mercoledì 9 luglio 2008

Giovanni Franzoni racconta le dimissione del '73

Lo sapete che diedi le dimissioni
da abate di San Paolo per colpa dello Ior?
Vi racconto di quando nel '73 diedi le dimissioni da abate di San Paolo per colpa dello Ior

di Giovanni Franzoni



Secondo il secolare insegnamento della morale cattolica, l'interesse sul denaro prestato era proibito perché equiparabile all'usura. Solo ai Monti di pietà era consentito di prendere qualcosa per retribuire il personale addetto; ma mai era consentito prendere interesse. Quindi era inconcepibile che ci fossero delle banche cattoliche; con l'irruzione della modernità nella società si è verificato, fra i moralisti cattolici, un progressivo cambiamento di pensiero.


Col nascere dello Stato Città del Vaticano le cose si sviluppano e Pio XII, nel 1942, crea l'Istituto per le Opere di Religione - Ior - che è una vera e propria banca che, pur non avendo sportelli accessibili ai miseri mortali, accetta depositi e compie operazioni finanziarie. Riformato da Giovanni Paolo II nel 1990, dopo gli scandali intorno alle gigantesche operazioni finanziarie compiute da mons. Paul Marcinkus, che ne era stato presidente, e che portarono al fallimento del Banco Ambrosiano e alla morte tragica di Calvi, trovato impiccato a Londra, sotto il ponte dei Frati Neri, ormai, quasi certamente, non suicida ma assassinato da gente del clan della Magliana.

L'ombra dello Ior ritorna però, di tempo in tempo, ad oscurare il cielo di Roma e della Chiesa cattolica nonché le coscienze dei credenti. Succede così che una signora - Sabrina Minardi - dichiarando di aver avuto in custodia Emanuela Orlandi, chiama di nuovo in causa Marcinkus e il clan della Magliana e scatena l'ipotesi di disseppellire il corpo di Enrico De Pedis, boss del clan, sepolto nella chiesa di Sant'Apollinare e quindi in zona extraterritoriale di competenza del Vaticano. Alle domande dei giornalisti circa un così alto privilegio (solo i papi e i sovrani sono sepolti nelle chiese), il custode di Sant'Apollinare pare abbia risposto che De Pedis era stato un generoso benefattore. Viene da domandarsi, ma se muore - fra cento anni - Bill Gates, dove lo seppelliranno? Accanto a San Pietro?


Non è mio compito fare l'investigatore e quindi lascio agli inquirenti di chiarire le cose. Ciò che mi tocca e mi turba è il fatto che tante coscienze, laiche o religiose che siano, rimangano ferite da queste notizie e, anche se fossero false, dal miscuglio di sacro e profano che seguita a imperversare intorno al fatto religioso.


La mia memoria ritorna al 1973, quando fu proprio uno scandalo dello Ior il fatto occasionale che provocò le mie dimissioni da abate di San Paolo e mi strappò dal consorzio fraterno con i miei monaci, dalla collaborazione con alcuni confratelli della Conferenza episcopale italiana e del Comitato italiano dei Superiori Maggiori. La mia situazione era già delicata per le provocazioni e gli assalti squadristici in Basilica, dei cattolici ultra-conservatori. Avevo avuto, senza esito, una visita canonica e due visite apostoliche. Infine fui chiamato in Vaticano da mons. Mayer, segretario della Congregazione dei religiosi, che mi disse: «Ormai i due terzi della sua comunità preferirebbero le sue dimissioni. Lei che è così democratico dovrebbe tenerne conto. Comunque il Santo Padre, nella sua liberalità, desidera che lei resti al suo posto, a due condizioni: tutti gli atti interni all'abbazia siano concordati col Consiglio degli anziani e tutti gli atti esterni col Vicariato». Accettai e, tornato a San Paolo, convocai i miei collaboratori nell'estensione della lettera pastorale La terra è di Dio dicendo che bisognava sospendere perché se avessi avuto il controllo del Vicariato l'avrebbero limata e resa irriconoscibile.


Una notte di aprile, lo Ior compì una spregiudicata operazione sul dollaro, tanto da meritare una nota di deplorazione da organismi di vigilanza bancaria. Arriva la domenica e un giovane studente va al microfono per la preghiera dei fedeli e dice: «Signore! Ti prego! Fai che se avrò un figlio, possa crescere in una Chiesa che non sia deplorata perfino dal sistema bancario internazionale!». Lunedì mi richiama Mayer: «Ma lei aveva promesso! Non controlla le preghiere dei fedeli?». «Posso provare, risposi, ne parlerò in comunità». Convoco la comunità e si accende una animata discussione sul che fare. A un certo punto si alza Vincenzo Meale e dice: «Padre abate, è inutile che stiamo qui a chiacchierare, poi chi paga è solo lei. Vogliono fare come il ministro degli Interni farebbe con un prefetto. Lei ha aperto una porta per la nostra fede. Loro non vogliono chiuderla: vogliono usare lei come una maniglia che chiude la porta che ha aperto. Mi dia retta, obbedisca. Però voglio sinceramente dire che con questo, la mia esperienza di fede si chiuderebbe». Risposi «Ho capito». E sciogliemmo l'assemblea. Il giorno dopo andai da Mayer e gli dissi: «Io sapevo fere l'abate in un certo modo, se non può andare è meglio che concordiamo le dimissioni». Concordammo la data del 12 luglio e così ebbi il tempo di finire La terra è di Dio e di pubblicarla. Non porto rancore personale verso lo Ior ma mi resta l'amaro in bocca, perché certe istituzioni uccidono la fede e poi, sotto la maschera del trionfalismo di piazza, praticano il culto della personalità e la superstizione.


da Liberazione 09/07/2008

giovedì 3 luglio 2008

Commento al vangelo di domenica 6 luglio 2008

La profezia appartiene ai piccoli

In quel tempo Gesù disse: «Ti benedico, o Padre, Signore del cielo e della terra, perché hai tenuto nascoste queste cose ai sapienti e agli intelligenti e le hai rivelate ai piccoli. Sì, o Padre, perché così è piaciuto a te. Tutto mi è stato dato dal Padre mio; nessuno conosce il Figlio se non il Padre, e nessuno conosce il Padre se non il Figlio e colui al quale il Figlio lo voglia rivelare. Venite a me, voi tutti, che siete affaticati e oppressi, e io vi ristorerò. Prendete il mio giogo sopra di voi e imparate da me, che sono mite e umile di cuore, e troverete ristoro per le vostre anime. Il mio giogo infatti è dolce e il mio carico leggero». (Matteo 11, 25-30)

Questa preghiera di Gesù è come un sussulto di gioia. L’evangelista Matteo la inserisce in un contesto in cui Gesù viene ostacolato e i suoi oppositori non lo comprendono. Nonostante il rifiuto, Gesù esprime il suo sì gioioso al Padre e al suo disegno. La parola di Gesù che annuncia il Regno viene rifiutata dai capi religiosi del popolo, ma allo stesso tempo viene accolta dalla gente semplice e ignorante – qui sta la vera forza dell’annuncio del Galileo.

