martedì 14 ottobre 2008

Lezione di congedo di Gianni Vattimo 14/10/2008

Gianni Vattimo, maestro del pensiero debole.

Cosa capita quando un filosofo ma soprattutto un professore come Gianni Vattimo - come egli stesso vuole essere ricordato – si congeda dall’Università di Torino?
Certamente rappresenta una grande perdita. Una perdita culturale, effettiva, didattica – soprattutto per gli studenti. Vattimo ha sempre dedicato tutto se stesso all’insegnamento, ai suoi studenti; è stato un animatore effervescente del clima universitario torinese. Ci mancheranno le sue lezioni, la sua chiarezza, la sua ironia.
Alla sua lezione di congedo, tenutasi nell’aula magna del Rettorato martedì 14 ottobre 2008, una folla di studenti, discepoli, docenti… ha voluto far sentire la sua vicinanza al padre del «pensiero debole» (una forte teoria dell'indebolimento come unica via dell'emancipazione). Ma Vattimo ha subito precisato: «congedo fino ad un certo punto» e ha aggiunto «spero comunque che sia l’ultimo».
Nella sua lezione, «La verità e l’evento: dal dialogo al conflitto», il professore ha ripercorso il lavoro compiuto negli ultimi mesi, analizzando, a partire da Heidegger, come si costruisce la verità.
«Oggi si parla tanto di dialogo - ha detto Vattimo - un concetto in bocca a tutti i potenti, in realtà nessuno fa niente davvero per cercare di dialogare con l'altro, con il nemico. Anche Bush ha detto di aver attaccato l'Iraq perché voleva il dialogo».
Per Vattimo «bisogna rilanciare il conflitto, in luogo di un dialogo-panacea che non serve a nessuno, bisogna avere il coraggio di stare da una parte, sperando che sia quella giusta. Ed io ora, so di stare dalla parte dei poveri e di chi non ha voce».
La riflessione di Vattimo è molto significativa come chiave di lettura della modernità. L’idea che «l’essere come tale abbia – fortunatamente – il destino di dissolversi» sta alla base del pensiero debole (la kenosis), che a detta di Vattimo - ma anche nostra - rappresenta «l’unica filosofia cristiana attualmente sul mercato». E ha aggiunto, non senza un tocco di narcisismo e di ironia: «solo per questo dovrebbero farmi papa».
L’incontro non è stato privo di commozione. Alla fine della lezione è scoppiato un lungo, forte e sentito applauso. (g.g.)



Di seguito pubblichiamo il testo della lezione «La verità e l’evento: dal dialogo al conflitto» (comparsa su La Stampa) e la lettera di saluto al mastro di Alessandro Baricco, dove lo scrittore descrive efficacemente cosa ha voluto dire per lui – mka così è stato per tutti i suoi allievi – avere Vattimo per maestro (da la Repubblica - Torino).


Finché c'è conflitto c'è speranza

L'ultima lezione all'Università di Torino

di Gianni Vattimo

Perché «dal dialogo al conflitto»? Non è forse l’ermeneutica - quell’orientamento filosofico a cui sulle tracce di Pareyson, Gadamer, e prima Heidegger e Nietzsche, ho sempre cercato di ispirarmi - per l’appunto una filosofia del dialogo? Anni fa, anche in base all’esperienza di dibattiti americani dove l’ermeneutica era diventata semplicemente il nome di tutta la filosofia «continentale» (da Habermas a Foucault a Derrida e Deleuze) sostituendo esistenzialismo e fenomenologia, avevo proposto di parlare di ermeneutica come nuova koiné, nuovo idioma comune di larga parte della filosofia contemporanea.


Questa diffusione, per dir così, dell’ermeneutica l’ha anche fatalmente «diluita»; io pensai allora di opporre una più dura accentuazione dell’inevitabile esito nichilistico dell’ermeneutica presa sul serio. Che ogni esperienza di verità sia interpretazione non è a propria volta una tesi descrittivo-metafisica, è una interpretazione che non si legittima pretendendo di mostrare le cose come stanno - anzi non può affatto pensare che le cose, l’essere, «stiano» in qualche modo; interpretazione e cose, ed essere, sono parti dello stesso accadere storico; anche la stabilità dei concetti matematici o delle verità scientifiche è accadimento; si verificano o falsificano proposizioni sempre soltanto all’interno di paradigmi che non sono a loro volta eterni, ma epocalmente qualificati, sono «eventi».

Alla nozione di evento di Heidegger io aggiungevo - credo sempre in fedeltà al suo insegnamento - una più esplicita filosofia della storia dell’essere di origine nietzschiana: se guardiamo alla storia dell’essere come si è data e si dà a noi occidentali (cittadini dell’Abendland, la terra del tramonto) la lettura più ragionevole che possiamo darne è quella proposta da Nietzsche con la sua idea di nichilismo: la storia nel corso della quale, come riassume Heidegger, alla fine dell’essere come tale non ne è più nulla. Appunto dell’essere come tale: l’on è on di Aristotele, l’essere come struttura stabile che sta al di là di ogni contingenza e garantisce la verità immutabile di ogni vero ha invece il «destino» di camminare indefinitamente verso il non-esser-più l’essere come tale.

Ecco dunque il senso dell’esito nichilistico dell’ermeneutica. Che non significa non avere più criteri di verità, ma solo che questi criteri sono storici e non metafisici; certo non legati all’ideale della «dimostrazione», ma piuttosto orientati alla persuasione - la verità è affare di retorica, di accettazione condivisa; come è del resto anche la proposizione scientifica, che vale in quanto è verificata da altri, dalla cosiddetta comunità scientifica, e niente di più.

Ma perché, ancora, dal dialogo al conflitto?

Posso confessare senza difficoltà che sono diventato sensibile a questo problema - che riassumo in questo titolo - per ragioni che non hanno anzitutto a che fare con questioni interne alla teoria, ma che sono invece fin troppo evidentemente legate a quella che con espressione dello Hegel dell’estetica chiamerei, alquanto pomposamente, la «condizione generale del mondo». Della quale prendiamo coscienza a partire dal senso di fastidio che ci suscita sempre più nettamente ogni richiamo al dialogo. Non solo nella recente politica italiana, dove i contendenti litigano rimproverandosi reciprocamente di non voler dialogare, con effetti che sarebbero comici se non ne andasse del destino del Paese. In verità, se riflettiamo sulle ragioni dell’insofferenza per la retorica del dialogo ci rendiamo conto che stiamo solo esprimendo una rivolta ben più ampia e più filosoficamente rilevante, e cioè la rivolta contro la «neutralizzazione» ideologica che domina ormai ovunque la cultura del primo mondo, l’Occidente industrializzato. Si tratta di quello che spesso è stato chiamato il pensiero unico, il quale si identifica in ultima analisi con ciò che i politici chiamano - quando lo nominano - il Washington consensus, al di fuori del quale non c’è che il terrorismo con tutti i suoi derivati.

