa rivolta ai biblisti di lasciar cadere la dimensione storica della fede, leggo in queste frasi del teologo Ratzinger la scarsa considerazione della ricerca, con la sua fatica, i suoi travagli, i suoi errori, la sua fecondità. E’ la chiesa della paura e della diffidenza che si aggrappa ai dogmi.
La vera ricerca è sempre un inoltro nei territori del rischio, ma senza di essa la teologia diventa un mausoleo pieno di muffa e/o una dogmatica popolata di certezze scadute. Ora, anche se questo libro, per espressa e onesta dichiarazione del suo autore, non costituisce in alcun modo un atto magisteriale, è indubbio che in esso troviamo l’orizzonte teologico e pastorale che l’attuale pontificato “impone” per altre vie alla chiesa cattolica.
Dal Gesù di Ratzinger mi sono congedato da molto tempo. Il Gesù dei dogmi non mi interessa, quando esso viene a trovarsi in contrasto con il Gesù ebreo, che secoli di studi ci aiutano ad avvicinare e a comprendere un po’ meglio. Nel rigoroso rispetto di questa interpretazione ratzingeriana di Gesù, constato il mio ampio dissenso e penso che sia assolutamente normale essere diversi nella stessa chiesa. Non si è un’altra chiesa, ma una chiesa “altra”.

Intervento di Franco Barbero sui Di.Co.

I Di.Co. metteranno in crisi la famiglia?

da c.d.b informa n° 38 - periodico di informazione della Comunità Cristiana di Base di Chieri (To)