La missione di Gesù si sta rivelando un fallimento. Tuttavia gli unici che sembrano accogliere il suo messaggio sono i semplici. Gesù non può fare altro che domandarsi il perché di questo. Egli riconosce, in qualche modo, la presenza salvifica di Dio in questo momento storico. Con stupore, Gesù constata che i sapienti, cioè i farisei e i maestri della legge, sono tagliati fuori, mentre i piccoli d’intelligenza, cioè il popolino semplice e ignorante delle prescrizioni della legge mosaica, diventano i beneficiari dell’avvenimento di grazia. Sono questi ultimi, tagliati fuori dal rapporto «diretto» con Dio, che riconoscono davvero la presenza di Dio nella storia.

Solo i «piccoli», infatti, sono abituati a vivere e, quindi, a riconoscere il valore della vita e la presenza del Padre. Essi non sono sacerdoti, non sono funzionari di Dio, non sono gli addetti ai lavori. Sono persone semplici che vivono, soffrono, amano, conoscono cosa significa procurarsi il necessario per vivere lavorando, conoscono le difficoltà della vita e possono provare su di esse la loro fede.

Gesù fa questa scoperta stupefacente: i «grandi» sono chiusi nella loro autosufficienza, mentre i «piccoli» sono capaci di aprirsi umilmente al dono di Dio. Questa scoperta è per lui fantastica, tanto da dover innalzare a Dio un canto, una preghiera di lode per ringraziarlo del suo amore: «Ti benedico, o Padre, Signore del cielo e della terra».

Dio è presente nella storia in maniera inedita, nuova, inattesa. La sua azione non si può prevedere. Dio non si fa ridurre all’interno di schemi costruiti e preconfezionati da quelli che di mestiere fanno i teologi, i sacerdoti, i dottori.

Questa affermazione appare così vera oggi! Ci troviamo di fronte a situazioni dove, di fronte alla precarietà, all’incertezza, alla confusione, le autorità tradizionalmente detentrici del potere interpretativo, sacerdotale, salvifico (le chiese, le gerarchie...) tendono a chiudersi, ad arroccarsi sui propri baluardi, a non transigere su quelli che chiamano «valori non negoziabili». Eppure non si accorgono che le sfide che la modernità pone – che in fin dei conti sono le sfide della vita di oggi – potrebbero essere il luogo della profezia, della presenza di Dio nella storia, oggi. Non si accorgono nemmeno che è inutile nascondersi dietro un dito ma accorre affrontare le situazioni con coraggio. Non basta scappare e tacciare tutto quello che non appartiene alla propria tradizione religiosa di «relativismo»!

Questi che si credono «sapienti e intelligenti» hanno gli occhi chiusi, le ali tarpate, le mani rattrappite, le orecchie tappate, il naso otturato. Non vogliono vedere Dio presente nelle donne, nelle nuove forme di amore che pretendono – giustamente – anche un riconoscimento politico e sociale. Non vogliono vedere la grazia nella possibilità dell’uomo di esplorare e comprendere il cosmo, la natura, la vita. Non vogliono riconoscere l’esigenza di un nuovo modello economico di sviluppo che sia giusto, che non mieta vittime innocenti a causa della fame, a causa della ricchezza di quel 15% del pianeta che si ritiene «fortunato» invece che colpevole. Questi «intelligentoni» non hanno il coraggio della partecipazione consapevole, della democrazia, non hanno neppure il coraggio profetico di condannare la guerra senza «se» e senza «ma».

Sostanzialmente, oltre alla conservazione del potere che è tipica dell’istituzione, costoro hanno paura del diverso, della novità, della possibilità, della molteplicità. Non mi riferisco solo alle gerarchie cattoliche – senza con questo voler togliere loro la responsabilità che gli spetta – ma anche a tutti coloro che vorrebbero vivere in pace, tranquilli, senza l’inquietudine di scoprire che la realtà è molto più complessa di come appare a prima vista. Mi riferiscono a coloro che vorrebbero nascondere i gay, che li vorrebbero in giacca e cravatta – danno meno fastidio certo! – mi riferisco a chi ha paura dello straniero, a chi vorrebbe schedare su base razziale, addirittura, i bambini.

Ma Gesù ha scoperto che Dio è più grande di tutte queste cose, che abbraccia tutti senza riserve. Ha scoperto quanto l’amore travalica le barriere sociali, sessuali, razziali... Quando gli uomini e le donne faranno la stessa scoperta che ha fatto Gesù?

Il giogo che questi «intelligenti», potenti e grandi della storia, hanno caricato sulla nostra schiena è insopportabile. Al tempo di Gesù i dottori della legge e i farisei avevano imposto al popolino pesi troppo pesanti da portare. Infatti avevano costruito attorno alla legge di Dio una fittissima siepe di prescrizioni minuziose che, sotto il peso di un’osservanza rigida e scrupolosa, soffocavano lo slancio obbediente della libertà dell’uomo. Gesù si mostra un maestro diverso, come diversa è la legge (il giogo) che ci insegna: leggera, non onerosa. Egli propone di diventare suoi discepoli. Discepoli di un maestro «non violento né altero». Egli non si impone con violenza; al contrario è solidale con gli umili e con i poveri. Il suo giogo facile da portare consiste nell’imitarlo sulla strada dell’amore del prossimo, un amore compassionevole e misericordioso. Così egli promette ai suoi discepoli profonda pace nella loro vita.