Il pensiero unico nel quale siamo immersi ha il merito di averci fatto capire - in molti sensi sulla nostra pelle - che l’oggettivismo metafisico, oggi declinato soprattutto come potere di scienza e tecnologia, non è altro che la forma più aggiornata - e più sfuggente - del dominio di classi, gruppi, individui. Neutralizzazione e potere degli esperti di ogni tipo sono la stessa cosa. È l’esperienza che, anche nel piccolo orizzonte della società italiana, facciamo quando vediamo la scomparsa delle differenze tra destra e sinistra. Una scomparsa che del resto è generale, almeno nel mondo occidentale della razionalità capitalistica, per quanto quest’ultima sia sempre più visibilmente irrazionale e manifesti senza alcun pudore la sua essenza puramente predatoria.

Ripeto in breve i passi impliciti in quanto detto fin qui. La verità, se non è rispecchiamento di un ordine eternamente dato di essenze e strutture, è accadimento, e accadimento dialogico. Verità si dà quando ci mettiamo d’accordo. Ma il dialogo sarà davvero sempre così pacifico?

La retorica odierna del dialogo ha molti caratteri per essere sentita come una maschera del dominio - ed è così che la viviamo di fatto nella nostra insofferenza crescente verso di essa.

Heidegger ci ha insegnato che la verità di una proposizione qualunque si prova solo all’interno di un paradigma storico, il quale non è semplicemente l’articolarsi di una struttura eterna (natura dell’uomo, primi principi ecc.) ma accade, nasce, ha un’origine, il cui modello egli vede nella nascita dell’opera d’arte. La quale è un luogo di accadere della verità in quanto (pensiamo a Dante, alla Bibbia, a Shakespeare) è l’apertura di un orizzonte storico, la nascita di un linguaggio e di una nuova visione del mondo. E quel che costituisce la base della forza inaugurale dell’opera d’arte, dice Heidegger, è il fatto che essa mantiene aperto il conflitto tra «mondo» e «terra». Due termini che vanno intesi l’uno, il mondo, come l’orizzonte articolato, il paradigma, che l’opera inaugura e dentro cui ci fa «abitare»; l’altro, la terra, come quella riserva di sempre ulteriori significati che, come dice il termine stesso, sono legati alla vita - della natura e della persona - e che costituiscono sempre un alone oscuro da cui proviene la spinta a progettare, a cambiare, a divenire altro.

Ma la «terrestrità» non si lascia chiudere dentro la stabilità di un dialogo felice, che istituirebbe la verità come nascita armoniosa di un nuovo paradigma.

Non si può cercare di uscire dall’oggettivismo metafisico - apologetico, «realistico» - senza venir coinvolti in un conflitto da cui soltanto può scaturire la verità-evento. La libertà - la progettualità umana in cui soltanto si annuncia l’essere come tale - è sempre minacciata dalla metafisica (cioè dalla violenza del dominio).

Per questo, cercare di pensare l’essere non vuol dire altro, oggi per noi, che opporsi alla neutralizzazione, prendere partito. Con chi e per cosa non è poi una scelta tanto difficile.

Se l’essere è pensato come progettualità e libertà, si dovrà ovviamente scegliere di stare con quelli che più progettano perché meno hanno: il vecchio proletariato marxiano, non titolare metafisico della verità perché libero di vedere il mondo fuori delle ideologie; ma portatore dell’essenza generica perché più di ogni altro individuo, gruppo,classe, è definito dal progetto, cioè autenticamente ex-sistente.

Come si vede, questo discorso è tutt’altro che un congedo - anche se forse qualcuno, viste le conclusioni poco «innocenti», potrebbe essere tentato di salutarlo, finalmente, come tale. C’è ancora un sacco di lavoro, non solo teorico, da fare. Dunque, piuttosto un arrivederci, forse in altre sedi, ma speriamo con la stessa importuna passione progettuale.



Grazie, caro Vattimo sei stato un maestro
di Alessandro Baricco

Caro Vattimo, troppo tardi ho scoperto che oggi salirai in cattedra per l´ultima lezione all´Università. Troppo tardi per smontare tutto e riuscire a venire lì, come mi sarebbe piaciuto fare. Peccato. A conti fatti, non se ne incrociano poi molti, di veri maestri, in una vita, e tu per me lo sei stato, un vero maestro, e in un modo che non ho mai dimenticato.


Secondo me, se hai vent´anni e ti piace lo spettacolo dell´intelligenza, finire in un´aula a sentire un vero filosofo, è il massimo. A me è successo per quattro anni, alle tue lezioni, e da lì ho contratto la convinzione che la filosofia resta l´esercizio più alto, se solo quello che cerchi è l´ordine delle idee, il rigore delle visioni, il virtuosismo dell´intelligenza: è uno sport estremo, da vette ultime, e chi c´è passato sa che non c´è nulla di paragonabile alla vista che c´è da lassù. Tutto il resto è pianura. Colline, ogni tanto.

Mi hai insegnato molte cose, ma adesso mi viene in mente la chiarezza. Tu spiegavi, e noi capivamo, non c´era santo. Io penso di aver capito anche Schelling, spiegato da te (non vorrei esagerare, ma qualcosetta riuscivi a farla capire perfino di Fichte). Eri elegante nella linea delle argomentazioni, e limpido nel nominare le cose. Quando il gioco si faceva duro, non avevi paura di usare degli exempla, e non ti faceva schifo andarli a scovare dovunque.

Credo di aver capito l´etica kantiana quando molto seriamente ci hai fatto presente che alle tre di notte, in una città deserta, davanti a un semaforo rosso, ti fermi solo se sei un fesso: o se sei Kant. Noi ascoltavamo, e intanto, senza accorgercene, capivamo che la chiarezza, nella filosofia, non era lo scopo, ma il punto di partenza, la precondizione senza cui il pensiero non si metteva in moto. Era come mettere i pezzi sulla scacchiera. La partita vera, era il casino che c´era dopo. Si rideva molto, alle tue lezioni, e anche questo era un insegnamento. Beh, molto forse no, ma considerato che il tema era il vivere per la morte di Heidegger o quell´allegrone di Adorno, tu ci infilavi un umorismo che non eravamo sicuri fosse previsto.


Sembravi credere che ogni impennata dell´intelligenza andasse accompagnata dall´antidoto dell´ironia: è una cosa che non mi sono più tolto di dosso. Ancora adesso non riesco a fare lezione senza infilarci qualche battuta e non mi riesce di scrivere un libro che non faccia, anche, ridere. Se era solo un vezzo, un lascito della tua vanità di showman, me ne frego: a me sembrava un modo di stare al mondo, o quanto meno nel mondo del pensiero: aveva l´aria di essere un modo giusto.

In quegli anni lavoravi a fondare il pensiero debole (ossimoro, lo so, lo so). Tu ci credevi, quindi noi ci credevamo. Poi, in tutto il tempo che è passato dopo, mi è successo un sacco di volte di ascoltare o leggere gente che ricordava quell´impresa teorica con sufficienza, o ironia, e perfino con immotivabile rancore. Avevano il tono di quelli che qualcuno gli aveva versato lo champagne sul tappeto. Io non so, non ho più gli strumenti per giudicare: ma vorrei dirti che per molti di noi il pensiero debole, e la pratica dell´ermenutica, sono stati una scuola a cui abbiamo imparato a pensare con violenza flessibile, e ci siamo abituati all´idea che leggere il mondo fosse un modo, forse l´unico, di scriverlo. Questo ci ha resi differenti, in qualche modo, e, credo, immensamente più adatti a ricevere le mutazioni che il pianeta aveva in serbo per noi.

