martedì 10 luglio 2007

La lingua del potere

Due visioni opposte dell'eucaristia: tra sacrificio e condivisione.
di Enzo Mazzi (da Liberazione 10/7/07)
L 'autorizzazione del papa a celebrare la messa in latino secondo un rituale ormai imbalsamato non meriterebbe in sé l'attenzione e il clamore che le è riservato. La decisione di Benedetto XVI è stata presa in primo luogo per l'unità della Chiesa. E' una sollecitudine da apprezzare nella sua intenzionalità. Ma il carattere essenziale del messaggio che trasmette è di restaurazione. Ed è una restaurazione pesante in contrasto stridente con le esperienze e le attese di molta parte della realtà ecclesiale nel mondo che attende da quarant'anni l'attuazione progressiva delle promesse conciliari.
Perché il Concilio non è affatto un evento chiuso ed esaurito dai documenti prodotti e dalle riforme attuate. E' piuttosto un grande processo storico di trasformazione che deve ancora sviluppare tutta la sua forza. La riforma liturgica attuata e in particolare il Messale romano promulgato da Paolo VI non possono diventare la tomba dello spirito che ha animato il Concilio. Tanti cattolici nel mondo e specialmente nei paesi impoveriti si aspettavano un nuovo slancio verso la liberazione e invece ecco il messaggio necrofilo che ribadisce la cultura del sacrificio, quella cultura che da sempre serve a colpire i poveri e a tenerli nella soggezione.
Perché il gesto di papa Ratzinger non è solo questione di lingua ma di cultura. E' un colpo al processo conciliare che aveva favorito il passaggio tanto atteso dalla cultura del sacrificio alla cultura della condivisione, dal primato del rito e del mito al primato delle relazioni e dell'amore. Possiamo capire meglio il senso di questa opposizione di papa Ratzinger al passaggio strategico dal Sacro alla vita, con alcune cenni storici. Per le tradizioni religiose sacrificali la salvezza viene dal sacrificio.Tutte le religioni hanno al loro centro il problema della salvezza. Sono vie di salvezza di fronte al mistero del male, del dolore e della morte.
Lo strumento principe della salvezza è quasi sempre il sacrificio. E spesso si tratta di un sacrificio cruento. Fino dalle religioni più antiche. Tutti i sistemi di dominio hanno sfruttato a piene mani la cultura del sacrifico per sfruttare, opprimere, soffocare nel sangue la rivolta.
E' ben nota la centralità del sacrificio nella religione ebraica: «Consacra al Signore ogni primo nato tra i figli d'Israele, sia degli uomini che degli animali: esso è mio. Lo riscatterai sacrificando al suo posto un animale» (libro dell'Esodo). La cena pasquale, prima della morte di Gesù, origine prima dell'eucarestia, avviene all'interno della tradizione sacrificale. Ma, a me sembra, è stato inserito un elemento nuovo che avrebbe potuto essere rivoluzionario se non fosse stato devitalizzato: l'identificazione fra pane e corpo e fra vino e sangue, la fusione cioè fra il sacro e la vita: «prendete e mangiate questo è il mio corpo». Va tenuto conto che il racconto dell'ultima cena, prima di essere codificato nei Vangeli, nasce e si diffonde oralmente fra piccoli gruppi di persone che vivevano al di fuori delle strutture sacrali, celebravano l'eucaristia in casa e non nel tempio.
I primi cristiani lasciarono il Tempio, anzi furono cacciati via dal Tempio, non avevano sacerdoti, i loro ministri erano presbiteri, erano anziani, rifiutavano le parole sacrali. La loro collocazione nella società era una collocazione di tipo laico, erano pastori, pescatori, artigiani, donne e uomini emarginati. Non avevano cornici sacre. Per questo stesso motivo i cristiani furono perseguitati anche dal mondo pagano che era un mondo religioso. Erano combattuti perché non erano religiosi cioè non avevano una simbologia sacrale, non sacrificavano a nessuno. Il loro momento espressivo era la cena. E non c'erano tra loro gerarchie ma ministeri. Quindi anche questa struttura sacrale della gerarchia non esisteva. E morivano versando il sangue per l'umanità nuova (E. Balducci).
Per il cristianesimo nascente non il sacrificio salva ma la condivisione.Tradotto in termini espliciti, e quindi riduttivi, il messaggio che emana dalla simbologia dell'ultima cena potrebbe essere questo: la via della salvezza non passa attraverso il sacrificio rituale, che è solo consolatorio, anzi è una truffa mascherata di sacro (il Tempio-spelonca di ladri). La via della salvezza sta nella condivisione degli elementi offerti dalla natura e dal lavoro dell'uomo, essenziali alla vita, simboleggiati dal pane e dal vino.
E il sacrificio? E' sostituito dalla condivisione esistenziale. La condivisione eucaristica del pane e del vino non è una qualsiasi spartizione contrattuale: io do una cosa a te e tu dai una cosa a me. La giustizia ha bisogno di leggi e norme che regolino il contratto sociale; ma non deve sacralizzare e rendere eterne le leggi e le norme: Il sabato è fatto per l'uomo, non l'uomo per il sabato. La spartizione e condivisione dei beni della terra e del lavoro coinvolge insieme al pane e al vino tutta la esistenza umana, corpo e sangue. E' una condivisione esistenziale che non è mai appagata dai livelli di giustizia raggiunti storicamente dalle spartizioni contrattuali. Cerca e vuole livelli sempre più alti di giustizia e quindi tende di continuo a un "oltre". Perché il corpo e il sangue, la vita umana, non si possono esaurire mai in un contratto o in un programma politico. Il corpo e il sangue sono l'anima della trasformazione continua della storia. Sono il motore intimo della lotta inesausta per la giustizia. Finché ci sarà un solo povero sulla terra.Tutto questo nel periodo del cristianesimo nascente. E venne la transustanziazione a devitalizzare l'eucaristia.
Quando è avvenuto l'inserimento delle comunità cristiane negli spazi del potere c'è stata la sacralizzazione della Chiesa. E' cominciata l'avventura della fede dentro le categorie del sacro. Il cristianesimo-potere ha rovesciato il senso di questa simbologia insita nell'ultima cena. E' stata sancita la transustanziazione. Parola difficile che in sostanza significa che il pane non è più pane ma è il corpo di Cristo. Il pane e il corpo sono stati di nuovo contrapposti. La vita, la natura e il sacro sono stati di nuovo separati. E all'ansia di giustizia e alla lotta pacifica per la giustizia è stata tolta l'anima. E l'eucaristia è stata devitalizzata.
Potrei raccontare tanti aneddoti in proposito. Ne scelgo uno. Quando si celebrava la messa in latino, tanti preti scivolavano via frettolosamente sulle varie parti della messa, anch'io qualche volta l'ho fatto, tanto nessuno capiva nulla, ma si soffermavano sulle parole della consacrazione scandendole quasi ossessivamente. "hoc est corpus meum…". Ricordo un monsignore importante che impiegava più tempo su quelle parole che su tutto il resto. La Messa era tutta lì in quelle parole mitiche che operavano il miracolo rinnovando il sacrificio di Gesù.
Ed ecco il colpo d'ala verso cui tendono tante esperienze di celebrazioni eucaristiche specialmente nelle comunità di base: la liberazione della Messa dal sacrificio e il recupero del senso iniziale della condivisione.
La reazione anticonciliare del Motu proprio papale si pone contro tutto questo. Va incontro però a una contraddizione che può trasformare la concessione del ritorno al latino in un boomerang. Perché introduce un elemento di flessibilità che s'insinua come una crepa nel monolite della rigidità rituale e apre all'antichissima tradizione del pluralismo partecipativo, della inculturazione e della creatività. La Messa non è nata in latino, ma in aramaico, la lingua di Gesù, poi si è affermata in greco, quindi ha conquistato il mondo nella lingua dei conquistatori, il latino, ed infine si è adeguata alle lingue nazionali. Forse il futuro di chi ha sempre cercato varchi per aprire la Chiesa alle necessità della vita è proprio quello di allargare la crepa della flessibilità per fare spazio allo Spirito che soffia dove vuole in modo che l'eucaristia torni ad essere vera condivisione degli elementi essenziali della vita nella memoria di Gesù. Non è la lingua che preme in primo luogo ma le esigenze del pluralismo, della inculturazione, della creatività, della liberazione.