Anche noi, oggi, dobbiamo avere il coraggio di riconoscere questa presenza di Dio nella nostra storia. Non possiamo demandare il compito agli altri. A volte siamo bloccati e incapaci di vedere le cose belle che Dio rivela ai piccoli. I nostri occhi fanno fatica a distogliersi dagli accadimenti dolorosi, dalle violenze, dalle ingiustizie. Oggi è il tempo della profezia. Non possiamo più aspettare i «profeti»; questi ormai sono passati. Troppe volte, anche nelle nostre comunità, si sente il rimpianto per gli uomini e le donne a cui il Signore ha affidato il compito della profezia nel passato; «ah come era bello quando c’era questo o quel profeta: lui sì che non aveva paura di dire le verità scomode!». Basta rimpianti! Dobbiamo avere il coraggio di prendere, di assumere, questa profezia nella nostra vita; di farla nostra, di non aspettare che venga qualcun’altro a raccontarcela, a raccontarla. Ognuno nel suo piccolo, con la libertà che Dio ci ha dato, deve riscattare la profezia. Il coraggio della profezia spetta solo a noi, e si realizza all’interno delle nostre piccole vite, ogni giorno.

Un anno fa Frei Betto (domenicano e teologo della liberazione brasiliano) elaborò una «nuova» professione di fede che qui voglio proporvi:

Credo nel Dio liberato dal Vaticano e da tutte le religioni esistenti e che esisteranno. Il Dio che è antecedente a tutti i battesimi, pre-esistente ai sacramenti e che và oltre tutte le dottrine religiose. Libero dai teologi, si dirama gratuitamente nel cuore di tutti, credenti e atei, buoni e cattivi, di quelli che si credono salvati e di quelli che si credono figli della perdizione, e anche di quelli che sono indifferenti al mistero di ciò che sarà dopo la morte.

Credo nel Dio che non ha religione, creatore dell’universo, donatore della vita e della fede, presente in pienezza nella natura e nell’essere umano. Dio orefice di ogni piccolo anello delle particelle elementari, dalla raffinata architettura del cervello umano fino al sofisticato tessuto dei quark.

Credo nel Dio che si fa sacramento in tutto ciò che cerca, attrae, collega e unisce: l’amore. Tutto l’amore è Dio e Dio è il reale. E trattandosi di Dio, non si tratta dell’assetato che cerca l’acqua ma del’acqua che cerca l’assetato.

Credo nel Dio che si fa rifrazione nella storia umana e riscatta tutte le vittime di tutti i poteri capaci di far soffrire gli altri. Credo nella teofania permanente e nello specchio dell’anima che mi fa vedere gli altri diversi dal mio io. Credo nel Dio, che come il calore del sole, sento sulla pelle, anche se non riesco a contemplare la stella che mi riscalda.

Credo nel Dio della fede di Gesù, Dio che si fa bambino nel ventre vuoto della mendicante e si accosta nell’amaca per riposarsi dalle fatiche del mondo. Il Dio dell’arca di Noé, dei cavalli di fuoco di Elia, della balena di Giona. Il Dio che sorpassa la nostra fede, dissente dei nostri giudizi e ride delle nostre pretese; che si infastidisce dei nostri sermoni moralisti e si diverte quando il nostro impeto ci fa proferire blasfemie.

Credo nel Dio che, nella mia infanzia, piantò una acacia in ogni stella e, nella mia giovinezza, si mise in ombra quando mi vide baciare la mia prima innamorata. Dio festeggiatore e bisboccione, lui che creò la luna per adornare la notte della delizia e l’aurora per incorniciare la sinfonia del volo degli uccelli all’albeggiare.

Credo nel Dio dei maniaci-depressi, dell’ossessione psicotica, della schizofrenia allucinata. Il Dio dell’arte che denuda il reale e fa risplendere la bellezza pregna di densità spirituale. Dio ballerino che, sulla punta dei piedi, entra in silenzio sul palcoscenico del cuore e, cominciata la musica, ci afferra fino alla sazietà.

Credo nel Dio dello stupore di Maria, del camminare laborioso delle formiche e dello sbadiglio siderale dei fiorellini neri. Dio spogliato, montato su un asino, senza una pietra dove appoggiare il capo, atterrato dalla sua stessa debolezza.

Credo nel Dio che si nasconde nel rovescio nella ragione atea, che osserva l’impegno dei scienziati per decifrare il suo gioco, che si incanta con la liturgia amorosa dei corpi che giocano per ubriacare lo spirito.

Credo nel Dio intangibile all’odio più crudele, alle diatribe esplosive, al cuore disgustoso di quelli che si alimentano con la morte altrui. Dio, misericordioso, si fa quatto fino alla nostra piccolezza, supplica un soave messaggio e chiede una ninna nanna, esausto davanti alla profusione delle idiozie umane.

Credo, soprattutto, che Dio crede in me, in ognuno di noi, in tutti gli esseri generati per il mistero abissale di tre persone unite per amore e la cui sufficienza traboccò in questa creazione sostenuta, in tutto il suo splendore, dal filo fragile del nostro atto di fede.

(Frei Betto, Un nuovo credo, nostra traduzione dallo spagnolo)

sabato 21 giugno 2008

Documento redatto dal gruppo dei credenti omosessuali di “Noi siamo chiesa” Emilia Romagna

Noi, omosessuali cristiani e la nostra chiesa

Nel corso del convegno intitolato "Omosessualità nel cristianesimo: approcci alternativi" , organizzato dal movimento “Noi siamo chiesa” dell'Emilia Romagna, il 20 Giugno 2008, è stata data lettura di un'interessante documento elaborato dal gruppo dei credenti omosessuali di Noi Siamo chiesa dell’Emilia Romagna “una riflessione che nasce dall'esperienza diretta di chi vive la condizione omosessuale e vuole andare oltre le discriminazioni”, affinchè le nostre comunità cristiane "si facciano promotrici di questa rivoluzione di mentalità" poichè il superamento dei pregiudizi e dell’ingiusto trattamento delle persone omosessuali passa necessariamente da una loro accoglienza nelle comunità dei credenti. Osiamo anche affermare che l’accoglienza è il primo coraggioso passo in quella direzione, quando riesca a far conoscere le persone e a metterle in comunione".