Mi sa che adesso te ne andrai in giro a far lezione ai quattro angoli del mondo, a spiegare Schelling a sudamericani o giapponesi che, come noi, di Schelling non hanno mai capito un tubo. Beati loro, beato te. Mi ricordo che avevi un gesto tutto tuo, quando iniziavi la lezione: parlando, mettevi una mano nella tasca della giacca, e rimestavi un po´ lì dentro, intanto che la spiegazione decollava. Poi c´era un momento in cui tiravi fuori la mano della tasca, e c´era sempre un gettone telefonico, delle monete, cose così: le posavi sulla cattedra, ordinate. Forse era il tuo modo di spiegare anche al più deficiente di noi quello che veramente stavi facendo in quel momento. Stavi mettendo in ordine per noi la paghetta intellettuale che poi ci saremmo spesi nel corso di una vita. Oggi è il giorno giusto per dirti che con quelle monete mi son comprato un sacco di cose, e che erano preziose, e leggere. Perfino il gettone telefonico lo era: prezioso, leggero. E allora stay hard, stay hungry, stay alive, come dice il boss (sarebbe Springsteen: non è mai stato chiaro fin dove arriva la tua cultura musicale.) E ogni fortuna, per te, maestro.


sabato 11 ottobre 2008

Incontro della Sinistra cristiana - la relazione

Cristiani
perché la sinistra ha ancora bisogno di noi.

Dalla relazione introduttiva al Convegno della Sinistra cristiana.

di Raniero La Valle

Ci sono discorsi che non si possono improvvisare, alcuni per farli ci vuole una vita. Sarebbe tempo che i politici si mettessero a scrivere i loro discorsi, per far sì che il pensiero preceda la parola. In verità parlare senza leggere è considerata una virtù del buon politico; è un ingrediente del successo in tempi di grandi comunicatori. Nella campagna elettorale americana si vedono i candidati che parlano a lungo fissando negli occhi le telecamere; in realtà leggono il gobbo, che è un modo di leggere senza farsene accorgere.

Una volta leggevo in Senato il mio discorso. Si discuteva la legge 194 sull'aborto. Era un discorso delicato, perché come cristiani della Sinistra indipendente noi non volevamo solo agitare una bandiera - quello si poteva fare anche parlando a braccio - ma volevamo fare una legge equilibrata, che non tradisse nessun principio, ma che ci facesse uscire dalla logica punitiva della legge penale. Perciò leggevo il mio discorso. E a un certo punto il presidente del Senato, Fanfani, mi interruppe e mi disse: sen. La Valle, lei fa tante citazioni, ma dovrebbe conoscere anche il regolamento del Senato, che vieta di leggere i discorsi in aula. Infatti nel regolamento c'era una norma bizzarra di questo genere, non so se ci sia ancora; forse era il residuo di un tempo in cui in Parlamento si andava solo per parlare, perché a decidere ci pensavano gli altri; un po' come si vorrebbe fare oggi offrendo qualche seggio agli esclusi come "diritto di tribuna", una tribuna fatta per i tromboni. Quella norma del regolamento era giustamente in disuso, ed era la prima volta, che io sappia, che un presidente redarguiva un senatore perché aveva preparato il suo discorso. Ma è chiaro che era un modo per prendere le distanze da quello che dicevo, non un cavillo regolamentare; anche quando si presiede il Senato si fa politica, non ci si limita a un ruolo di garanzia.

Il 2 ottobre, anniversario della nascita di Gandhi, era, indetta dalla Nazioni unite, la giornata della Satyagraha , che è la ricerca gandhiana della verità e dell'amore, altrimenti detta nonviolenza. Io ricordo la commozione di Dossetti, quando fece sosta presso la tomba di Gandhi a Nuova Delhi, durante un viaggio in India. Dossetti è uno dei maestri che sta nella nostra tradizione; e quella visita alla tomba di Gandhi non era solo un omaggio a un altro grande maestro, era stabilire una comunione, forse una preghiera in comune.

Gandhi non è solo il liberatore dell'India; prima ancora è stato difensore e redentore degli immigrati, quando egli stesso era immigrato in Sudafrica, e come avvocato indiano era considerato meno che niente. Gandhi lottò non solo per sé, ma per dare dignità e parità di diritti agli immigrati: ed è proprio lì, nel ricco e bianco Sudafrica nero che egli ha cominciato ad essere quello che poi sarebbe diventato.

Per questo bisogna accogliete gli immigrati: perché in ogni immigrato che sbarca a Lampedusa o che viene dall'Est ci potrebbe essere un Gandhi, ci potrebbe essere un liberatore del suo popolo o di molti popoli. Anzi è proprio questa la nuova obiezione di coscienza da fare, contro le leggi antixenite ; e le chiamo antixenite, e non xenofobe, perché non sono affatto leggi dettate dalla paura, ma sono leggi dettate dal razzismo, dall'odio e dal rifiuto, esattamente come lo erano le norme antisemite.

Questa è la nuova obiezione. In Italia non si può fare più l'obiezione di coscienza al servizio militare obbligatorio, perché quando l'obiezione passò da concessione del potere a diritto del cittadino, per buttare l'obiezione buttarono via l'esercito di leva. Non si può fare e non si deve fare l'obiezione fiscale, perché quella l'ha fatta il governo, l'ha fatta la destra diffamando le tasse, definendo come un furto o come un borseggio ogni prelievo fiscale; lo ha fatto trasformando le elezioni in un referendum anticostituzionale sull'Ici; la destra non toglie le tasse, ma le delegittima, allo scopo di togliere allo Stato tutte le sue risorse, tutti i soldi per la spesa pubblica e così poter dire, per ragioni di cassa e non per ragioni ideologiche, che non si possono fare politiche sociali, che bisogna licenziare 87 mila insegnanti, che bisogna svuotare l'Istituto superiore per la sanità, che non ci sono i soldi per i comuni, non ci sono soldi per salvare l'Alitalia, non ci sono soldi per la cultura, per il teatro, per l'editoria e così finalmente riuscire a chiudere anche Liberazione e il Manifesto . L'attacco della destra al denaro pubblico è un attacco al cuore dello Stato. Senza denaro, e sperperando il poco denaro che si ha, non vivono le città. Senza più soldi, dopo l'amministrazione del dottore che cura Berlusconi, Catania era ridotta al buio e sepolta dalla spazzatura, anche se nessuno lo diceva e lo faceva vedere, perché non c'era da far perdere a Prodi le elezioni.