domenica 1 luglio 2007

Intervento di Franco Barbero sul libro di Ratzinger "Gesù di Nazaret"

L'imbarazzante mediocrità del "Gesù" di Ratzinger
da MicroMega 4/2007
Può essere imprudente o prematuro esprimere una valutazione complessiva della ponderosa opera di Joseph Ratzinger prima che compaia il secondo volume. Ma già questa prima parte sollecita un confronto che, purtroppo, non è così vasto e coinvolgente come lo scritto meriterebbe. Non solo le pagine dedicate alle parabole e alle beatitudini testimoniano la passione sincera e profonda di Joseph Ratzinger. Mi piace riconoscerlo senza mezzi termini all’inizio di questa recensione critica.
Ma nella lettura di queste pagine ho trovato più l’autore che non Gesù di Nazareth. Si tratta, a mio avviso, di uno scritto in cui Ratzinger, credente appassionato e teologo dogmatico militante, ha stampigliato a chiare lettere il suo ritratto spirituale e psicologico di uomo, di filosofo, di credente. Il timbro della sua personalità e i chiaro scuri della sua riflessione emergono ad ogni pagina. Questo “incombere” della personalità di Ratzinger, a mio avviso, comporta il prevalere di una tesi precostituita sulla documentazione di una ricerca rigorosa, seriamente confrontata.
Di tanto in tanto le preoccupazioni pastorali, ben visibili nel suo esercizio del primato romano, fanno capolino e si esprimono con chiarezza ed allora affiorano le vibrazioni della tonalità apologetica dei discorsi e delle prediche papali che conosciamo: “E’ in gioco il primato di Dio. Si tratta di riconoscerlo come realtà, una realtà senza la quale nient’altro può essere buono. Non si può governare la storia con mere strutture materiali, prescindendo da Dio. Se il cuore dell’uomo non è buono, allora nessun’altra cosa può diventare buona. E la bontà di cuore può venire solo da Colui che è Egli stesso la Bontà, il Bene” (pag. 56). Subito dopo diventa ancor più esplicito il pensiero di Ratzinger: “Il Signore risorto raduna i suoi 'sul monte'… e in quel momento dice effettivamente: 'Mi è stato dato ogni potere in cielo e in terra' (Mt. 28,18). Due aspetti qui sono nuovi e diversi: il Signore ha potere in cielo e in terra. E solo chi ha tutto questo potere ha il potere autentico, il potere salvifico. Senza il cielo, il potere terreno resta ambiguo e fragile. Solo il potere che si pone sotto il criterio e sotto il giudizio del cielo, cioè di Dio, può diventare potere a fin di bene. E solo il potere che sta sotto la benedizione di Dio può essere affidabile” (pagg. 61-62).
Nel corso del volume si trovano inserite tutte le “battaglie” che caratterizzano la “militanza” teologica e pastorale di Ratzinger. Occorre scegliere tra “una libertà cieca ed arbitraria” e “una libertà illuminata”: “Questa libertà è stata interamente sottratta allo sguardo su Dio… la libertà per la giusta laicità dello Stato si è trasformata in qualcosa di assolutamente profano, in “laicismo”, per il quale l’oblio di Dio e l’esclusivo orientamento verso il successo sembrano diventati elementi costitutivi” (pag. 147).
Né poteva mancare il riferimento alla famiglia: “Ma per la Chiesa nascente come per quella successiva, fin dall’inizio è stato fondamentale difendere la famiglia come il cuore di ogni ordinamento sociale, impegnarsi per l’attuazione del quarto comandamento nell’intera ampiezza del suo significato: vediamo come oggi la lotta della Chiesa sia incentrata su questo punto” (pag.149).
Potrei proseguire citando queste “attualizzazioni” che, si dirà, non rappresentano nulla di nuovo rispetto alle catechesi settimanali. Ma queste affermazioni, si noti, sono rese particolarmente pesanti dal fatto che esse vengono presentate come logiche deduzioni e stringenti conseguenze dell’insegnamento di Gesù.
Le mie perplessità riguardo a questo libro crescono quando si entra sul terreno esegetico ed ermeneutico. Al riguardo, se lo spazio lo consentisse, avrei una valanga di osservazioni critiche da avanzare sul terreno dell’interpretazione.
Già la identificazione del Gesù reale con il Gesù storico è problematica. Studiosi cattolici come Salas e Meier ci mettono in guardia dal rischio di simili approssimazioni: “Il Gesù storico non è il Gesù reale. Il Gesù reale non è il Gesù storico. Sottolineo questo paradosso fin dall’inizio perché nella “ricerca sul Gesù storico” nasce una confusione senza fine quando non si distinguono chiaramente questi due concetti” (J. P. Meier, Un ebreo marginale I, Queriniana, Brescia 2001, pag. 25).
Ma il libro, anziché documentare una storia ed un percorso, procede enunciando e ripetendo continuamente la tesi della divinità ontologica di Gesù e cerca di dimostrarla con le argomentazioni che l’esegesi più tradizionale e conservatrice gli fornisce. Tutto questo avviene con un confronto talmente ristretto da non rispecchiare in alcun modo la vastità della ricerca in atto, la pluralità delle voci, la molteplicità dei percorsi cristologici e la svolta ermeneutica che caratterizzano il lavoro storico, esegetico, interdisciplinare ed ecumenico che da almeno due secoli è in pieno svolgimento e che negli ultimi 50 anni ha subito una accelerazione ed una espansione davvero feconde da parte di moltissimi teologi, studiosi e credenti appassionati, spesso innamorati di Gesù.
Non è sufficiente riconoscere meriti e demeriti, frutti e limiti dei metodi storici e critici, se poi ci si limita ad una ricerca tra quattro o cinque amici e qualche autore dissenziente. Questa è teologia da cucinino che stupisce non poco in un autore come il nostro. Guardando anche solo la modesta rassegna delle 2780 opere espressamente cristologiche della mia biblioteca personale, ho spiacevolmente constatato che Ratzinger non si è messo a confronto con gran parte di queste ricerche con le quali oggi, a mio avviso, è doveroso misurarsi. Mi sembra poco decoroso e per nulla rigoroso non fare i conti con gli scritti di Patterson, Barbaglio, Boismard, Ortensio da Spinetoli, Pesce, Destro, Pikaza, Dupuis, Haight, Pannikar, Dotolo, Kung, Queiruga, Knitter, Kuschel, Hick, Schussler Fiorenza, Gilkey, Schillebeeckx, Amaladoss, Ruether, Filoramo, Borg, Crossan, E. Johnson, Wengst, Vouga, Geffré, Tamayo, Tepedino, Duquoc, Gianotto, Sobrino, Balasuriya, Prabhu, Scaccaglia, Wright e tanti altri.
Sembra per il nostro autore che l’Asia e l’Africa non abbiano prodotto studi e che le teologhe femministe non esistano. La ricerca per Ratzinger sembra fermarsi poco oltre i confini della sua Germania e, per giunta, ad alcuni - pochissimi - autori. A questa cristologia manca il coraggio di raccogliere le sfide della ricerca recente e contemporanea. A volta mi sono trovato più vicino alla retorica catechistica che all’esegesi: “Nell’enigmatica espressione “Figlio dell’Uomo” incontriamo da vicino l’essenza propria della figura di Gesù, della sua missione e del suo essere. Egli proviene da Dio. Egli è Dio” (pag. 383). Affermazioni che, a mio avviso, risultano di un semplicismo impressionante dopo gli studi di Vermès, di Lapide, di Calimani e di centinaia di biblisti ebrei e cristiani sulla metafora “Figlio dell’Uomo”.
Ci si accorge spesso che Ratzinger non è un esegeta, ma le pagine dedicate al vangelo di Giovanni dimostrano la lontananza del nostro autore dalle ricerche più accreditate. A pagina 284 addirittura cita la I Lettera di Giovanni 5,6-8 come testo originario quando, per unanime consenso degli studiosi, siamo difronte ad un’aggiunta che risale al periodo delle formulazioni trinitarie. E’ evidente la sua incompetenza sul testo critico del Secondo o Nuovo Testamento.