Dieci anni fa veniva emesso nella Diocesi di Innsbruck un documento sulla pastorale nei confronti delle persone omosessuali, frutto di un gruppo di lavoro costituito dall’allora vescovo Alois Kothgasser, oggi arcivescovo di Salzburg.

Questo documento, che risente già di dieci anni di evoluzione teologica successiva, è sul piano pastorale molto al di là delle aspettative che possiamo avere sulla nostra chiesa e anche in direzione opposta a quella che, negli ultimi decenni, ha preso la chiesa cattolica romana, soprattutto in Italia.

Noi, omosessuali cristiani appartenenti a Noi Siamo Chiesa dell'Emilia Romagna, leggiamo in questo documento parole che ci restituiscono conoscenza, sapienza e comunione nella chiesa, a differenza dei documenti del Magistero (in particolare le dichiarazioni della Congregazione per la Dottrina della Fede del 1975 e del 1986, assieme con le encicliche Humanae Vitae e Familiaris Consortio) che ci restituiscono misconoscenza, insipienza e disprezzo.

Per questo motivo, invitiamo a rileggere il documento di Innsbruck, ad assumerlo e ad adottarne le linee guida, nella consapevolezza di essere in forte ritardo nei confronti della storia.

In forza delle conoscenze acquisite ad oggi dalle scienze umane – che la moderna teologia ha assunto pienamente rileggendo anche l’intera questione della sessualità, la natura relazionale di Dio e la priorità della coscienza individuale – possiamo affermare che l’omosessualità, come ogni orientamento sessuale, è variante naturale della sessualità iscritta nella relazionalità umana.

Anche se a tutt’oggi non sono ancora stati chiariti pienamente la genesi e lo sviluppo dell’omosessualità, così come anche dell’eterosessualità e di ogni variante dell’orientamento sessuale, possiamo considerare l’orientamento sessuale, quale esso sia, come componente dell’autenticità della persona.

È importante sottolineare, peraltro, la perniciosa influenza che, sull’autentico sviluppo della persona, hanno i pregiudizi omofobi presenti nelle nostre società. Essi hanno costituito un tormento fin dai primi anni della crescita e ci hanno ostacolato nel normale sviluppo e floridità.
Alcuni di noi hanno conquistato a fatica un’emancipazione e una maturità piena, mentre altri ancora in età adulta portano dentro sofferenza per le conseguenze di quei patimenti. Non possiamo tacere che gli stessi pregiudizi omofobi, interiorizzati già in tenera età dalle/gli stesse/i omosessuali, sono in grado di generare nevrosi, psicosi, somatizzazioni varie, ed aumentano di due volte il rischio di suicidio nell’età adolescenziale.

Di tutto questo noi siamo consapevoli e testimoniamo che la nostra omosessualità si iscrive pienamente nell’autenticità della nostra vita, a livello interiore, interpersonale e nel rapporto positivo con Dio. Lo stesso potrebbe avvenire senza problemi a livello sociale ed ecclesiale, se non esistesse l’omofobia.

Da questo punto di vista appare prioritaria la lotta ai pregiudizi e alle discriminazioni. Non vogliamo farci illusioni: il replicarsi delle frasi offensive e delle immagini stereotipate su gay e lesbiche è un fenomeno che non può certo essere contrastato efficacemente, anche a fronte di campagne di informazione e sensibilizzazione (semmai ce ne fossero), senza un’attiva partecipazione di molte persone.

Gli stessi mezzi di informazione, la televisione e la pubblicità, si fanno solo cassa di risonanza degli stereotipi esistenti, senza cercare la verità dei fatti e rendere la vita reale delle persone, mantenendo al contempo troppe ambiguità sul collegamento omosessualità–pedofilia, che va rigettato sempre e comunque.

È quindi importante che anche le nostre comunità cristiane, in quanto agenzie educative di giovani ed adulti, si facciano promotrici di questa rivoluzione di mentalità.

Il superamento dei pregiudizi e dell’ingiusto trattamento delle persone omosessuali passa necessariamente da una loro accoglienza nelle comunità dei credenti. Osiamo anche affermare che l’accoglienza è il primo coraggioso passo in quella direzione, quando riesca a far conoscere le persone e a metterle in comunione.

Con “accoglienza”, cioè, intendiamo un complesso di azioni, necessariamente in sinergia col parroco e con tutti i responsabili della pastorale comunitaria:

• considerare positivamente la ragazza o il ragazzo che presenta un orientamento omosessuale, fin da quando si presenta il caso (tipicamente negli anni del dopo-cresima);

• evitare qualsiasi allontanamento dagli incarichi o discriminazione dei laici omosessuali (giovani o adulti) nelle attività parrocchiali o diocesane;

• dare supporto, sia come guida spirituale sia come accompagnamento ed aiuto nelle scelte di vita, ai ragazzi e agli adulti che incontrano difficoltà a causa dell’omosessualità;

• dare supporto anche alle persone del contesto familiare della persona omosessuale (genitori, fratelli e sorelle, parenti ed amici), che potrebbero vivere delle difficoltà a causa dei pregiudizi interni ed esterni alla famiglia;

• trattare l’orientamento omosessuale, benché minoritario, come legittimo negli insegnamenti, nelle omelie e nella catechesi a giovani ed adulti, evitando ogni seppur minimo collegamento con il concetto di perversione o la violenza sui minori;

Bisognerebbe inoltre (noi ne sentiamo il bisogno già da decenni) avviare un serio dibattito sull’argomento e alla luce del sole, non nei sotterranei o negli studi dei teologi, metodi questi che risentono molto del tabù, ma anche di un ipocrita desiderio di mantenere il controllo sulle coscienze e la paura di perdere i propri privilegi.

Tutto quanto detto non può avvenire, ovviamente, sulle teste delle/gli omosessuali, ma necessariamente li deve coinvolgere attivamente.

La visibilità, cioè il conoscere da parte degli altri l’orientamento sessuale, è da considerarsi – almeno in questa fase iniziale – un valore, e non qualcosa da evitare. Esso è un aspetto interiore che non pare rispettoso mettere in piazza, ma allo stesso modo con cui un eterosessuale non si vergogna di presentare a chiunque la propria fidanzata o moglie (o il proprio fidanzato o marito), allora bisogna che diventi possibile il non vergognarsi per una relazione sentimentale con una persona dello stesso sesso (comunque essa sia) che corrisponde al nostro orientamento.