Allora l'obiezione da fare è quella contro le leggi ingiuste che vietano di dare ospitalità allo straniero. Nella nostra laicità, se c'è una cosa che diciamo "sacra", cioè che non si può toccare, è l'ospitalità: ma così è in tutte le culture, o almeno lo era. Noi dobbiamo fare obiezione ospitando e dando asilo agli stranieri come facemmo ospitando gli ebrei nelle nostre case e nelle nostre chiese quando, altrettanto come ora, l'ospitalità era un delitto. Naturalmente non serve fare un'obiezione spericolata, che rischi di provocare la confisca delle nostre case come minacciano le leggi razziali del governo. L'art. 5 del decreto legge sulla sicurezza che introduce nella legislazione sullo straniero la norma anti-ospitalità, dice che si commina la reclusione da 6 mesi a 3 anni e la confisca dell'immobile a chi dà alloggio a uno straniero irregolare "a titolo oneroso al fine di trarne ingiusto profitto". Dunque per fare obiezione senza esporsi alla vendetta penale, basta ospitare lo straniero gratuitamente e senza "ingiusto" profitto, magari premunendosi col farne apposita dichiarazione presso un notaio. Così la norma finirà per colpire solo quelli che speculano sulla pelle dello straniero.

Ma perché è così importante il rapporto con lo straniero, e non solo in Italia?
Perché il problema globale e imprescindibile di oggi è la riconciliazione di tutti i popoli che sono l'uno all'altro stranieri; il problema è che ciascuno ritrovi la sua patria, ma la trovi oltre i suoi confini, al di là del fiume, là dove sono altri uomini e donne, altri figli e figlie come lui; se questo non si farà, non ci sarà pace sulla terra, e forse un giorno non ci sarà nemmeno la terra. È stato dato già 2000 anni fa l'annunzio della caduta del muro tra giudei e greci, cittadini e barbari, romani e sciti; è venuto il momento di dare attuazione a questo annuncio. Se non fa questo, la politica è perduta. È perduta in America, è perduta in Europa, è perduta in Israele.

Un barlume di luce è venuto in questi giorni da Israele quando il primo ministro uscente, Olmert, per la prima volta ha detto che non esiste l'ipotesi del grande Israele, dal mare al Giordano; che se Israele vuole rimanere uno Stato ebraico, e non divenire uno Stato in cui gli ebrei siano una minoranza, deve contrarsi per far posto accanto a sé a uno Stato palestinese; e per questo è stato presentato alla Knesset un disegno di legge che offre forti incentivi economici ai coloni ebrei insediati nei territori occupati, perché rientrino dentro i vecchi confini di Israele del 1967. Ciò significa dire: fin qui abbiamo sbagliato. È la rottura di un tabù, riguardo alla terra - Eretz Israel - finora vissuto in Israele come un assoluto religioso. Ma se non si rompe questo tabù, non c'è alcuna soluzione per la questione palestinese (vedete fin dove arriva la laicità!); e se le religioni per prime non tolgono la copertura religiosa alle sacre are, ai sacri fiumi e ai sacri confini della Patria, ancora di più i popoli si contrapporranno gli uni agli altri, gli Stati gli uni agli altri e le culture le une alle altre, e non potrà esserci pace, e nemmeno diritto, e quindi nemmeno politica, su scala mondiale.

Perciò è importante l'obiezione di coscienza che nega obbedienza a tutto ciò che è contro la straniero, che si tratti di armi o di basi offensive, di leggi, di sanzioni o di dazi, di apartheid e di sfruttamento.
(...)

E così veniamo alla nostra iniziativa, perché è sorta e perché ha osato presentarsi con questo nome: per giustificarne l'esistenza basterebbe questo compito, che è di lottare per l'unità internazionale, politica, pacifica, della intera famiglia umana. Mai l'umanità è stata così divisa come in questi tempi di globalizzazione. E questo ci getta nel cuore della crisi di oggi, una crisi che non è solo nostra, ma di tutti, non è della nostra o di altre nazioni, ma è una crisi globale. Il Dio Mammona ci sta per tradire. Non solo c'è la crisi della speculazione finanziaria che dai santuari dell'America e dell'Inghilterra si sta diffondendo in tutto il sistema, e anche da noi. Come dice Jeremy Rifkin ci sono tre crisi: la crisi del credito, perché si tratta di ripianare venti anni di spese pazze fatte con denaro virtuale, la crisi energetica perché il petrolio è agli sgoccioli, e la crisi del riscaldamento climatico, contro cui nessuno sa cosa fare. Sono tre elefanti, dice, che si muovono tutti e tre in una piccola stanza, con effetti devastanti. Occorre una riforma radicale del sistema ( Repubblica del 30 settembre). Come riconoscono ormai anche i più accaniti fautori del mercato, è la crisi della stessa globalizzazione e dell'attuale modo di produzione e di sviluppo. Ma al di là dell'ordine economico, la crisi investe l'intero sistema delle relazioni umane. Come interpretare questo tempo della crisi? Io ricordo che proprio Dossetti, osservando lo stato del nostro Paese e del mondo, disse una volta: non c'è più la colla. Cioè non c'è più il legame sociale che fa stare insieme sistemi complessi. E infatti se noi guardiamo alle radici più profonde della crisi, noi vediamo che esse stanno in questo venir meno della capacità, della voglia e della gioia di vivere insieme, che è ciò in cui consiste la comunità politica, la polis.

E infatti non ci sono più o sono stati licenziati i grandi strumenti di aggregazione. Qualificandole come obsolete, sono state licenziate le ideologie. Come troppo invadenti sono stati licenziati i partiti. La scuola è rovesciata in azienda, per liquidare, come si dice esplicitamente, don Milani; il movimento della pace non può più nemmeno esporre in pubblico le proprie bandiere; la Chiesa si mobilita per battaglie certamente legittime, ma che non aggregano e anzi dividono; la Costituzione, fatta a pezzi, non è più la casa comune di tutti gli italiani; e sul piano internazionale il diritto è abbandonato, le convenzioni di Ginevra sono ricusate, l'Onu vilipesa, le regole non ci sono più. Deregulation è stata l'ultima e definitiva ideologia del Novecento.
(...)

Che fare invece per ridare una chance alla politica? Che fare per ristabilire il legame sociale, per ritrovare la colla, per prendere le vie della giustizia, prima di rotture irreparabili, prima che l'amore finisca? Molti tentativi di riaggregazione sono finora falliti. Proviamoci allora come cristiani, con tutti gli altri che sono per la giustizia. Sappiamo che è una cosa temeraria. Perché giustamente non si usa più mettere la religione in mezzo alle cose politiche, perché ciò appare in contrasto con la laicità, e di fatto lo è, se a farlo sono le Chiese. Ma soprattutto è una cosa temeraria perché non impunemente ci si può dire cristiani; è un nome che non ci decora, ma che ci giudica, e richiederebbe da chiunque accetti di unirsi a questo titolo una capacità superiore di indignazione e di mitezza, di coraggio e di pazienza, di intransigenza e di indulgenza, di cui non so se tutti saremo capaci.
(...)

Può darsi che ci sbagliamo. Ma questa non è la proposta di una ideologia, tanto meno è la rivendicazione di una identità; è il ricorso a un rimedio: un pharmacon, come ha detto qualcuno. Un antidoto alla frantumazione sociale, in funzione di unità, e un antidoto anche all'appropriazione strumentale della fede, di cui la destra al potere fa largo uso, lei con i suoi atei devoti. Il pharmacon per gli antichi era insieme medicina e veleno. L'antidoto reca in sé una particella della tossina che vuole combattere. Non ci vogliono certezze, ci vuole umiltà per correre questo rischio.