Ma torniamo alla tesi della divinità di Gesù. Nel libro, se ho letto bene, l’ho trovata espressa in modo esplicito ben 49 volte: “Proprio come uomo egli era Dio” (pag.19), “Soltanto colui che è Dio, vede Dio” (pag. 309), “Quell’uomo che è Dio” (pag. 124), “Egli è Dio” (pag. 383) …anzi, “Questa affermazione va intesa letteralmente: sì, in Dio stesso vi è dall’eternità il dialogo tra Padre e Figlio che, nello Spirito Santo, sono davvero il medesimo e unico Dio” (pag.368). E siamo al dogma della Trinità… Non riempirò la pagina con ulteriori citazioni, ma il nostro autore collega tutti i titoli cristologici alla divinità di Gesù in modo diretto, perentorio.
Non è qui il caso di prolungarci sul significato dei titoli cristologici che, come scrive Barbaglio, hanno una valenza funzionale, cioè vogliono illustrare la funzione che Dio ha assegnato a Gesù: “A scanso di malintesi possibili ed anche esistenti, pare necessario precisare che la fede in Gesù dei primi cristiani non ha preso il posto della fede in Dio; essi non hanno per nulla abiurato il monoteismo ebraico, la confessione cioè dell’unico Dio esistente. Hanno esaltato oltre ogni dire Gesù… ma non si sono mai spinti a fare di lui un secondo Dio”. (G. Barbaglio, Gesù ebreo di Galilea, Dehoniane, pag. 618).
Gesù non ha mai applicato a se stesso i titoli di gloria che i discepoli gli hanno conferito: “Gesù non avrebbe mai parlato di se stesso in quei termini: non pretendeva affatto di essere Dio incarnato. Ma affermava la presenza del Regno di Dio. Tale è l’origine della fondamentale convinzione cristiana secondo cui Dio è presente nella condizione umana. Questo è il significato dell’incarnazione” (St. Patterson, Il Dio di Gesù, Claudiana, pag. 138).
Questa maniera di pensare la “divinità” di Gesù non in modo essenzialista-ontologico, ma funzionale, è oggi propria di molti biblisti che non leggono il Secondo Testamento attraverso gli occhiali dogmatici o i linguaggi filosofici di Nicea e Calcedonia.
Il compito dei biblisti è proprio quello di segnalare le distanze ed i percorsi che separano le formulazioni dogmatiche dai dati scritturali, ricollocando il tutto nei contesti storici e linguistici appropriati, compiendo un’opera di filologia delle religioni. Nei mesi scorsi suscitò scalpore e reazioni avvelenate l’opera preziosa di Augias-Pesce che ha avuto il merito di divulgare conoscenze pacificamente acquisite nelle riviste per addetti ai lavori: “All’interno della letteratura giudaica l’appellativo 'Figlio di Dio' non ha il significato che assumerà in seguito per i dogmi cristiani, vale a dire una persona che sia un uomo e nello stesso tempo Dio. Significa solo una persona a cui Dio ha affidato un incarico, oppure una persona che segue la volontà ed i disegni divini e in questo senso ne è figlio, pur restando integralmente ed esclusivamente uomo…Insomma il termine in quanto tale non esprime la natura divina di Gesù” (Inchiesta su Gesù, Mondadori, pag. 91).
Se non si esce dalla prigione di formule che hanno avuto un senso nel loro tempo e non si rinnovano i linguaggi della fede, è possibile oggi la predicazione cristiana? Queste comuni ed acquisite informazioni, sempre suscettibili di ulteriori approfondimenti, sono anche il frutto di un dialogo con l’ebraismo che non si limiti, come fa Ratzinger, ad un generico riconoscimento dell’ebraicità di Gesù. “Non c’è una sola idea o consuetudine, una sola delle principali iniziative di Gesù che non siano integralmente ebraiche. Egli crede in un Dio unico… Noi sappiamo che Gesù si alzava presto al mattino per pregare… è un’altra testimonianza del suo rispetto dell’ebraicità…Gesù è un uomo ebreo che non si sente identico a Dio. Non si prega Dio se si pensa di essere Dio. Gesù, come ogni ebreo religioso, prega ed interpella Dio”. (Mauro Pesce, op. cit., pag. 28).
Egli era un ebreo, non un cristiano. Il Gesù di Ratzinger, al più nasce ebreo, ma presenta i tratti del primo cristiano. Del resto, per il nostro autore “Ciò che in Gesù dava scandalo era proprio il fatto che egli sembrava mettersi sullo stesso piano del Dio vivente” (pag. 350). In Lui le grandi parole messianiche erano vere in modo sconcertante ed inaspettato: “Tu sei mio Figlio, io oggi ti ho generato” (Sal. 2,7).
In istanti significativi i discepoli, sconvolti, percepivano: “Questi è Dio stesso” (pag. 352). La Scrittura antica convergeva verso questa affermazione: “Mosè ed i Profeti parlano tutti di Gesù” (pag. 355), anzi Mosè ed i Profeti confluiscono in Lui (pag. 395).
Questo mettere le mani sulla Bibbia ebraica, dopo le acquisizioni degli anni conciliari e dopo il documento Nostra Aetate, mi sembra figlio della “teologia del compimento” per cui l’ebraismo è praeparatio evangelii. Per me è improponibile. E che dire di una “lettura della Bibbia e soprattutto dei Vangeli come unità e totalità, che in tutte le sue stratificazioni storiche esprime tuttavia un messaggio intrinsecamente consequenziale” (pag. 228)? Forse la ricchezza vulcanica dei due Testamenti non sta, invece, nella loro irriducibilità ad un pensiero armonizzabile, componibile in unità?
Vorrei concludere con alcuni accenni. Anche le donne sono servite. A Ratzinger preme soprattutto sottolineare che “La differenza tra il discepolato dei Dodici ed il discepolato delle donne è evidente; i due compiti sono decisamente diversi” (pag. 216). Altrettanto sbrigative e banalizzanti sono alcune righe dedicate alla preghiera: “Anche se non possiamo dare delle ragioni assolutamente cogenti, resta per noi normativo il linguaggio della preghiera di tutta la Bibbia, nella quale, nonostante le grandi metafore dell’amore materno, “Madre” non è un titolo di Dio, non è un appellativo con cui rivolgersi a Dio. Noi preghiamo così come Gesù, sullo sfondo della Sacra Scrittura, ci ha insegnato a pregare, non come ci viene in mente o come ci piace. Solo così preghiamo nel modo giusto” (pag. 171). Di questo passo… saremo più fedeli alla Scrittura se lo invocheremo come Dio degli eserciti? Tutto è troppo chiaro: dalla fondazione della chiesa al “primato” di Pietro (pag. 344).
Ma, a lettura conclusa, sembra che due siano i principali nemici del cristianesimo: il mondo moderno e i biblisti cristiani. Non manca nemmeno un pizzico di disprezzo. Coloro che cercano le vie della pace, se non sono credenti, non fanno che mettere insieme “chiacchiere utopistiche” (pag. 78). Chi si addentra nell’enorme dibattito dell’esegesi moderna “si ritrova in un cimitero di ipotesi contrastanti” (pag. 370).
Mentre ritengo completamente infondata l’accusa rivolta ai biblisti di lasciar cadere la dimensione storica della fede, leggo in queste frasi del teologo Ratzinger la scarsa considerazione della ricerca, con la sua fatica, i suoi travagli, i suoi errori, la sua fecondità. E’ la chiesa della paura e della diffidenza che si aggrappa ai dogmi.
La vera ricerca è sempre un inoltro nei territori del rischio, ma senza di essa la teologia diventa un mausoleo pieno di muffa e/o una dogmatica popolata di certezze scadute. Ora, anche se questo libro, per espressa e onesta dichiarazione del suo autore, non costituisce in alcun modo un atto magisteriale, è indubbio che in esso troviamo l’orizzonte teologico e pastorale che l’attuale pontificato “impone” per altre vie alla chiesa cattolica.
Dal Gesù di Ratzinger mi sono congedato da molto tempo. Il Gesù dei dogmi non mi interessa, quando esso viene a trovarsi in contrasto con il Gesù ebreo, che secoli di studi ci aiutano ad avvicinare e a comprendere un po’ meglio. Nel rigoroso rispetto di questa interpretazione ratzingeriana di Gesù, constato il mio ampio dissenso e penso che sia assolutamente normale essere diversi nella stessa chiesa. Non si è un’altra chiesa, ma una chiesa “altra”.