Diversi di noi riescono a realizzare quest’obiettivo, in circoli di amici o anche in intere comunità, ma è necessario che questo si avveri anche nella vita quotidiana, nei luoghi di lavoro, nella vita pubblica.

Oggi sono già molte le relazioni durature omosessuali. Quelli di noi che hanno avuto la fortuna, e la responsabilità, di realizzare un progetto di coppia stabile, testimoniano che l’orientamento sessuale non pregiudica la qualità dell’amore che in esse si vive. Le nostre relazioni non sono relazioni di serie B, tantomeno di serie Z, come se consistessero solamente di amore-eros e per nulla di amore-agape, ma vivono le stesse aspirazioni e difficoltà, le stesse gioie e sofferenze, di qualsiasi relazione sentimentale.

L’assunzione di responsabilità, la cui labilità è divenuta oggi ben visibile anche nelle coppie eterosessuali, si sostanzia non di meno nelle coppie omosessuali, a seconda delle possibilità e delle condizioni in cui i due partner vivono.

Pur nell’impossibilità di avere figli naturali, le nostre relazioni non vivono confinate nella sterilità, ma sanno rendersi feconde ed attive nelle comunità (piccole o grandi), laddove vengono accolte, finanche alla responsabilità genitoriale, nei casi in cui figli naturali od adottivi si sono trovati nella condizione di dover essere accolti.

E poiché la nostra “liberazione dalla schiavitù d’Egitto” è avvenuta quando abbiamo (talvolta in età adulta) scoperto ed accolto il sorriso di Dio sulle nostre vite di omosessuali, noi facciamo memoria di questa pasqua tutte le volte che prestiamo un orecchio attento all’ascolto e senza sguardo di condanna verso le situazioni di bisogno inascoltato che incontriamo altrove nella società.

Tutti questi sono segni inequivocabili, per noi, della benedizione di Dio sulle nostre vite e sulle nostre relazioni d’amore. Ci piacerebbe che, un giorno, anche le comunità dei credenti in cui siamo inseriti prendano atto di questa benedizione e ringrazino Dio – in una celebrazione comunitaria – per questo amore che solo da Lui proviene.

Bologna 17 giugno 2008

Il gruppo di omosessuali credenti aderenti
a Noi Siamo Chiesa dell'Emilia Romagna

martedì 17 giugno 2008

Il nuovo libro di don Franco Barbero - Un'anticipazione

SONO GAY, AMO DIO, PERCHE' LA CHIESA CATTOLICA MI RIFIUTA?
Franco Barbero risponde a centinaia di mail raccolte in un volume a cura di Pasquale Quaranta


di Delia Vaccarello

Una lettera può «salvare la vita». Soprattutto se riceve una risposta di amore e di speranza che aiuta a respingere la sensazione di essere «sporchi, sbagliati, nel peccato». Soprattutto se a rispondere è don Franco Barbero. Per decenni impegnato a fianco dei poveri di diritti, dopo quarant’anni di sacerdozio, Barbero nel 2003 viene «ridotto» al laicato [dimesso dallo stato clericale, ndr]. Ma lui non muta nulla del suo impegno, tra i tanti compagni di viaggio ci sono lesbiche, gay, trans, divorziati e sposati civilmente, teologi dissenzianti. Continua la sua opera dalla postazione della Comunità cristiana di base di Pinerolo (www.viottoli.it) che ha fondato 35 anni fa. A tutti non fa mancare una parola di conforto, e la firma in calce reca sempre il "don".


«Resto nella Chiesta cattolica e ci resto come presbitero perché me lo chiede un gran numero di donne e di uomini». Le lettere che riceve don Franco e le sue risposte sono state raccolte in un prezioso libro a cura di Pasquale Quaranta di prossima uscita dal titolo «Omosessualità e Vangelo, Franco Barbero risponde», Il Segno dei Gabrielli editori. Lo stesso Pasquale, che oggi a venticinque anni, scrive a don Franco di sé: «Caro Pasquale, finalmente stai riuscendo a dirti che Dio ti vuole bene come sei. Che cosa puoi dire a quei tuoi amici che sostengono il cosiddetto “sesso senza amore”? Cerco sempre, anche nell’accompagnare gay e lesbiche, di mettere in grande risalto la valenza dei sentimenti, la possibilità di avere relazioni stabili, ma mi prefiggo anche di non incoraggiare la diffidenza verso il corpo».

Il sacerdote incoraggia i sentimenti profondi come dono di Dio, come aveva fatto celebrando i patti d’amore tra coloro che la gerarchia non riconosce «degni». Pasquale nella sua presentazione passa in rassegna da giovane credente i comportamenti verso gay e lesbiche all’interno della Chiesa cattolica che si accompagnano troppo spesso a uno sguardo negativo: «Il rispetto è condizionato da giudizi infondati e talora fortemente ostili», la considerazione di fondo è quella che ritiene gay e lesbiche persone «gravemente ostacolate nel relazionarsi correttamente con donne e uomini». Dinanzi a questi attacchi, l’autostima potrebbe frantumarsi di botto. Ma Barbero sa ricostruirla: «Oggi una eccellente produzione teologica dimostra a chiare lettere l’impossibilità di usare i testi biblici pro o contro l’omosessualità», precisa. E invita i credenti adulti ad «andare avanti senza bussare», senza chiedere permessi per vivere l’amore che benedice le unioni, perché «l’unica porta alla quale devono bussare è la porta di Dio».