Il 19 aprile si è svolto a Chieri, organizzato dalla Comunità Cristiana di base, dal Laboratorio Democratico e dal circolo “I Modigliani” il dibattito su: “I DICO metteranno in crisi la famiglia? Il modello famigliare cristiano può essere l’unico modello riconosciuto per la nostra società” Hanno relazionato: don Franco Barbero della comunità cristiana di base di Pinerolo, Silvia Dicrescenzo del coordinamento donne DS, Gian Luigi Bonino capogruppo della “Rosa nel Pugno” al comune di Torino. Riportiamo, non rivisto dall’autore, l’intervento di don Franco Barbero.
Io vorrei partire dal ricordo della sera in cui morì Welby. Vi sembrerà che inizi da un’altra parte per dirvi, da credente, da prete, il disagio che ho provato di fronte alla decisione di privarlo del funerale.
Ma, al di là del mio disagio personale, che per la strada, in aereo, in treno ho risentito ingigantito, mi parve da subito molto leggibile lo scollamento interno alla chiesa cattolica. Da una parte una gerarchia che prende delle decisioni con una sua coerenza e dall’altra un sentire civico, culturale, cristiano, che dice: forse questa coerenza andrebbe rimessa in discussione. Forse questa coerenza è talmente rigida da imparentarsi con la disumanità.
Perché ho voluto ricondurre questo inizio della mia piccola riflessione alla situazione Welby? Perché dentro la chiesa cattolica si vivono oggi delle tensioni che in quel momento si espressero bene. Mi ricordo le due suore che dissero al tg. 3: “noi siamo qui a pregare per Welby”. Ma altre volte non si esprimono così chiaramente.
C’è effettivamente un momento in cui mi sembra di poter dire, con rispetto ma anche con serenità, che probabilmente, la cosiddetta istituzione ufficiale sta estraniandosi dai processi e dalla realtà del mondo in cui viviamo.
La mia domanda è questa: possiamo vivere in riferimento a dei principi astratti, che io vorrei dire ellenistici, di un tempo filosofico determinato, prescindendo da questa modernità, nel bene o nel male? Vogliamo asserire l’assoluto in tutte le cose, o ci rendiamo conto che l’etica, la vita, è il luogo di un continuo patteggiamento, di una continua revisione, di una scelta del contingente, dello storico, del possibile.
Io personalmente annoto questo elemento: mi sembra che si perda contatto con questa realtà. Ma notate non lo sto dicendo io. Se voi leggete quello che sui DICO ha detto monsignor Bettazzi, è proprio questo. Quello che ha detto il massimo teologo cattolico Giannino Piana è esattamente questo: perdiamo contatto con la realtà. Ho finito di leggere ieri l’ultimo libro del papa: Gesù di Nazareth e mi è sembrato di leggere questa onda profonda: che il grande nemico della fede è la modernità, e che i grandi nemici sono i teologi, i quali discutono troppo e così si perde l’orientamento. Bisogna abitare il nostro presente, e non essere dei dirigisti ma degli uomini e delle donne che hanno appreso dalla storia l’esigenza di affrontare il contingente, l’umano, e che nessuna cultura, nessuna tradizione religiosa, oggi, nella complessità del reale, può essere in grado da sola di affrontare tutti i problemi.
Di fronte ai problemi dell’ecosistema, delle biotecnologie, abbiamo bisogno di un pensiero molteplice. Perché il mondo è plurale. Il fatto di una societas che avesse in sè proprio la capacità di imporre un modello unico, mi ha sempre fatto credere che questa è un’operazione a imbuto, che non rispetta le persone.
Invece, oggi, credo che si possa veramente guardare la realtà e scoprire che il modello unico è scoppiato e che ci sono più modi di amare. Uscire da un modello e quindi andare alla pluralità dei modi, fare sì che la legge, la statuizione giuridica, tenga conto di questo, mi pare un grande passo in avanti.Un grande passo di civiltà. In cui la mia fede non è per nulla estranea. A me non interessa, qui parlo come credente, che ci sia un modo solo di vivere la famiglia. Peraltro, d’accordissimo con voi, famiglia a cui tengo moltissimo, e non vedo come i DICO ne rappresentino una qualche minaccia. Siamo tutti d’accordo che bisogna fare di più per la famiglia.
Ma se da un modello si passa a più modi di vivere la convivenza, la solidarietà, i beni e i doveri delle convivenze, mi pare che una comunità che vive nel mondo per annunciare la solidarietà dovrebbe essere partigiana di tutto questo, dovrebbe schierarsi. Soprattutto in un mondo che ha molti sfaldamenti, pieno di stupri, di violenze, di guerre.
Riconoscere legalmente la possibilità di nuovi, arricchenti legami mi pare una grande ricchezza. Io temo che si perda contatto, che non si veda il bene dentro il travaglio di questa modernità disturbata, mobilitata, eppure capace di rinnovare tanti aspetti della nostra umanità, che non si veda che siamo di fronte ad una prigionia. E’ vero che i DICO parlano di molte cose, ma rimane vero che dentro la chiesa il tasto più dolente è stato la perdita del modello unico. C’è un solo cristianesimo, si dice; mentre invece c’è ne sono tanti. Non c’è un solo vangelo, ne abbiamo almeno quattro. Il mito del modello unico funziona nella teologia, nella dogmatica, nella morale. Ed è un mito, non è la realtà.
Ma è anche vero che oltre a questo, il terreno dell’omosessualità è molto sensibile. Per la gerarchia chiaramente perdere il modello unico è spiacevole. Ma è profondamente turbante, e qui si è scatenata in gran parte l’aggressività dei documenti e delle posizioni ribadite e ripetute, proprio il problema del rapporto omossessuale. Questo ha una storia.
In breve, teologicamente la posso ripercorrere da “L’Humanae vitae” di Paolo VI. C’è soprattutto un decreto, sempre di quel papa, “Persona umana”, che nessuno ricorda, dove l’omosessualità viene vista come una devianza; quindi qualunque unione di persone dello stesso sesso è una devianza.
Ma il documento che il cardinale Ratzinger scrisse (tre anni fa), che qui ho per intero, sull’obbligo che hanno i politici, gli amministratori, di obbedire al magistero e di non approvare nessuna legge che riguardi la possibilità giuridica di coppie di fatto dice, testualmente, che è una devianza. Si parla sempre nei termini di malattia e di anomalia.