Intervento di Franco Barbero sui Di.Co.

I Di.Co. metteranno in crisi la famiglia?

da c.d.b informa n° 38 - periodico di informazione della Comunità Cristiana di Base di Chieri (To)


Il 19 aprile si è svolto a Chieri, organizzato dalla Comunità Cristiana di base, dal Laboratorio Democratico e dal circolo “I Modigliani” il dibattito su: “I DICO metteranno in crisi la famiglia? Il modello famigliare cristiano può essere l’unico modello riconosciuto per la nostra società” Hanno relazionato: don Franco Barbero della comunità cristiana di base di Pinerolo, Silvia Dicrescenzo del coordinamento donne DS, Gian Luigi Bonino capogruppo della “Rosa nel Pugno” al comune di Torino. Riportiamo, non rivisto dall’autore, l’intervento di don Franco Barbero.
Io vorrei partire dal ricordo della sera in cui morì Welby. Vi sembrerà che inizi da un’altra parte per dirvi, da credente, da prete, il disagio che ho provato di fronte alla decisione di privarlo del funerale.
Ma, al di là del mio disagio personale, che per la strada, in aereo, in treno ho risentito ingigantito, mi parve da subito molto leggibile lo scollamento interno alla chiesa cattolica. Da una parte una gerarchia che prende delle decisioni con una sua coerenza e dall’altra un sentire civico, culturale, cristiano, che dice: forse questa coerenza andrebbe rimessa in discussione. Forse questa coerenza è talmente rigida da imparentarsi con la disumanità.
Perché ho voluto ricondurre questo inizio della mia piccola riflessione alla situazione Welby? Perché dentro la chiesa cattolica si vivono oggi delle tensioni che in quel momento si espressero bene. Mi ricordo le due suore che dissero al tg. 3: “noi siamo qui a pregare per Welby”. Ma altre volte non si esprimono così chiaramente.
C’è effettivamente un momento in cui mi sembra di poter dire, con rispetto ma anche con serenità, che probabilmente, la cosiddetta istituzione ufficiale sta estraniandosi dai processi e dalla realtà del mondo in cui viviamo.
La mia domanda è questa: possiamo vivere in riferimento a dei principi astratti, che io vorrei dire ellenistici, di un tempo filosofico determinato, prescindendo da questa modernità, nel bene o nel male? Vogliamo asserire l’assoluto in tutte le cose, o ci rendiamo conto che l’etica, la vita, è il luogo di un continuo patteggiamento, di una continua revisione, di una scelta del contingente, dello storico, del possibile.
Io personalmente annoto questo elemento: mi sembra che si perda contatto con questa realtà. Ma notate non lo sto dicendo io. Se voi leggete quello che sui DICO ha detto monsignor Bettazzi, è proprio questo. Quello che ha detto il massimo teologo cattolico Giannino Piana è esattamente questo: perdiamo contatto con la realtà. Ho finito di leggere ieri l’ultimo libro del papa: Gesù di Nazareth e mi è sembrato di leggere questa onda profonda: che il grande nemico della fede è la modernità, e che i grandi nemici sono i teologi, i quali discutono troppo e così si perde l’orientamento. Bisogna abitare il nostro presente, e non essere dei dirigisti ma degli uomini e delle donne che hanno appreso dalla storia l’esigenza di affrontare il contingente, l’umano, e che nessuna cultura, nessuna tradizione religiosa, oggi, nella complessità del reale, può essere in grado da sola di affrontare tutti i problemi.
Di fronte ai problemi dell’ecosistema, delle biotecnologie, abbiamo bisogno di un pensiero molteplice. Perché il mondo è plurale. Il fatto di una societas che avesse in sè proprio la capacità di imporre un modello unico, mi ha sempre fatto credere che questa è un’operazione a imbuto, che non rispetta le persone.
Invece, oggi, credo che si possa veramente guardare la realtà e scoprire che il modello unico è scoppiato e che ci sono più modi di amare. Uscire da un modello e quindi andare alla pluralità dei modi, fare sì che la legge, la statuizione giuridica, tenga conto di questo, mi pare un grande passo in avanti.Un grande passo di civiltà. In cui la mia fede non è per nulla estranea. A me non interessa, qui parlo come credente, che ci sia un modo solo di vivere la famiglia. Peraltro, d’accordissimo con voi, famiglia a cui tengo moltissimo, e non vedo come i DICO ne rappresentino una qualche minaccia. Siamo tutti d’accordo che bisogna fare di più per la famiglia.
Ma se da un modello si passa a più modi di vivere la convivenza, la solidarietà, i beni e i doveri delle convivenze, mi pare che una comunità che vive nel mondo per annunciare la solidarietà dovrebbe essere partigiana di tutto questo, dovrebbe schierarsi. Soprattutto in un mondo che ha molti sfaldamenti, pieno di stupri, di violenze, di guerre.
Riconoscere legalmente la possibilità di nuovi, arricchenti legami mi pare una grande ricchezza. Io temo che si perda contatto, che non si veda il bene dentro il travaglio di questa modernità disturbata, mobilitata, eppure capace di rinnovare tanti aspetti della nostra umanità, che non si veda che siamo di fronte ad una prigionia. E’ vero che i DICO parlano di molte cose, ma rimane vero che dentro la chiesa il tasto più dolente è stato la perdita del modello unico. C’è un solo cristianesimo, si dice; mentre invece c’è ne sono tanti. Non c’è un solo vangelo, ne abbiamo almeno quattro. Il mito del modello unico funziona nella teologia, nella dogmatica, nella morale. Ed è un mito, non è la realtà.
Ma è anche vero che oltre a questo, il terreno dell’omosessualità è molto sensibile. Per la gerarchia chiaramente perdere il modello unico è spiacevole. Ma è profondamente turbante, e qui si è scatenata in gran parte l’aggressività dei documenti e delle posizioni ribadite e ripetute, proprio il problema del rapporto omossessuale. Questo ha una storia.
In breve, teologicamente la posso ripercorrere da “L’Humanae vitae” di Paolo VI. C’è soprattutto un decreto, sempre di quel papa, “Persona umana”, che nessuno ricorda, dove l’omosessualità viene vista come una devianza; quindi qualunque unione di persone dello stesso sesso è una devianza.
Ma il documento che il cardinale Ratzinger scrisse (tre anni fa), che qui ho per intero, sull’obbligo che hanno i politici, gli amministratori, di obbedire al magistero e di non approvare nessuna legge che riguardi la possibilità giuridica di coppie di fatto dice, testualmente, che è una devianza. Si parla sempre nei termini di malattia e di anomalia.
E’ questo, mi pare, che rende più aggressivo il discorso quando si arriva a tale questione. Devo dire, è un frutto di non conoscenza. L’associazione psichiatrica americana nel 1973 depennò l’omosessualità dalla possibilità di essere considerata malattia o disturbo. L’organizzazione mondiale della sanità nel 1993 proibì di curare gli omosessuali, dicendo che non sono collegabili al capitolo delle patologie.
C’è un altro elemento, oltre al fatto di perdere il modello unico. Ci sono, in questa nota dei vescovi, che come sempre bisogna leggere per intero, delle cose di una gravità incredibile. Alcune sono delle non conoscenze, per usare un eufemismo, altre sono delle gravi menzogne. Ripetere testualmente che è un attentato alla famiglia non è onesto.
Perché lo abbiamo detto in tutti i modi che non si tratta affatto di introdurre il matrimonio, non è il caso, anche se io da buon amico di Zapatero sarei molto d’accordo, ma la mia è un’opinione personale. I DICO sono altra cosa rispetto a questo.
Mi ha impressionato che il documento cominci così “Noi che siamo i custodi di una verità e di una sapienza…”. Noi non siamo custodi della verità e della sapienza. Non è laico questo. Io non posso mettermi vicino a te e dire io rappresento i custodi della sapienza. Questa è un barzelletta. Oggi c’è così bisogno d’intrecciare le culture, la ricerca! Quello che il cardinale Hartz disse al Concilio: “dobbiamo passare dalla chiesa del dirigismo alla chiesa della compagnia”.
Dobbiamo cercare insieme. Noi non abbiamo nessuna cartina di tornasole. Non abbiamo nessun documento d’infallibilità. Miti storicamente datati, da abbandonare, che hanno creato strutture ontologicamente di arroganza, al di là delle buone intenzioni delle persone che non tocca a me giudicare.
Dicono che la legittimazione delle unioni di fatto è inaccettabile sul piano del principio, pericolosa sul piano sociale ed educativo. Ma sapete che cosa si disse nel grande documento Lexicon di cinque anni fa? Che l’omosessualità, essendo un male sociale, non è soggetto di diritti. Bisogna avere il coraggio di scendere dal trono e camminare con le donne e con gli uomini, mettendo insieme non il rinnegamento di una fede, ma la scoperta di una umanità.Bisogna finirla con la presunzione, bisogna finirla con le declamazioni ideologiche, bisogna finirla con le menzogne! Vorrei dirvi, da persona che ogni giorno vive a fianco degli omosessuali, da 44 anni: quando, professore in seminario, confessore in cattedrale, incontrai i primi, nella mia totale ignoranza, non sapevo che esistessero. Le parole “omosessuale, lesbica”, erano parole innominabili!
Avendo organizzato il primo convegno italiano su: fede cristiana e omosessualità, esattamente 30 anni fa, quando mi presentai al mio amato vescovo e lo invitai, mi disse “ma anche con questi ti vai a mettere?”. Le parole “omosessuale” o “lesbica” erano ancora innominabili!Bisogna andare al cuore del problema che è incontrare le persone. Non parlare astrattamente. Chi incontra ogni giorno le persone non si domanda più se sono lesbiche, omosessuali, transessuali. Si domanda se vivono l’amore, il rispetto, il senso civico. Se partecipano alla costruzione di una società più giusta.
A me interessa la persona, e voglio che nella tua vita tu possa amare secondo la tua natura. Che tu possa essere un soggetto felice. Perché se sei un po’ felice contribuirai più facilmente al bene di questa società.Vorrei finire dicendo che la chiesa non è la gerarchia. Dobbiamo rispetto a tutti nella chiesa, ma l’ultima cosa che conta é la gerarchia. Primo elemento della chiesa sono le persone e la loro coscienza e, per chi è credente, il vangelo. Nel vangelo non c’è la risposta ai DICO. Nel vangelo c’è l’orientamento: “ama e fai che l’amore si espanda”. La chiesa non è la gerarchia; l’ascolto volentieri ma decido nella mia coscienza.
Secondo elemento: la laicità non ci divide, ci unisce. Quando devo lavorare per il bene della mia città, come facciamo tutti, secondo le nostre possibilità, non chiedo a uno: “Sei buddista, sei cattolico, sei protestante, sei islamico, sei ateo o agnostico?”. Gli chiedo: “Ci stai su questo progetto?”. Ma quando dobbiamo costruire progetti d’umanità non chiedo mica la tessera del partito, o la fede, la confessione religiosa! Mi interessa lo starci sui progetti.
Pensate il movimento operaio, il movimento della sinistra, i movimenti femminili: tutti i movimenti di liberazione hanno veramente cercato di rompere queste perimetrazioni, di fare confluire progetti, ricerche. Io invito chi è credente a documentarsi, ma a respingere ogni invadenza politica, in nome della laicità dello stato e, soprattutto, a respingere ogni soggezione di coscienza, perché la nostra coscienza è estremamente importante.
Volete che ve lo dica in quel latino maccheronico di Tommaso D’Aquino che studiai tanti anni fa a Lovanio? “Verbum prelati est verbum prelati, sed coscientia est verbum dei”: la parola di un prelato è tutto sommato sempre la parola di un prelato, ma la coscienza è la voce di Dio. Certo la coscienza può anche non essere la voce di Dio, ma bisogna prima di tutto, questo voleva dirci Tommaso, che pure non era un rivoluzionario, che la coscienza sia posta al centro, in questa mediazione, tra la realtà e sovente i dictat gerarchici. Con molto rispetto, ma devo essere un cittadino laico o una cittadina laica.
Devo essere un credente che non è un figlio della gerarchia ma è un figlio, una figlia di Dio. E deve decidere in una libertà, una creatività per cui, sovente, obbedire a Dio è disobbedire alle gerarchie. Sovente essere laici davvero significa giocarci la vita sul terreno della pratica della libertà.
Nessuno sa, credo di essere la persona che ve lo può dire per un contatto enorme con il mondo omosessuale, nessuno sa che cosa voglia dire per un ragazzo gay, per una donna lesbica, non avere diritto di potersi baciare in pubblico, non avere il diritto di vivere l’amore. Non avere il diritto, sul proprio pianerottolo, di manifestare “che noi ci vogliamo bene”.La legge è anche una forza contro il pregiudizio. Io insisto su questo.
La legge non crea le condizioni, ma favorisce molte condizioni. Dà spazio alle persone, tutela gli affetti, suscita responsabilità. Le responsabilità e le sofferenze della vita sono molte. Le sofferenze aggiuntive, inflitte dall’ignoranza o dal pregiudizio trovo che non abbiano nessuna giustificazione.