Barbero risponde alla donna «che si sente sporca» perché ama un’altra donna, al sacerdote gay che dopo il travaglio dell’accettazione ha scoperto l’amore e non sa cosa fare, al papaboy attratto da un coetaneo, a Cosimo che convive da diciassette anni. Cosimo scrive: «Ho provato a confessarmi, le condizioni sono sempre le stesse: lasciare il mio compagno. La Chiesa di Roma vuole crocifiggermi negandomi l’eucarestia. A 53 anni sono stato colpito da degenerazione maculare per cui la vista va calando giorno dopo giorno e il solo a dire “ci sarò io al tuo fianco, darò io il tuo cane da guida” è stato il mio compagno cui devo tutto». La risposta è commossa, lunga e articolata. Ferma: «Per fortuna milioni di gay e lesbiche credenti vivono la loro esperienza come un dono di Dio e non si sentono più fuori dalla Chiesa. Quanto a me sono davvero riconciliato con la Chiesa. È semmai la gerarchia che non è riconciliata con me». Come si fa da espulsi a sentirsi ancora «dentro»? Semplice: l’amore è gioia, sorriso: «Sono in compagnia di un enorme schiera di donne e uomini che vivono la loro fede sotto il sorriso di Dio».

(da l'Unità, 17 giugno 2008)

venerdì 30 maggio 2008

Emergenza educativa

Ma non è questo che preoccupa il Vaticano!
di Marcello Vigli


Dalle parole rivolte da Benedetto XVI ai vescovi italiani riuniti nell'annuale assemblea della Cei si potrebbe avere l'impressione che l'Italia si stia avviando a diventare il migliore dei mondi possibili.

C'è, però, qualcosa che non va: un'emergenza educativa attraversa il paese. «Come non spendere, in questo contesto - si chiede il papa - una parola in favore di quegli specifici luoghi di formazione che sono le scuole?». Si potrebbe perdonare quest'ennesima forma d'intervento clericale non rivolto contro la 194 e i tentativi di legiferare sul testamento biologico o sulle famiglie di fatto, se si trattasse del Sistema scolastico nazionale. Il papa pensa, in verità, alle scuole confessionali e al loro finanziamento. Aggiunge, infatti, subito dopo: «In uno Stato democratico, che si onora di promuovere la libera iniziativa in ogni campo, non sembra giustificarsi l'esclusione di un adeguato sostegno all'impegno delle istituzioni ecclesiastiche nel campo scolastico». Imperdonabile il riferimento allo Stato democratico perché la nostra Repubblica, potrà pur promuovere la libera iniziativa, ma deve prima obbedire alla sua Costituzione che vieta esplicitamente e tassativamente tali finanziamenti. Certo è in buona compagnia se si pensa che ad aggirare quel divieto ha brillantemente contribuito Luigi Berlinguer con la legge che rende paritarie le scuole private legittimando i successivi provvedimenti di Moratti e Fioroni. E' in buona compagnia anche nell'argomentare in favore della sua richiesta: «E' legittimo, infatti, domandarsi se non gioverebbe alla qualità dell'insegnamento lo stimolante confronto tra centri formativi diversi suscitati, nel rispetto dei programmi ministeriali validi per tutti, da forze popolari multiple, preoccupate di interpretare le scelte educative delle singole famiglie. Tutto lascia pensare che un simile confronto non mancherebbe di produrre effetti benefici».

Lo affermavano anche i responsabili della politica scolastica dei partiti di sinistra, dei sindacati confederali e dell'associazionismo democratico, che, snaturando la proposta di attribuire al Sistema scolastico nazionale autonomia dalle ingerenze del Ministero e degli assessorati regionali, l'hanno trasformata in attribuzione dell'autonomia delle singole scuole. L'autonomia avrebbe stimolato la concorrenza e, con questa, favorito la qualità delle prestazioni scolastiche, si diceva. La profonda crisi che sta attraversando la scuola italiana, ha ampiamente smentito le loro previsioni e quelle di quanti hanno trasgredito l'obbligo costituzionale che impone alla Repubblica di «istituire scuole statali per tutti gli ordini e gradi» (art. 33).

Non di più soldi alle private né di procedere nella disgregazione del sistema nazionale ci sarebbe bisogno per uscire dall'emergenza educativa di cui non solo il papa ma anche il Cardinale Angelo Bagnasco, nella sua prolusione alla stessa Assemblea dei vescovi, denuncia l'urgenza individuandone anche una delle cause. «Per chi è ancora inesperto e per chi non ha il senso critico necessario, la televisione diventa facilmente un territorio senza regole in cui, magari all'insegna apparentemente neutra del marketing, trovano facile veicolazione anche modelli distorti di vita». Ci sarebbe bisogno di un'agenzia educativa in grado di fornire quel senso critico e quell'autonomia dalle lusinghe del marketing: ma questa non può essere che la scuola pubblica obbligatoria e capillarmente presente sul territorio libera da ipoteche confessionali o ideologiche perché fedele, per statuto, solo ai principi ideali della Costituzione.

Certo non la scuola così com'è stata ridotta, ma quella di cui da tempo tutti auspicano una radicale riforma nei contenuti e nella formazione dei docenti oltre che negli ordinamenti e nella gestione. A questa riforma non sono interessati né la gerarchia cattolica né gli esperti, ispirati alle sue direttive, che da tempo orientano la politica ministeriale nella duplice prospettiva del raggiungimento della piena parità per le scuole confessionali e della confessionalizzazione della scuola pubblica. Nella prima direzione va la brutale richiesta del papa; nella seconda vanno sia il recente intervento della Cei per ottenere che l'insegnamento della religione cattolica esca dal ghetto della facoltatività ritagliandogli uno spazio nell'area disciplinare umanistica, nella scuola dell'obbligo, sia, in quella superiore, il recupero di potere per il docente di religione nel Consiglio di classe con il diritto a partecipare all'assegnazione dei crediti scolastici, specie alla vigilia degli esami di maturità.

Stanno arrivando al pettine i nodi aggrovigliati negli ultimi decenni della una politica scolastica delle forze democratiche che, di là dalle dichiarazioni sulla centralità della scuola per lo sviluppo della democrazia, hanno sempre lasciato agli integralisti cattolici ampio spazio di manovra per lo smantellamento della scuola pubblica. Forse anche di questo dovrà occuparsi la ricerca di una via per uscire da sinistra dalla crisi della democrazia italiana.

(da Liberazione, 30 maggio 2008)

mercoledì 28 maggio 2008

Commento al vangelo di domenica 1 giugno 2008

Non dite «Signore»,

costruite la casa!