Si tratta di una convocazione alla giustizia, dei cristiani che come tali sono laici, e dei laici anche se non sono cristiani. Non tanto per un incontro tra loro (questo già avviene in molti altri luoghi, ad esempio nel Partito democratico) quanto per dare aiuto all'incontro degli altri, per mettersi al servizio della società tutta intera, per rimettere in funzione quella colla che si è perduta, e che il denaro non è riuscito a rimpiazzare. Se deve essere, come abbiamo detto, un "Servizio politico", questo è nella direzione di una mediazione alta, che non è né il dialogo che un giorno si fa e l'altro si nega, né l'accordo tattico che snatura i contraenti, né il compromesso deteriore; ma è lo sforzo di promuovere i modelli sociali più alti, le soluzioni più attente agli interessi e ai valori di tutti; una mediazione alta, proiettata sulle cose da fare, nella quale ogni singola parte possa trovare una ragione e crescere essa stessa.

Ciò nell'ambito della sinistra, di cui rivendichiamo la dignità, pur nelle sue divisioni, ma anche oltre la sinistra. La contraddizione tra destra e sinistra certamente non può essere oscurata. In politica non esistono cose che non sono "né di destra né di sinistra", e se ci fossero sarebbero anch'esse di destra perché pretenderebbero sottrarsi alla verifica della critica e al vaglio della giustizia. Noi assumiamo questa contraddizione, e perciò la nostra scelta di campo è a sinistra, ma la assumiamo con dolore, perché in Italia il conflitto è stato portato al parossismo da un sistema istituzionale ed elettorale che si è impiccato al bipolarismo, e che ha trasformato la dialettica tra destra e sinistra in una spaccatura verticale tra due Italie che si detestano e si odiano e rendono impossibile perfino il pensiero di un bene comune. La dialettica politica va mantenuta, ma questa lacerazione va sanata. Per questo ci vuole una mediazione alta. Ma essa non va affidata al buonismo, bensì a una riforma del sistema elettorale e politico che dia una più ricca articolazione e proporzionalità alla rappresentanza, che non cancelli le minoranze, che ristabilisca uno snodo tra governo e parlamento perché, se i governi passano, i parlamenti restino.

da Liberazione 11/10/2008


giovedì 2 ottobre 2008

Commento al vangelo di domenica 5 ottobre 2008

Diventare testata d'angolo
di g.g.

«Ascoltate un'altra parabola: C'era un padrone che piantò una vigna e la circondò con una siepe, vi scavò un frantoio, vi costruì una torre, poi l'affidò a dei vignaioli e se ne andò. Quando fu il tempo dei frutti, mandò i suoi servi da quei vignaioli a ritirare il raccolto. Ma quei vignaioli presero i servi e uno lo bastonarono, l'altro lo uccisero, l'altro lo lapidarono. Di nuovo mandò altri servi più numerosi dei primi, ma quelli si comportarono nello stesso modo. Da ultimo mandò loro il proprio figlio dicendo: Avranno rispetto di mio figlio! Ma quei vignaioli, visto il figlio, dissero tra sé: Costui è l'erede; venite, uccidiamolo, e avremo noi l'eredità. E, presolo, lo cacciarono fuori della vigna e l'uccisero. Quando dunque verrà il padrone della vigna che farà a quei vignaioli?». Gli rispondono: «Farà morire miseramente quei malvagi e darà la vigna ad altri vignaioli che gli consegneranno i frutti a suo tempo». E Gesù disse loro: «Non avete mai letto nelle Scritture:
La pietra che i costruttori hanno scartata
è diventata testata d'angolo;
dal Signore è stato fatto questo
ed è mirabile agli occhi nostri?
Perciò io vi dico: vi sarà tolto il regno di Dio e sarà dato a un popolo che lo farà fruttificare.
(Mt 21,33-43)


Questa parabola di Gesù si inserisce in un contesto e in una situazione sociale che doveva essere ben conosciuta dai suoi contemporanei. All’epoca, la zona collinosa della Galilea era proprietà di ricchi latifondisti stranieri che affittavano i loro poderi agli agricoltori del luogo. Il fatto, dunque, appare verosimile. Infatti, secondo le leggi del tempo sull’eredità, un podere, alla morte del proprietario senza eredi, passava nelle mani del primo occupante.

Al centro dell’episodio, ricco di suggestioni veterotestamentarie, c’è il regno di Dio e il rapporto del popolo infedele (i vignaioli) con gli annunciatori e i profeti del regno (i servi e il figlio). Non solo i vignaioli disobbediscono, ma bastonano, uccidono, lapidano gli inviati di Dio e – alla fine – fanno fuori addirittura il messia, avidi di impossessarsi di una vigna (di un regno) che non è loro.

Il castigo di Dio per il popolo infedele, che non è in grado di far fruttare la vigna da cui si aspettava giustizia («si aspettava giustizia ed ecco violenza, si aspettava rettitudine ed ecco oppressione», cfr. Is 5, 1-7), consiste nella caduta in rovina della vigna e nella morte stessa dei profeti e dell’inviato di Dio. Il castigo diventa la sconfitta stessa di Dio, l’invio di un messia che si rivelerà un messia di morte.

La giustizia, il rispetto per il diritto di tutti, soprattutto dei poveri, non trova spazio. Dio non riesce a stabilire la sua volontà a causa dell’infedeltà del suo popolo. L’oppressione dei poveri viene presentata come un omicidio. I vignaioli sono omicidi non solo perché uccidono i servi e il figlio ma perché calpestano il diritto, predano il povero. Sono omicidi perché non sono in grado di far fruttare la giustizia che Dio chiede. Pertanto «vi sarà tolto il regno di Dio e sarà dato a un popolo che lo farà fruttificare».

Ad un certo punto Dio stesso viene sconfitto, si trova nell’impotenza. Ma Dio non è in grado di badare alla vigna, di garantire un’amministrazione equa, di inviare servi in grado di essere rispettati e ascoltati dai vignaioli? Dio non può imporre la sua volontà? Davanti a questa parabola, non possono non sorgere queste domande. Esse sono le domande della salvezza, sono le domande che ammutoliscono e angosciano il cuore dell’uomo.

Gesù promette che Dio affiderà il regno ad un popolo che lo farà fruttificare. Probabilmente questo popolo viene identificato dalla comunità del vangelo di Matteo con la chiesa stessa. Un interpretazione che, forse, viene fatta propria anche oggi dalla chiesa e da tutte quelle comunità fatte da coloro che si credono perfetti.

Bisogna purtroppo constatare che resta terribilmente difficile, a tutt’oggi, identificare quel popolo in grado di far fruttificare il regno, di cogliere dalla vigna frutti di giustizia e di rettitudine. Si può forse dire che qualunque servo, profeta o messia inviato da Dio, non può che essere condannato, umiliato, bastonato, ucciso.

I fatti, tutti i giorni ci mostrano questo massacro. L’uccisione degli uomini e delle donne che spargono sulla terra il seme del regno di Dio, che si impegnano e lottano quotidianamente per vivere, per vivere e basta. Vivere è molto più difficile e molto meno banale di quanto si possa pensare. La vita è un parto che si compie ogni giorno nelle piccole cose. Un parto doloroso, come tutti i parti delle donne e della Terra. Vivere non è facile perché ogni giorno incontriamo almeno un vignaiolo omicida che intende rubarci la giustizia di Dio e che ci picchia, ci uccide fuori e dentro, nella mente e nel cuore.