domenica 24 giugno 2007

una ragazzina contro il vescovo omofobo:

«Secondo me non è giusto»
La verità dei piccoli contro la verità dei potenti
Che sia chiaro, «i gay non possono essere considerati cristiani». Lezione di catechismo con digressione omofoba, quella impartita il 26 maggio da mons. Giuseppe Matarrese, vescovo di Frascati, ad un gruppo di ragazzini in preparazione per la cresima.

Il fatto è accaduto a Montecompatri, piccolo paese in provincia di Roma, ed è stato riportato dalla agenzia cattolica Adista che da lunedì darà un resoconto dettagliato della vicenda. Il vescovo stava parlando della famiglia, della famiglia naturale eterosessuale, quando ha sentito il dovere di spiegare il posto degli omosessuali: fuori dalla Chiesa. Una dottrina in chiaro contrasto con il magistero cattolico, visto che le pecorelle smarrite vanno accolte. Probabilmente mons. Matarrese ha voluto parlare chiaramente, per farsi capire meglio dai giovani ragazzi. Che hanno afferrato il concetto. Una ragazzina presente al ritiro spirituale ha alzato la mano e lo ha contestato: «Secondo me non è giusto».

Così ha detto: «Secondo me non è giusto perché i gay invece possono amarsi come un uomo e una donna». E qui, racconta Adista, il vescovo 73enne ha perso la pazienza, zittendo in malomodo la ragazzina ribelle chiamandola "scema" e rivolgendo un irritato "hai la capoccia vuota" ad una compagna che tentava di difendere l'amica. Peggio: mons. Matarrese si è rivolto ai genitori e al parroco pretendendo le scuse da parte dei cresimandi, minacciando di escluderli dalla celebrazione del giorno successivo. Mamme e papà preoccupati hanno tentato di convincere i figli, inutilmente. Le scuse non sono arrivate. Il vescovo ha comunque deciso di impartire la cresima ai ragazzi ribelli e agli adulti che li accompagnavano, ma si è tolto un sassolino dalla scarpa: durante l'omelia, ha parlato direttamente con i genitori invitandoli caldamente di tenere sott'occhio i figli che «evidentemente si sono allontanati dalla retta via».