Non chiunque mi dice: Signore, Signore, entrerà nel regno dei cieli, ma colui che fa la volontà del Padre mio che è nei cieli. Molti mi diranno in quel giorno: Signore, Signore, non abbiamo noi profetato nel tuo nome e cacciato demòni nel tuo nome e compiuto molti miracoli nel tuo nome? Io però dichiarerò loro: Non vi ho mai conosciuti; allontanatevi da me, voi operatori di iniquità.
Perciò chiunque ascolta queste mie parole e le mette in pratica, è simile a un uomo saggio che ha costruito la sua casa sulla roccia. Cadde la pioggia, strariparono i fiumi, soffiarono i venti e si abbatterono su quella casa, ed essa non cadde, perché era fondata sopra la roccia. Chiunque ascolta queste mie parole e non le mette in pratica, è simile a un uomo stolto che ha costruito la sua casa sulla sabbia. Cadde la pioggia, strariparono i fiumi, soffiarono i venti e si abbatterono su quella casa, ed essa cadde, e la sua rovina fu grande». (Matteo 7, 21-27)


Non chi dice: Signore, Signore… ma chi fa la volontà del Padre mio.

Il brano è aperto da una parola che è costruita attorno ad un’antitesi. Da una parte l’acclamazione verbalistica a Gesù, invocato da «chiunque» come Signore, e dall’altra il rimprovero di Gesù che pone l’attenzione sull’attuazione della volontà del Padre che è nei cieli, l’unico che è Signore. È il Regno ad essere centrale e non i titoli, il culto, le devozioni, le pratiche religiose, le leggi (“naturali” o divine). Ciò che conta davvero per la vita degli uomini e delle donne – come Gesù ci ha insegnato nella sua predicazione – è il Regno, la volontà di Dio.

Molti si dicono cristiani – e lo fanno con orgoglio – per una rivendicazione identitaria che nulla ha a che vedere con il Nazareno. Altri si dicono cristiani per un senso di appartenenza alla Chiesa: ma anche questo, a volte, sembra essere solo una denominazione priva di contenuto. Forse bisognerebbe concentrarsi meno sulle parole («non chi dice…») e fare più attenzione alla Parola (la Bibbia, la vita…). E se proprio non si può fare a meno di inquadrarsi all’interno di una denominazione che esprima un’identità – prima che una realtà – forse è meglio lasciare che siano gli altri a definirci cristiani.

Le parole di Gesù sono un monito contro l’ipocrisia, contro le facili categorie ed etichette che spesso si tende ad applicare alla realtà, alla persone (soprattutto agli altri). La sua attenzione è tutta per il Regno, e non certo per una chiesa (cosa che non ha mai inteso fondare). La sua predicazione si snoda attorno al concetto della volontà di Dio. Per noi si pone il problema di capire in cosa consiste questa «volontà di Dio» e cos’è la «Signoria di Dio». Vengono qui in mente le grandi parole del giudizio: «Venite prendete possesso del Regno, perché ho avuto fame e mi avete dato da mangiare, ho avuto sete e mi avete dato da bere, sono stato forestiero e mi avete accolto» (Mt 25, 34ss) – parole, ahimè, quanto mai attuali in questi giorni! Ma Gesù di Nazaret ci indica direttamente con l’esempio della sua vita il significato di “Regno di Dio”. La sua esperienza è esempio, è coincidenza tra parola predicata e vita vissuta. In questo sta tutta la forza del suo messaggio: in Gesù – come in pochissimi uomini nella storia – teoria e prassi sono coincise senza mortificare l’umanità. Una testimonianza che nella sua radicalità ha avuto come estrema conseguenza la morte.

Ma «Signore, noi abbiamo parlato nel tuo nome e compiuto molti miracoli nel tuo nome!» – dicono. Questo non basta – sembra rispondere Gesù. E del resto l’esempio è sotto gli occhi di tutti: ogni giorno c’è chi compie atti iniqui nel nome di Gesù, e peggio di Dio, arrivando a giustificare anche la guerra. (Basti pensare ai cosiddetti teo-con, teo-dem e affini…). Ogni giorno c’è chi pronuncia parole (Cristo, Signore, ecc…) che non hanno più senso, che sono inserite in una ritualità formalistica priva di aderenza alla realtà. Ogni giorno le gerarchie vaticane, sempre in nome di Gesù, proclamano anatemi e scomuniche… allontanandosi così dalla volontà di Dio che vuole «misericordia e non sacrifici» (cfr. Os, 6,6; Mt 9,12-13; Mt 12,7). Così Pasolini, con parole sempre attuali, commentava le sentenze della Sacra Rota nel 1974: «La Chiesa [nell’emanare sentenze, con il suo Codice di diritto canonico] si rivela del tutto staccata dall’insegnamento del Vangelo. Cristo viene ricordato solo attraverso formule, attraverso meri riferimenti nominali. L’amore è ignorato del tutto»1, come dire: il vangelo non c’entra nulla!

Ma è Gesù a prendere le distanze: «Io però dichiarerò loro: Non vi ho mai conosciuti; allontanatevi da me, voi operatori di iniquità». Egli “scomunica” a sua volta chi si fregia ipocritamente del suo nome, con una formula in uso presso i maestri che non riconoscevano più i loro discepoli.


La casa sulla roccia

Tutti vorremmo vivere su una roccia, sulla sicurezza. Invece la vita insegna che la precarietà, la debolezza, la finitezza sono parte costitutiva dell’esperienza umana (e forse è anche un bene che sia così!). Ci troviamo a vivere giorni insicuri, di paura: sentimenti che sono strumentalizzati dai media e dalla “politica acchiappa voti” e che innescano situazioni di odio, di xenofobia, di omofobia, di violenza… Le vittime sono i più deboli: rom, gay, donne, poveri… Ma Gesù ci dice che la sicurezza è nella parola, e quindi nella “conversazione” e nell’ascolto, ma anche nell’azione, nell’accoglienza. Non basta ascoltare, bisogna «mettere in pratica», guardarsi negli occhi, accogliersi e fare insieme.

Nella parabola tutto ruota sul «mettere in pratica»: è questo il distinguo tra l’uomo saggio e l’uomo stolto. Gesù, con la sua vicenda umana, ci ricorda che il Regno si costruisce giorno per giorno e con gesti concreti. Con prese di posizione che cambiano la vita, la trasformano e la aprono all’altro, al diverso.