Non è banale perché se sei donna devi conquistarti ogni giorno il rispetto dei “maschi” che pensano di essere il centro e il metro del mondo, della realtà e delle cose. Non è facile perché se sei gay, lesbica, trans, devi avere tutti i giorni il coraggio di essere quello che sei, e non quello che gli altri, i “normali”, pensano che tu debba essere perché la “natura è così e basta”. Non è banale perché se sei rom, immigrato, clandestino; se sei giallo, nero o rosso, tutti i giorni devi avere il coraggio di camminare sotto gli sguardi taglienti e giudicanti dei “bianchi”, della gente per bene. Non è facile perché se sei povero – sia che tu viva nel Nord o nel Sud di questo mondo – devi tutti i giorni combattete per dare da mangiare ai tuoi figli e alle tue figlie.

E allora «speriamo di riuscire ad essere almeno questo miserabile resto di vinti, di soli, di stanchi, di eunuchi, di pazzi, di moribondi», come diceva Sergio Quinzio, perché «se non è bastata la croce di Dio perché irrompesse la consolazione e la gloria, mi sgomenta pensare dove si dovrà scendere. Forse si dovrà arrivare al punto in cui non si potrà avere più neppure la forza di parlare, tanto si sentirà vano tutto, tutti i nostri arzigogoli per argomentare circa la salvezza mai ancora venuta, da millenni» (S. QUINZIO, Dalla gola del leone, Milano 1980, pp. 37, 46).
In tutto questo sta lo scandalo della pietra scartata dai costruttori che è divenuta testata d’angolo.

Io non morirò, anzi vivrò,
e racconterò le opere del Signore.
Certo, il Signore mi ha castigato,
ma non mi ha dato in balìa della morte.
Apritemi le porte della giustizia;
io vi entrerò, e celebrerò il Signore.
Questa è la porta del Signore;
i giusti entreranno per essa.
Ti celebrerò perché mi hai risposto
e sei stato la mia salvezza.
La pietra che i costruttori avevano disprezzata
è divenuta la pietra angolare.
Questa è opera del Signore,
è cosa meravigliosa agli occhi nostri.
Questo è il giorno che il Signore ci ha preparato;
festeggiamo e rallegriamoci in esso.
O Signore, dacci la salvezza!
O Signore, facci prosperare!

(Salmo 118, 17-25)

domenica 28 settembre 2008

Intervista a Leonardo Boff

«Oggi la mia lotta è per l'ambiente»

Vittorio Bonanni
Torino (nostro inviato)

Sperare è un diritto, senza la speranza il futuro degli uomini e delle donne, intesi sia come singoli che come entità collettiva, viene completamente meno. E mai come adesso il destino dell'intero pianeta, e dunque la speranza in un mondo migliore, sembra essere legato alla questione ambientale, che mette al centro la mancanza di attenzione per la Terra, per le sue risorse, oggetto da decenni di una vera e propria rapina. Per tutte queste ragioni Leonardo Boff, teologo brasiliano, uno dei più importanti esponenti della Teologia della liberazione insieme a suo fratello Clodovis e al peruviano Gustavo Gutierrez, amico e consigliere del presidente del Paraguay Fernando Lugo, invitato a "Torino Spiritualità", la cui edizione 2008 è dedicata appunto alla speranza, ha affrontato nella sua lectio magistralis il tema dei cambiamenti climatici e delle continue aggressioni agli ecosistemi. Abbiamo colto l'occasione della sua presenza nel capoluogo piemontese per affrontare con lui questo nodo così delicato.


Professor Boff, nella sinistra si discute da decenni quale sia la contraddizione principale, quella che può funzionare come leva per il cambiamento. Una volta era quella capitale-lavoro, poi è subentrata appunto quella tra l'uomo e l'ambiente, senza dimenticare che anche quella tra i sessi è un altro elemento importante, senza il quale è difficile pensare ad un "altro mondo". E' lecito pensare ad una gerarchia tra questi tre elementi o ce n'è uno che prevale?

Queste tre contraddizioni che lei ha citato sono tutte vere, ma è anche vero che sono tutte strettamente connesse tra di loro. Credo tuttavia che adesso la grande contraddizione, quella principale, per rispondere alla sua domanda, è tra una forma di produzione e di consumo che implica una devastazione delle risorse della terra, una minaccia all'equilibrio del pianeta e a tutte le forme di vita, e un'altra forma di produzione che non metta al centro l'accumulazione ma la sostenibilità di tutte le forme di vita. Scrive Edward Wilson, uno dei più noti biologi viventi, nel suo libro Creazione: come salvare la vita nella Terra : «Negli ultimi secoli, gli esseri umani, nel loro affanno di dominare la natura e conquistare tutto il mondo, hanno aggredito tutti gli ecosistemi con tanta intensità da provocare l'inizio della sesta estinzione di massa». Io credo che queste due visioni del mondo siano in contraddizione tra loro: una vede la terra come oggetto, che non ha spirito, che si può sfruttare senza limiti, un approccio che ha prodotto il riscaldamento del pianeta. E un'altra visione della Terra, più antica, tipica dei popoli originari e fatta propria da alcuni pensatori moderni, astrofisici e biologi, che vedono il nostro pianeta come un superorganismo altamente complesso. La prima visione vede insomma la Terra come un baule pieno di cose da prendere, di risorse illimitate da sfruttare, la seconda invece come un essere vivente da rispettare, Gaia o Pacha Mama, come la chiamano le popolazioni andine. La prima ha prodotto la crisi attuale, la seconda può portare ad una soluzione globale, ad una produzione capace di non danneggiare il capitale comune. E' questa la contraddizione principale. Per avere un'idea più chiara basta immaginare il Titanic che affonda, la priorità è salvarsi, le altre esigenze vengono dopo.

Resta il fatto che i governi, ma anche le popolazioni, in particolare nel mondo ricco, occidentale, non riescono o non vogliono prendere atto di questo scenario. La partita sembra insomma complicatissima. A quali soggetti ci si deve rivolgere?
Serve certamente, come la definisco io, un'Alleanza per la vita, una Casa comune. Anche perché gli Stati-nazione non sono più strutture adeguate per poter affrontare tutto e non c'è abbastanza saggezza che consenta di capire tutto ed agire. Tutti devono essere coinvolti, industriali, chiese, per poter arrivare ad una sorta di "coscienza comune". E credo che le scienze e le religioni possano lavorare insieme per evitare la tragedia e trasformarla in una crisi di mutamento verso un altro paradigma civilizzatore più amichevole nei riguardi della natura e più rispettoso della Terra. Per arrivare a questo è necessario porre però quattro precondizioni: come ho già detto, un'altra visione del nostro pianeta, inteso appunto come Gaia; il superamento dell'antropocentrismo; una ridefinizione dell'essere umano dinanzi alla Terra ed infine il recupero della razionalità sensibile e della ragione cordiale.