"Liberazione" ha tentato di raggiungere telefonicamente mons. Matarrese, che però si trova in ritiro spirituale e non ha potuto fornire una spiegazione.Ruiniano di ferro, il vescovo di Frascati è fratello del più celebre Antonio Matarrese, presidente della Lega Calcio, e di Vincenzo, presidente della squadra di calcio del Bari. Non ha mai fatto mistero delle sue posizioni politiche. Alla vigilia delle amministrative 2005 aveva organizzato un incontro con trenta preti della sua diocesi e il candidato regionale Francesco Storace, poi battuto da Piero Marrazzo. «Sono di destra. Che c'è di male a dire: "Votate Storace"?».

Una famiglia, i Matarrese, schierata completamente a destra: la sorella è sposata con un senatore di Forza Italia, mentre Antonio faceva parte della direzione nazionale dell'Udc ed ex segretario provinciale a Bari del partito di Casini.

L'episodio di Montecompatri non è isolato. Poche settimane fa un sacerdote del barese aveva negato la comunione ad un giovane. Un fatto sgradevole: il prete ha atteso che il ragazzo si avvicinasse durante la messa per ricevere l'ostia e lo ha allontanato dicendo apertamente e davanti ai fedeli «No, a te no perché sei gay». Il movimento gay-lesbo-trans-bisex e queer denuncia da tempo una recrudescenza dell'omofobia in Italia. Scritte xenofobe dell'estrema destra a parte, gli omosessuali si lamentano apertamente delle opinioni anti-gay espresse quotidianamente da politici ed esponenti della Chiesa cattolica. Pochi giorni fa andava in onda sul Tg2, ha denunciato Franco Grillini, un appello di Buttiglione al movimento omosessuale perché condanni apertamente la pedofilia, «come se ci fosse una qualche continguità».

(da Laura Eduati, Liberazione del 24/06/2007)

Preghiera eucaristica

Una preghiera eucaristica per i deboli, gli oppressi, gli insoliti.

(da un testo di Marylin McCORD ADAMS, pastora della Chiesa episcopale Usa, in: Equal Rites. Lesbian and Gay Worship, Ceremonies, and Celebratìons, a cura di K. CHERRY e Z. SHERWOOD, Westminster John Knox Press, Louisville. Kentucky 1995.)


Dio dei deboli, degli oppressi, degli insoliti,
noi ti lodiamo per il tuo amore speciale
per tutti coloro che in qualche modo non rientrano negli schemi.
Il tuo Spirito ha calmato gli abissi agitati dalla tempesta,
la tua Parola ha modellato dal caos un mondo, che tu hai definito “buono”.

Hai formato il tuo popolo Israele da rifugiati e schiavi,
hai trasformato dei nessuno in qualcuno, dando loro il tuo nome.

Ci hai insegnato a sopravvivere nel deserto,
ci hai nutriti con una manna sconosciuta,
hai calmato la nostra sete con l’acqua dalla roccia,
ti sei sempre mostrato fedele verso di noi,
ma al tempo stesso pieno di sorprese.

Ci hai portato nella terra preparata per noi
per essere una comunità santa in cui vi e spazio per ciascuno
per crescere ed espandersi, per creare ed amare a gloria del tuo nome.

La tua guida paterna e il tuo insegnamento materno erano
per accogliere gli esuli e gli stranieri,
per avere cura dei deboli e dei poveri,
per visitare gli ammalati e gli anziani.
Ma noi abbiamo dimenticato di esser stati schiavi in Egitto.

Noi abbiamo chiesto di essere come le altre nazioni,
di organizzare il mondo secondo i nostri comodi,
di signoreggiare sui nullatenenti, di rifiutare i diversi come impuri.
Molte volte i tuoi profeti ammonitori furono rifiutati come traditori.
Nell’esilio e nella distretta tu ottenesti la nostra attenzione,
ma poi sempre tornammo a casa per chiudere gli altri fuori dalla porta.
E tuttavia la nostra resistenza non poté mai vincere il tuo sogno.

Tu venisti in mezzo a noi come emarginato, come illegittimo, come esiliato.
Tu toccasti i lebbrosi e le donne che perdevano sangue,
tu mangiasti con gli esattori delle tasse e reclutasti delle prostitute,
tu guaristi i tormentati, ammaestrasti i senza speranza,
scegliesti discepoli incostanti e improbabili,
accogliesti il Nord e il Sud, l’Est e l’Ovest alla festa per le nozze dell’Agnello.

Nella notte prima di morire per noi,
tu prendesti del pane, rendesti grazie, lo spezzasti,
e lo desti ai tuoi amici, dicendo:

Prendete, mangiate: questo è il mio corpo che è dato per voi.
Fate questo in memoria di me.

Dopo aver cenato, prendesti la coppa del vino,
rendesti grazie e la desti loro, dicendo:

Bevetene tutti: questo è il mio sangue del nuovo patto,
versato per voi e per tutti per il perdono dei peccati.
Ogni volta che ne berrete, fate questo in memoria di me.

Noi ricordiamo la tua morte per noi, tuoi amici,
Signore, ed annunciamo la tua risurrezione, nostra nuova vita.
Abbiamo deposto su questa mensa i doni che vengono da te e dalla terra,
il pane e il vino: possano, per il tuo Santo Spirito,
diventare per noi il pane della vita e il calice della salvezza,
il tuo corpo e il tuo sangue;
e possiamo noi amare come tuo corpo, nel mondo.
Trasforma la tua chiesa, la nostra città e il nostro pianeta
in una comunità inclusiva, così aperta e così profonda come il tuo amore. Amen.

mercoledì 20 giugno 2007

fede ed evoluzionismo

La scienza glorifica Dio
di Carlo Bianchin


Sabato 16 giugno il Gruppo biblico di Torino (che ha chiuso il suo 28.mo anno di attività) e la Comunità cristiana di base di Chieri hanno organizzato una giornata di studio e di confronto sul tema «La creazione, l’evoluzione, la fede». Da molti anni la comunità di Chieri ospita questi incontri di inizio estate.

All’incontro è seguita una gioiosa eucaristia ed un pranzo in allegria che hanno arricchito la ricerca di gruppo, sempre ricca di riflessioni liberanti e di interrogativi stimolanti.

Tre le relazioni. Una di Anna Campora che ha riassunto efficacemente il volume di Hans Kung «L’inizio di tutte le cose», successivamente l’intervento di Franco Barbero che ha presentato il volume di un filosofo della scienza, il milanese Telmo Pievani intitolato «Creazione senza Dio».Carlo Bianchin (di cui riportiamo l’intervento) ha parlato sul tema «La scienza glorifica Dio».


Padre George Coyne è un gesuita statunitense, scienziato astronomo di fama mondiale. È stato il responsabile della Specola vaticana sotto il pontificato di Giovanni Paolo II, è stato consigliere scientifico dello stesso papa e ha ispirato i suoi scritti in materia di scienza e fede, è anche docente presso l’Università dell’Arizona. Recentemente è stato esonerato dalla direzione della Specola vaticana per motivi di età (?).


Alla domanda se ritiene scienza o una semplice ipotesi la teoria evoluzionistica darwiniana, padre Coyne dice che la ritiene «la migliore spiegazione scientifica a nostra disposizione». I fatti, le osservazioni raccolti in maniera indipendente da varie scienze (geologia, paleontologia, astrofisica, biologia molecolare, chimica, cosmologia, convergono tutti nel corroborare la teoria evoluzionistica di Darwin.

Pensa che esista un conflitto inevitabile tra Darwin e la fede in un Dio trascendente? Assolutamente no, è la risposta perentoria del gesuita, che aggiunge «Se uno è credente assume i risultati della scienza con grande favore e serenità e crede che Dio, dalla sua sorgente di amore, ha creato il mondo in un modo tale che esso partecipa in maniera dinamica e attiva della sua creazione e del suo amore. Dio non vuole avere tutto sotto controllo, vuole che l’universo abbia la sua autonomia e il suo dinamismo La scienza darwiniana non solo non è in conflitto con il Dio trascendente ma lo glorifica.Alla richiesta su che cosa pensi del Disegno intelligente (Intelligent Design) la risposta è netta: «L’I.D.è un’ipotesi religiosa filosofica, non un’ipotesi scientifica. L’I.D. presenta Dio come un disegnatore, ma il Dio cristiano è un Dio d’amore. Rappresentarlo come un disegnatore significa diminuire Dio, non glorificarlo».