E allora «Cadde la pioggia, strariparono i fiumi, soffiarono i venti e si abbatterono su quella casa, ed essa non cadde, perché era fondata sopra la roccia». Qualsiasi cosa accadrà l’uomo saggio rimarrà coerente, non avrà di che rimproverarsi e vivrà nell’amore, senza il timore dell’insicurezza perché la sua vita si fonda su una parola messa in pratica, una parola viva.

Se il Signore non costruisce la casa,
invano vi faticano i costruttori.
Se il Signore non custodisce la città,
invano veglia il custode.
Invano vi alzate di buon mattino,
tardi andate a riposare
e mangiate pane di sudore:
il Signore ne darà ai suoi amici nel sonno.
(Salmo 126, 1-2)

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1 P.P. Pasolini, La Chiesa, i peni e le vagine, in Scritti corsari, Milano 1975, pag. 192.

martedì 27 maggio 2008

Apello per una politica cristiana a sinistra

Sinistra cristiana
di Raniero La Valle

Nel deserto creatosi in Italia con le ultime elezioni, già popolato però dai fantasmi dell’intolleranza e del razzismo, molti cantieri sono all’opera per una ripresa in diverse forme del discorso politico. C’è un cantiere aperto nella destra, per costruire l’immagine di un “nuovo” Berlusconi e di uno squadrismo non fascista; c’è un cantiere aperto nella ridotta veltroniana, dove sembra annunciarsi una riconversione alle alleanze e il desiderio di un “nuovo centro-sinistra”; c’è un cantiere aperto nella sinistra, dove è in gioco il futuro di Rifondazione e di tutti i colori dell’arcobaleno.

Non c’è un cantiere per i cattolici: non avrebbe senso perché i cattolici non sono una categoria politica e la loro aggregazione non è un partito ma una Chiesa. Non che essi non siano influenti: molti di loro sono presenti nell’uno e nell’altro schieramento, e quanto a influenza nella società e nelle istituzioni la Conferenza episcopale italiana non è seconda a nessuno. Ma la stagione dell’unità politica dei cattolici è per fortuna conclusa, e ci sono buone ragioni politiche, teologiche ed ecclesiali che ne sconsigliano fermamente ogni possibile restaurazione.

Mentre sono al lavoro tanti cantieri, nella politica italiana si avverte tuttavia un vuoto pauroso, derivante dall’assenza di soggettività politiche che furono in altri momenti assai importanti e anche decisive per la crescita democratica e spirituale del Paese. Nessun problema di identità perdute, che sarebbe sterile e regressivo rivendicare. Ma c’è un problema di contenuti di elaborazione e di lotta politica che, soprattutto dopo la crisi e la sconfitta delle sinistre storiche nel tempo della globalizzazione, rischiano di essere gravemente compromessi nella progettazione del futuro. Se ne possono fare diversi elenchi; noi ne facciamo uno traendolo da fonti insuperabili della nostra tradizione comune; è l’elenco risultante dalla somma dei “segni dei tempi” della Pacem in terris e del privilegio attribuito ai poveri, ai sofferenti e ai militanti per la giustizia dalle Beatitudini evangeliche.

Si tratta di contenuti che sono assunti dal linguaggio profano e riguardano realtà storiche e temporali, proiettate però verso una pienezza di umanità quale è desiderata da Dio.

L’elenco che ne risulta è questo: ascesa delle classi lavoratrici e riscatto personalista del lavoro; dignità realizzata della donna, liberazione dei popoli dal dominio; pace come alternativa complessiva alla guerra illegittima e contraria alla ragione; democrazia internazionale e sviluppo dell’ONU, regole per il potere, diritti fondamentali e loro garanzia nelle Costituzioni; eguaglianza per natura di tutti gli esseri umani e anche delle comunità politiche; rovesciamento in una felice condizione umana dell’afflizione dei poveri, dei perseguitati, dei piangenti, delle vittime d’ingiustizia.

Non si tratta di postulati ideologici, si tratta di contenuti politici che di fatto, nell’attuale bipartizione politica che schiaccia la realtà sui due poli di destra e di sinistra, figurano come contenuti di sinistra. Per sostenerli ed attuarli potrebbero riunirsi in forma organizzata e “in modo onesto” dei gruppi di cattolici e cristiani disponibili all’impegno politico: non tutti, perché sulla sostanza e sulla realizzazione di queste cose ci sono tra i cristiani, legittimamente, come dice il Concilio, opinioni diverse e d’altronde, ponendosi questi cristiani apertamente come parte, né pretenderebbero con piglio integristico di rappresentare tutti i fedeli, né potrebbero in modo clericale rivendicare a proprio favore l’autorità della Chiesa.

Ma con quale nome potrebbero affacciarsi alla scena? Un pregiudizio fondato su una errata accezione della laicità (fare finta che la fede non ci sia), e il linguaggio oggi “politicamente corretto”, porterebbero questi credenti a restare anonimi, prendendo nomi di fantasia, tipo “Pace e diritti”, “Pace e lavoro” e simili. Ma anche questa stagione è passata. Se il nome deve corrispondere alla cosa, a contenuti di sinistra e al lottare per essi come cristiani, conviene il nome di “sinistra cristiana”. È un nome che si può assumere, nel deserto di cui abbiamo detto, senza infingimenti e senza autocensure. Non esprime un’ideologia: una sinistra cristiana è stata presente in Italia sotto diversi nomi e in diverse forme: perfino l’Opera dei Congressi fu di sinistra quando approdò all’antitemporalismo; e così fu l’”Avvenire d’Italia” di Rocco d’Adria; di sinistra cristiana furono l’intransigentismo, il proporzionalismo e la posizione anti-clericomoderata di Sturzo, lo sono stati poi i partigiani cristiani, i professorini che hanno scritto le pagine più alte della Costituzione repubblicana, la sinistra cristiana di Ossicini e di Rodano e quella democristiana di Vanoni, Mattei, Pistelli, Granelli, la Sinistra Indipendente del 1976 e la scelta politica finita nel martirio di Moro.

È una tradizione antica, che si può riproporre oggi per pensare di nuovo la politica e farla di nuovo. Non senza alleanze, incontri e salutari meticciati. Non per il potere di pochi ma per la salvezza di molti.

Articolo in uscita sul prossimo numero del quindicinale di Assisi, "Rocca".

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