Che cosa intende per superamento dell'antropocentrismo?
Se prendiamo come punto di partenza la necessità di considerare la Terra come un essere vivente appare chiaro che l'essere umano non può più essere collocato al centro della creazione, come un re o una regina che domina e sottomette tutto. La Terra non gli appartiene, è lui che appartiene alla Terra. L'essere umano è solo un membro di una grande comunità con un'unica differenza. E' un essere etico, che ha un senso dell'etica, che sta dentro la natura ma nello stesso tempo sta fuori e che dunque può essere, contemporaneamente, angelo custode del pianeta ma anche un satana. Oggi, se vuole sopravvivere, ha il compito di diventare guardiano della creazione e di trasmettere questa creazione, conservata e arricchita, alle future generazioni. Come recita la Carta della Terra, un documento sulla tutela del pianeta che l'Unesco ha fatto proprio perché venisse divulgato in tutte le scuole: «Lo spirito di solidarietà umana e di parentela con tutte le forme di vita viene rafforzato quando viviamo con rispetto il mistero dell'esistenza, con gratitudine e umiltà il dono della vita».

Lei ha parlato del recupero di una razionalità sensibile. E' una critica al dominio della scienza, del "logos" insomma, su altri aspetti della natura umana?
Certamente tutta la nostra cultura è stata costruita basandosi troppo su una razionalità strumentale ed analitica. La quale indubbiamente ci ha portato grandi vantaggi ma anche potenzialità distruttive enormi e ha messo nell'angolo l'altro aspetto dell'essere umano, quel "pathos" che vuole dire affettività, sensibilità e sentimenti. Oggi siamo coscienti che le strutture ultime dell'essere umano sono fatte di desideri, di affetti, di sogni e di utopie. Come sostengono filosofi come Daniel Goleman negli Stati Uniti, Michel Maffesoli in Francia o Adela Cortina in Spagna, la sensibilità e la cordialità sono forme di comunione con la realtà, dalla quali nasce il nostro sentimento di appartenenza. E oggi se non leghiamo la ragione analitica ad una dimensione di cordialità e di sensibilità difficilmente possiamo attivarci per salvare la Terra.

Bisogna lavorare per costruire una nuova moralità, non crede?
Che deve partire recuperando un'"etica della cura", la quale, come ha dimostrato Martin Heidegger, è l'essenza dell'essere umano, senza la quale la stessa esistenza sarebbe impossibile. Ora è arrivato il momento di prendersi cura delle cose e della Terra. L'espressione orientale della cura è la "compassione", forse il maggior contributo che il buddismo ha offerto all'umanità. E questo è il secondo punto di una nuova etica planetaria. La compassione non è un sentimento minore di "pietà". La compassione, come la intende il buddismo, comporta due dimensioni: la prima riguarda il rispetto per l'altro, l'obbligo di non invadere il suo spazio e di non dominarlo. La seconda significa condividere la passione dell'altro, soffrire insieme a lui, rallegrarsi con lui, camminare insieme e costruire la vita in sinergia con lui. Questo atteggiamento deve essere vissuto nei confronti della natura, della Terra e di quei milioni di affamati che soffrono nel mondo della globalizzazione. Il terzo punto riguarda l'etica del rispetto e della venerazione nei confronti di ogni essere della natura e il quarto l'etica della responsabilità universale. Tutti dobbiamo assumere la responsabilità del sistema-vita. Il filosofo tedesco Hans Jonas, nel suo libro Principio Responsabilità ha così definito l'intenzione di questa etica: «Agisci con tanta responsabilità che le tue azioni siano buone per tutte le forme di vita».

Professor Boff, siamo a Torino in un'iniziativa dedicata appunto alla Spiritualità. Come si può legare questa dimensione ai temi che abbiamo finora affrontato?
Bisogna innanzitutto sottolineare che la spiritualità non è monopolio delle religioni. E' la dimensione del profondo umano, con lo stesso spirito di cittadinanza dell'amore, del sesso, del potere e dell'intelligenza. Lo spirito è quel momento della coscienza in cui l'essere umano si sente parte e particella del tutto. Che appare quando ci domandiamo: da dove vengo? Verso dove vado? Quale è il senso della mia vita? Che posso sperare oltre la morte? Queste domande che stanno sempre nell'agenda di ognuno di noi, rivelano la dimensione spirituale dell'essere umano che ci consente di percepire i messaggi che vengono dall'universo e dalle cose e di capire che un cordone ombelicale ci unisce alla Terra.


da Liberazione del 27/09/2008


QUI la sintesi dell'intervento di Leonardo Boff a Torino, giovedì 25 settembre 2008.

mercoledì 10 settembre 2008

Il nuovo libro di don Franco Barbero

«Omosessualità e Vangelo, Franco Barbero risponde»


Nelle chiese cristiane gay e lesbiche credenti sono protagonisti di una grande novità. Dicono apertamente con le parole e con i fatti che tra esperienza omosessuale e vita cristiana non esiste alcuna inconciliabilità. La loro è una rivoluzione d’amore e in quanto tale non violenta. Le persone omosessuali vivono le loro relazioni e partecipano a pieno titolo alla vita della comunità cristiana. Lo fanno da cristiani e da cattolici, come i loro fratelli e le loro sorelle eterosessuali. Perché la comunità non può accogliere con gioia la testimonianza del loro amore? Perché la celebrazione di questo amore non può avere la dignità di matrimonio? Gli interrogativi sono tanti e sono tutti sentiti, vivi, autentici. Franco Barbero risponde. «Queste lettere, un assaggio tra migliaia e migliaia che ho ricevuto e ricevo, sono per me uno dei “luoghi del dialogo”. Su di esse ho versato tante lacrime, ho pregato, riflettuto, studiato. Soprattutto ho cercato di ascoltare e di imparare».

. Pasquale Quaranta (a cura di), Omosessualità e Vangelo. Franco Barbero risponde, Il Segno dei Gabrielli editori, Negarine di San Pietro in Cariano, 2008, p. 160, euro 14.

Per ricevere direttamente il libro: info@gabriellieditori.it


Leggi la RECENSIONE di Delia Vaccarello QUI.



giovedì 21 agosto 2008

Le memorie di Hans Kung

La mia battaglia per la libertà.
di Giovanni Franzoni


La mia battaglia per la libertà , primo volume delle memorie di Hans Küng, è a disposizione dei lettori italiani grazie alla casa editrice Diabasis (pp. 554, euro 28).
Per comprendere l'anima del discorso di Küng, attualmente solo al primo volume, è importante cogliere nel titolo due indicazioni fondamentali: il teologo non parla genericamente di un percorso personale di crescita ma parla di "battaglia" (nell'edizione originale si parla di Erkämpfte Freiheit , cioè di libertà "conquistata", espressione che non sarebbe stato male riportare anche nella traduzione italiana). Bisogna inoltre rilevare - e questa è la seconda indicazione - che la battaglia è indicata come "mia" (nel testo originale questo è affidato all'integrazione del titolo con Erinnerungen , cioè "ricordi", il che nella traduzione appare solo come un sottotitolo).
Senza insistere nel sottilizzare sulla traduzione si potrebbe concludere che quella di Hans Küng è stata una battaglia che lui ritiene di aver vinto, conquistando una libertà di pensiero e di costruzione teologica, contro alcuni o contro alcune forme istituzionali che ne hanno contrastato l'acquisizione. I ricordi, che spesso assumono la forma biografica e in questo modo potrebbero indurre su una strada sbagliata, in realtà si aggregano intorno alla libertà come scelta fondamentale di vita, per cui la libertà conquistata è la sua libertà.
Assunte queste due considerazioni si comprende l'ampiezza e insieme il limite delle memorie contenute nel primo volume. Se la libertà, nell'accostarsi al messaggio evangelico con rigore e con profondo rispetto è una ricchezza conquistata e saldamente tenuta, come spenderla perché diventi ricchezza di tutti e da libertà del teologo divenga liberazione di quei poveri cui si riferisce il vangelo delle beatitudini?
Il passaggio da libertà individuale a liberazione collettiva è quanto ci possiamo aspettare dal secondo o forse da un terzo volume.