Sull’I.D. Coyne accenna allo scontro con il cardinale di Vienna Schonborn il quale affermava che l’evoluzione neo-darwiniana non è compatibile con la dottrina cattolica. È un’idea sbagliata, essere un cardinale o persino un papa non significa che tutto quello che si dice sia giusto.
(Far intervenire il soprannaturale là dove la scienza non è ancora in grado di spiegare è un’operazione scorretta, perché si confondono i piani. Per usare la frase di Bonhoffer significa usare Dio come un “tappabuchi”, mia osservazione).

Se Dio ha un progetto per il mondo, certamente esso è più intelligente di quello che gli attribuiscono i teorici del I.D.


Come consigliere scientifico di papa Woytila, padre Coyne cita una frase del papa in occasione di un importante convegno organizzato dalla Pontificia accademia delle scienze «L’evoluzione – disse il papa – non è più una mera ipotesi, ma è una teoria scientifica ben stabilita da tutte le scienze umane. L’evoluzione è una creazione continua».

Alla domanda se vede oggi il rischio di un conflitto tra la scienza e la Chiesa di Roma, il gesuita scienziato riporta una frase del card. Poupard, presidente del Pontificio consiglio della cultura: «Noi chiesa dobbiamo conoscere di più le scienze e rispettare i risultati da esse raggiunti. All’origine di ogni conflitto c’è l’ignoranza, all’origine di ogni dialogo c’è la conoscenza».


Nella seconda parte della mia relazione cerco di evidenziare alcuni concetti dello scienziato credente Coyne che mi paiono originali e accessibili anche a chi non è dentro il linguaggio scientifico.Dio non ha creato un universo bello e pronto, non ha creato un universo che assomiglia al gioco del «Lego», tirando fuori tutti i pezzi e mettendo qualcuno nel tempo ad assemblarli, Dio ha creato un universo che ha dinamismo, creatività propria, Dio ha condiviso la sua creatività con l’universo che ha prodotto. Dio lavora con l’universo più che dominarlo.


Ne consegue che è necessario re-interpretare la concezione della onnipotenza e onniscienza di Dio. La vita è nata in un modo tanto necessario che all’inizio dell’espansione Dio può aver previsto che sarebbe nata?


È una questione aperta, ma io propendo per il no. Dio sperava ma non era certo che la vita sarebbe nata. Certo non è stato solo per caso, ma vi sono stati eventi casuali nella evoluzione della vita.Porre la domanda classica: «La vita è nata per caso o per necessità?» è sbagliato. Per padre Coyne gli elementi che hanno favorito l’evoluzione sono tre: caso, necessità e fertilità dell’universo.


Lo scienziato Coyne spiega in questo modo la fertilità dell’universo:
«Nell’universo le stelle sono 1022, che significa 10 con 22 zero. Ogni stella è nata ed è destinata a morire (quelle che gli astro-fisici chiamano esplosione delle supernove). Quando una stella muore libera tutta la sua chimica nell’universo: carbonio, azoto, idrogeno ecc. Da un po’ di quella materia liberata si forma un’altra generazione di stelle, il Sole è una stella di terza generazione. Se non si fosse verificato questo processo noi non ci saremmo. Infatti l’idrogeno, l’azoto, il carbonio emessi dalle stelle sono i mattoni di tutti gli zuccheri, gli aminoacidi, fino al Dna. Per avere l’abbondanza chimica necessaria a formare anche la vita primitiva devono essere passate tre generazioni di stelle. L’universo ha fatto questo per 14 miliardi di anni. Questo io intendo per fertilità dell’universo».


(Per usare una poetica espressione dell’astronoma italiana Margherita Hack «noi siamo figli delle stelle»).


Tutto questo sembra molto materialistico e lo è, ma non nega Dio. Per me un universo che ha questo dinamismo interno non nega ma esalta Dio. Dio non ha preso una costola dal fianco di Adamo, non ha precostituito la vita. La vita invece è nata perché Dio ha fatto un universo nel quale sperava e pensava che la vita nascesse.


Il suddetto dinamismo fertile e creativo è ancorato ad alcune costanti dell’universo nel quale viviamo: velocità della luce, gravità, massa del protone, carica dell’elettrone, conservazione costante dell’energia. Se una di queste costanti fosse appena diversa , noi non ci saremmo. Ecco perché diciamo che il nostro universo è “sintonizzato” con la vita.


Per esempio se la proporzione della massa del protone rispetto all’elettrone fosse lievemente differente, il Sole avrebbe bruciato il suo carburante termonucleare prima che la terra o qualsiasi altro pianeta potessero formarsi. Un altro esempio, se la costante gravità fosse leggermente diversa, le stelle sarebbero nate e morte così rapidamente che non vi sarebbe alcuna possibilità per la formazione dei sistemi planetari. Infatti una delle condizioni per la vita è la presenza di pianeti. Gli astronomi ad oggi hanno scoperto 150 pianeti attorno ad altre stelle, ma non abbiamo ancora individuato un pianeta come la terra anche perché è tecnicamente difficile, date le distanze siderali. Siamo soli nell’universo?


E’ molto difficile che la vita inizi , ma se potessimo scoprire forme di vita anche primitive che siano indipendenti dalla vita sulla terra, sarebbe la più grande scoperta da quando esiste la scienza. Se fosse successo due volte, sarebbe successo molte volte e questo cambierebbe la natura dell’universo. L’universo diventerebbe fertile di vita. Ma questo non lo sappiamo ancora.
Per padre Coyne non esiste schizofrenia tra la scienza e la fede: «Tutta la scienza che ho studiato, l’ho studiata da gesuita quindi tutta la mia scienza si è sviluppata sullo sfondo della mia fede. Ma c’è qualcosa che lo innervosisce nella chiesa: il sospetto a cominciare da Galileo e proseguendo fino a Darwin che la scienza sia contaminata dall’ateismo, vi è il sospetto che se tutto fosse avvenuto come dice la scienza, Dio non avrebbe avuto tutto sotto controllo!».


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Fonti consultate:
Intervista a «L’Unità» del novembre 2005, vigilia della conferenza presso l’Instituo Stensen di Firenze sul tema “Dio e l’evoluzione dell’Universo”.
Intervista al settimanale gesuita statunitense «America» del 23 ottobre 2006, pubblicata da «Adista» n.84 del 25 novembre 2006.
Intervista televisiva del giornalista Stefano Pistolini trasmessa da «8 e mezzo» su LA 7 .

lunedì 18 giugno 2007

Risposta dei leader indigeni alle critiche di alcuni vescovi

Il papa ci chieda perdono
della Confederazione dei popoli di nazionalità kichwa dell'Ecuador
(da Adista n. 42 - 9.6.07)