E’ questo, mi pare, che rende più aggressivo il discorso quando si arriva a tale questione. Devo dire, è un frutto di non conoscenza. L’associazione psichiatrica americana nel 1973 depennò l’omosessualità dalla possibilità di essere considerata malattia o disturbo. L’organizzazione mondiale della sanità nel 1993 proibì di curare gli omosessuali, dicendo che non sono collegabili al capitolo delle patologie.
C’è un altro elemento, oltre al fatto di perdere il modello unico. Ci sono, in questa nota dei vescovi, che come sempre bisogna leggere per intero, delle cose di una gravità incredibile. Alcune sono delle non conoscenze, per usare un eufemismo, altre sono delle gravi menzogne. Ripetere testualmente che è un attentato alla famiglia non è onesto.
Perché lo abbiamo detto in tutti i modi che non si tratta affatto di introdurre il matrimonio, non è il caso, anche se io da buon amico di Zapatero sarei molto d’accordo, ma la mia è un’opinione personale. I DICO sono altra cosa rispetto a questo.
Mi ha impressionato che il documento cominci così “Noi che siamo i custodi di una verità e di una sapienza…”. Noi non siamo custodi della verità e della sapienza. Non è laico questo. Io non posso mettermi vicino a te e dire io rappresento i custodi della sapienza. Questa è un barzelletta. Oggi c’è così bisogno d’intrecciare le culture, la ricerca! Quello che il cardinale Hartz disse al Concilio: “dobbiamo passare dalla chiesa del dirigismo alla chiesa della compagnia”.
Dobbiamo cercare insieme. Noi non abbiamo nessuna cartina di tornasole. Non abbiamo nessun documento d’infallibilità. Miti storicamente datati, da abbandonare, che hanno creato strutture ontologicamente di arroganza, al di là delle buone intenzioni delle persone che non tocca a me giudicare.
Dicono che la legittimazione delle unioni di fatto è inaccettabile sul piano del principio, pericolosa sul piano sociale ed educativo. Ma sapete che cosa si disse nel grande documento Lexicon di cinque anni fa? Che l’omosessualità, essendo un male sociale, non è soggetto di diritti. Bisogna avere il coraggio di scendere dal trono e camminare con le donne e con gli uomini, mettendo insieme non il rinnegamento di una fede, ma la scoperta di una umanità.Bisogna finirla con la presunzione, bisogna finirla con le declamazioni ideologiche, bisogna finirla con le menzogne! Vorrei dirvi, da persona che ogni giorno vive a fianco degli omosessuali, da 44 anni: quando, professore in seminario, confessore in cattedrale, incontrai i primi, nella mia totale ignoranza, non sapevo che esistessero. Le parole “omosessuale, lesbica”, erano parole innominabili!
Avendo organizzato il primo convegno italiano su: fede cristiana e omosessualità, esattamente 30 anni fa, quando mi presentai al mio amato vescovo e lo invitai, mi disse “ma anche con questi ti vai a mettere?”. Le parole “omosessuale” o “lesbica” erano ancora innominabili!Bisogna andare al cuore del problema che è incontrare le persone. Non parlare astrattamente. Chi incontra ogni giorno le persone non si domanda più se sono lesbiche, omosessuali, transessuali. Si domanda se vivono l’amore, il rispetto, il senso civico. Se partecipano alla costruzione di una società più giusta.
A me interessa la persona, e voglio che nella tua vita tu possa amare secondo la tua natura. Che tu possa essere un soggetto felice. Perché se sei un po’ felice contribuirai più facilmente al bene di questa società.Vorrei finire dicendo che la chiesa non è la gerarchia. Dobbiamo rispetto a tutti nella chiesa, ma l’ultima cosa che conta é la gerarchia. Primo elemento della chiesa sono le persone e la loro coscienza e, per chi è credente, il vangelo. Nel vangelo non c’è la risposta ai DICO. Nel vangelo c’è l’orientamento: “ama e fai che l’amore si espanda”. La chiesa non è la gerarchia; l’ascolto volentieri ma decido nella mia coscienza.
Secondo elemento: la laicità non ci divide, ci unisce. Quando devo lavorare per il bene della mia città, come facciamo tutti, secondo le nostre possibilità, non chiedo a uno: “Sei buddista, sei cattolico, sei protestante, sei islamico, sei ateo o agnostico?”. Gli chiedo: “Ci stai su questo progetto?”. Ma quando dobbiamo costruire progetti d’umanità non chiedo mica la tessera del partito, o la fede, la confessione religiosa! Mi interessa lo starci sui progetti.
Pensate il movimento operaio, il movimento della sinistra, i movimenti femminili: tutti i movimenti di liberazione hanno veramente cercato di rompere queste perimetrazioni, di fare confluire progetti, ricerche. Io invito chi è credente a documentarsi, ma a respingere ogni invadenza politica, in nome della laicità dello stato e, soprattutto, a respingere ogni soggezione di coscienza, perché la nostra coscienza è estremamente importante.
Volete che ve lo dica in quel latino maccheronico di Tommaso D’Aquino che studiai tanti anni fa a Lovanio? “Verbum prelati est verbum prelati, sed coscientia est verbum dei”: la parola di un prelato è tutto sommato sempre la parola di un prelato, ma la coscienza è la voce di Dio. Certo la coscienza può anche non essere la voce di Dio, ma bisogna prima di tutto, questo voleva dirci Tommaso, che pure non era un rivoluzionario, che la coscienza sia posta al centro, in questa mediazione, tra la realtà e sovente i dictat gerarchici. Con molto rispetto, ma devo essere un cittadino laico o una cittadina laica.
Devo essere un credente che non è un figlio della gerarchia ma è un figlio, una figlia di Dio. E deve decidere in una libertà, una creatività per cui, sovente, obbedire a Dio è disobbedire alle gerarchie. Sovente essere laici davvero significa giocarci la vita sul terreno della pratica della libertà.
Nessuno sa, credo di essere la persona che ve lo può dire per un contatto enorme con il mondo omosessuale, nessuno sa che cosa voglia dire per un ragazzo gay, per una donna lesbica, non avere diritto di potersi baciare in pubblico, non avere il diritto di vivere l’amore. Non avere il diritto, sul proprio pianerottolo, di manifestare “che noi ci vogliamo bene”.La legge è anche una forza contro il pregiudizio. Io insisto su questo.
La legge non crea le condizioni, ma favorisce molte condizioni. Dà spazio alle persone, tutela gli affetti, suscita responsabilità. Le responsabilità e le sofferenze della vita sono molte. Le sofferenze aggiuntive, inflitte dall’ignoranza o dal pregiudizio trovo che non abbiano nessuna giustificazione.

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