Di fronte alle dichiarazioni di alcuni vescovi riuniti in Brasile in occasione della V Conferenza generale dell’epi-scopato latinoamericano e dei Caraibi, esprimiamo la nostra più profonda indignazione per la loro mancanza di rispetto. Ci accusano di aver fatto dichiarazioni “ideologizzate”. Ci domandiamo se le dichiarazioni del papa riguardo ai nostri fratelli presidenti latinoamericani di impostazione umanista non siano per caso dichiarazioni politiche chiaramente ideologizzate. Naturalmente sì. Noi indigeni non abbiamo diritto ad avere filosofie, ideologie, spiritualità e culture nostre? È il momento che il papa e i vescovi accettino che nel mondo esiste la diversità e che la tolleranza interculturale è indispensabile per una convivenza giusta e fraterna tra i popoli. È naturale, signori vescovi, che i dirigenti indigeni abbiano una posizione politica, esattamente come anche tra voi c’è diversità di criteri politici. Alcuni vescovi fanno la loro opzione politica a favore degli esclusi dal sistema capitalista neoliberista e altri si pongono dal lato degli oppressori, dei privilegiati di questo sistema inumano e ingiusto.Non dobbiamo dimenticare che la predicazione di Gesù ha toccato gli interessi politici, economici e religiosi di quelli che ostentavano il potere in quel tempo e che per questo è stato accusato di essere eretico e sovversivo, ricevendo una condanna politica e religiosa sfociata nel suo assassinio. Eguale sorte hanno sofferto i nostri dirigenti politici e religiosi durante l’olocausto in Abya Yala (America), accusati dai rappresentanti dei re cattolici e dalla maggior parte dei sacerdoti cattolici di essere eretici e sovversivi, e condotti al rogo.Comprendiamo che i signori vescovi hanno l’obbligo di difendere papa Benedetto XVI, ma ciò non può far dimenticare loro le conseguenze, in termini di genocidio, dell’inva-sione e della conquista della Corona spagnola e la partecipazione che hanno avuto in esse membri della Chiesa cattolica. Non si può coprire il sole con un dito. Vi sono documenti storici e di carattere scientifico che mostrano quanto detto. Ricordiamo solamente che il papa di quel tempo, Alessandro VI, nel maggio del 1493, credendosi padrone e signore del mondo, emise delle Bolle di Donazione ai Re di Castiglia, in cui affidò in dono le nostre terre e i nostri antenati ai Re cattolici di Spagna. Basta leggere con una elementare sensibilità umana i resoconti lasciati da Frey Bartolomé de Las Casas, sulla fame di oro e sui crimini orrendi commessi dai criminali giunti in questi territori, con la complicità di membri della Chiesa.Non dimentichiamo, signori vescovi, che fino a pochi decenni fa le nostre migliori terre erano nelle mani della Chiesa, e che i nostri padri e i nostri nonni furono costretti a svolgere lavori non remunerati in quelle che in altri tempi erano le nostre terre, e poi pagare ai sacerdoti “le decime e le primizie”: furono, cioè, servi dove in altri momenti erano stati signori e padroni.Di fronte a ciò, il meno che possiamo fare è condannare questi crimini di lesa umanità, e denunciarli con tutta la forza affinché non si ripetano mai più. Altrimenti torneranno ad accadere in nome di “dei” che coprono voraci interessi politici ed economici, come è il caso del recente genocidio in Iraq, portato a capo da un essere che si crede padrone e signore di questo mondo e che ha affermato che era stato “dio a dirgli di invadere l’Iraq”. Non è possibile che questo succeda all’interno di una specie che si suppone evoluta a livello cerebrale, anche se nella pratica vediamo stati di coscienza che sfiorano la follia e che non ci permettono di convivere come fratelli. Non dobbiamo permettere che quelli che si ritengono dirigenti mondiali commettano errori che colpiscono tutta l’umanità.Alcuni vescovi riuniti nel Celam affermano che “la Chiesa cattolica ha dato impulso alla nostra liberazione”. Dobbiamo ricordare ai signori vescovi che parlando con proprietà bisognerebbe dire che certi membri della Chiesa hanno appoggiato la nostra insurrezione che è venuta preparandosi da secoli di fronte alle situazioni di ingiustizia che abbiamo vissuto. E non sono stati solo membri delle Chiese a sostenere le nostre cause, ma anche atei umanisti, membri di altre religioni, tante persone e popoli con cui condividiamo il cammino, nella ricerca definitiva della liberazione e della vita degna per i popoli. Dobbiamo anche ricordare ai vescovi che i membri della Chiesa cattolica che ci hanno appoggiato e ci appoggiano generalmente sono stati perseguitati e puniti da membri della gerarchia ecclesiastica.Sua Santità Benedetto XVI, e vescovi del Celam riuniti in Brasile, noi ribadiamo la nostra posizione: l’evangelizza-zione realizzata da membri della Chiesa cattolica durante la conquista e l’invasione spagnola non solo non ha rispettato le nostre culture, ma ha anche sterminato interi popoli e nazioni. Non si può difendere l’indifendibile in nome di niente, devono prevalere la verità e la giustizia. La verità è che milioni di esseri umani furono sterminati con vili esecuzioni, con sistemi di sfruttamento anticristiani, nelle miniere e ai lavori forzati; che i sacerdoti encomenderos si appropriarono delle nostre terre e imposero le loro concezioni teologiche che non avevano nulla a che vedere con il messaggio di Cristo, distrussero il Tempio Vivo di Dio che sono gli esseri umani secondo la concezione di Gesù, ed edificarono “templi” per lavare le proprie coscienze di fronte ai crimini commessi; il sangue versato dai nostri antenati con la complicità della maggior parte dei sacerdoti cattolici si è unito al sangue versato da Cristo sulla Croce con la complicità dei sacerdoti del tempo.Ora, queste riflessioni devono portarci alla consapevolezza che in questo momento si stanno compiendo un genocidio e un ecocidio mostruosi, che, se continuano, possono condurre alla distruzione del nostro pianeta e alla conseguente estinzione dell’umanità. Basta vedere le statistiche della mortalità infantile, il riscaldamento globale e le sue ripercussioni, i milioni di poveri che si dibattono tra la vita e la morte. Se i governi dei Paesi ricchi fossero minimamente sensibili e investissero risorse nella salute e nell’educazione invece che in armamenti, la sorte di milioni di nostre sorelle e fratelli sarebbe diversa. Se la voracità delle transnazionali del capitalismo neoliberista cessasse e il presidente degli Stati Uniti firmasse e rispettasse il Protocollo di Kyoto per il controllo delle emissioni di anidride carbonica, l’umanità e la natura non sarebbero minacciate di morte. Queste sono le cause del genocidio e dell’ecocidio che oggi si consumano di fronte ai nostri occhi sul pianeta, e questo è ciò che dovrebbe preoccupare il Papa e i vescovi, non il grande impegno dei presidenti latinoamericani di impostazione umanista che si sforzano di dare risposta alle necessità dei loro popoli.Signori vescovi, l’umanità richiede filosofie, ideologie politiche, economie, teologie che preservino la vita degli esseri umani e della Allpa Mama (Madre natura). Le religioni devono servire a favorire la relazione armonica tra gli esseri umani e la Allpa Mama. Se le religioni, i sistemi politici ed economici non servono per farci vivere tutti e tutte con dignità, e non favoriscono la difesa della Allpa Mama, a che servono allora?Abbiamo di fronte a noi grandi sfide. I dogmi politici, economici e religiosi che hanno prevalso nel mondo sono falliti, dal momento che l’umanità è a rischio di estinzione. Dobbiamo realizzare cambiamenti urgenti nelle nostre menti, nelle nostre concezioni, nelle nostre azioni, perché altrimenti sarà troppo tardi. La Madre Terra già ci annuncia di essere malata; le ripercussioni del riscaldamento globale sono imminenti. Se non apriamo i cuori oltre le nostre concezioni, politiche, religiose, economiche, culturali e sociali, noi e i nostri figli pagheremo il prezzo di non esserci inchinati alle leggi della Natura e alla convivenza fraterna.In nome della difesa della Vita Planetaria, sforziamoci di essere coerenti con ciò in cui crediamo e, rinunciando ai privilegi che ci offre il potere capitalista, assumiamo con semplicità e povertà il servizio verso coloro che sono stati privati di tutto.Ribadiamo la nostra richiesta che il Papa chieda perdono ai Popoli e alle Nazionalità Indigene del Continente e ai governi latinoamericani che si sono sentiti offesi dalle sue dichiarazioni politiche e religiose. Esortiamo i vescovi latinoamericani a considerare nelle decisioni che prenderanno nel Celam il rispetto che i popoli originari esigono per le proprie culture millenarie, e l’esigenza di milioni di esseri umani che gridano giustizia di fronte alla disuguaglianza sociale, economica e politica.

Humberto Cholango - Presidente della Confederazione dei Popoli di nazionalità kichwa dell’Ecuador - Ecuarunari

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