Famiglia e ambiente
Riassumere il contenuto della ricca esposizione di ricordi - dall'infanzia alla maturità - sarebbe un invito alla pigrizia e un esonero alla lettura; una prima sottolineatura penso, peraltro, che sia utile. Uscendo da una serena rivisitazione del contesto sociale, politico e familiare della sua adolescenza, in cui tra i fumi di invasioni e di guerre suscitate dal nazismo, le figure eroiche , di difensori della libertà, che appaiono a un giovane svizzero, sono quelle di Churchill e De Gaulle.
Hans Küng affronta lo scenario medieval-barocco del cattolicesimo che gli viene proposto. Questo passaggio è importante perché è un momento di svolta nel suo orientamento fondamentale per il suo futuro di uomo e di credente. Da una parte una comunità parrocchiale tradizionalista e tutta gongolante nel godersi il parroco - protonotario apostolico - pomposamente addobbato con paramenti vescovili che incarna una forma di religione sociale senza le inquietudini di una ricerca di fede. Dall'altra parte un'altra figura di giovane sacerdote - Franz Xavier Kaufmann - che condivide la vita con i giovani, ha sempre la porta aperta per loro. «Un pastore dell'anima che in molte cose è anche un pastore del corpo». Il segreto di questa guida tra i giovani sta nel rappresentare ancora attuale la figura di Gesù. «In lui agisce lo stesso spirito di colui che già duemila anni fa non ha dato peso alla veste spirituale e all'affaccendarsi clericale… che non ha interrogato e valutato nessuno, in tono inquisitorio, sulla sua professione di fede, ma che ha la capacità di scrutare il cuore. Che, contrario a ogni devozionalismo esagerato, non ha costruito alcuna posizione di potere sacrale, ma si è posto al servizio degli uomini». Affascinato da questa figura di prete, Hans Küng imboccherà la via della vocazione sacerdotale e arriverà a Roma per studiare al famoso collegio Germanicum.

Curriculum ecclesiastico
Pontificio Collegio Germanico e Pontificia Università Gregoriana sono le inevitabili istituzioni per un giovane germanofono che vuole studiare a Roma. Non sembra peraltro che il nostro abbia subito come coazione questo bagno nella romanità in epoca pacelliana.
In pieno Concilio Vaticano II, il patriarca dei melchiti cattolici, Massimo IV Saigh, parlando in francese invece che in latino - unico fra tanti a ostentare disamore per Roma, fino a disprezzare la lingua latina - ebbe a dire: «Ho studiato teologia per quattro anni a Roma e ne ho dovuti spendere dieci per dimenticare quello che mi avevano insegnato». Paolo VI non se ne ebbe, e scelse lui, in una cerimonia in rito bizantino - presieduta dal patriarca che aveva fatto un secco intervento contro l'assistenzialismo ai poveri, che lascia la povertà a se stessa e altrettanto la lotta dei poveri per non essere più poveri - di deporre la tiara di platino, simbolo della cumulazione del potere temporale col potere spirituale del papa, proprio sulle sue ginocchia. Küng ha una diversa versione dell'evento probabilmente perché, non essendo i periti presenti in aula conciliare, l'ha conosciuto solo indirettamente da voci. In questa occasione Roma seppe fronteggiare Antiochia con dignità. Nessun papa, nonostante il riflusso postconciliare, ha mai più indossato la tiara.
I tedeschi, invece, spesso assai critici su alcuni aspetti del cattolicesimo romano, non hanno mai odiato la latinità e hanno accettato Roma, nella sua ricchezza e nella sua ambiguità. Paradigma di mondanità, di dotta ignoranza, di astuzia politica ma anche custode di memorie preziose.
Poiché sono anch'io del '28, abbiamo avuto per i tre anni di filosofia alla Gregoriana gli stessi professori, le stesse dormite alle lezioni di padre Dezza, che allora insegnava Metafisica, e gli stessi sussulti ai tentativi di padre Arnou, professore di Teodicea, che si permetteva di allargare l'attenzione dal rigido insegnamento di San Tommaso, all'esistenzialismo. Hans Küng, per la tesina di licenza in filosofia, scelse Sartre e lo studio dell'esistenzialismo umanista dell'autore di L'être et le néant . Le opere di Sartre, proprio nel 1948, sono state messe all'Indice dal Sant' Uffizio ma con una sottile distinzione il giovane Hans propone di mettere in scena, in Collegio, una pièce teatrale di Sartre: Les mouches . La rappresentazione non è proibita! L'idea non passa ma il giovane studente, pur essendo d'accordo nell'obbiettare a Sartre che l'uomo non è solo libertà, concorda col filosofo nell'affermare che la libertà definisce l'uomo. «Contro ogni falsa sicumera e sazietà borghese - asserisce Küng - mi sembra che Sartre abbia ragione nel dire che l'uomo che non è ciò che è, è perduto. Egli sarà tale e quale egli stesso si è progettato». La scelta del giovane studente avrà aspetti diversi da quella di Sartre ma concorda sul fatto che la scelta fondamentale, a monte di ogni altra scelta, è la scelta di essere se stessi nel mondo.
Dalla licenza in filosofia, nel curriculum degli studi ecclesiastici alla Gregoriana si passa alla teologia. Qui, per i primi anni, pur manifestando qualche insofferenza e un profondo tedio, il giovane Hans si allinea sull'insegnamento scolastico dei padri Tromp, Zapelena e Hürth finché, dopo aver affrontato il problema di coscienza col padre spirituale, non prende la decisione di seguire soltanto le lezioni utili.
Si apre così lo spazio per leggere Rahner e il grande teologo protestante Karl Barth. Su Barth farà la tesina di licenza e anche la tesi di laurea, benché padre Boyer - prefetto degli studi - lo avesse avvisato che un teologo protestante poteva essere letto ma non citato, e doveva cambiare strada se voleva avere la "lode". E lui disobbedì; cambiò strada , lasciando Roma e la Gregoriana e andando a Parigi.
La sua ammirazione per il pensiero teologico del teologo protestante è grande; dopo la lettura dell'undicesimo volume della Dogmatica ecclesiale di Barth, Küng annota sul suo diario «semplicemente grandioso!». E ancora oggi, dopo 53 anni, riassume il grande disegno barthiano; affermata «la divinità del Totalmente Altro, della Trascendenza, della infinita differenza qualitativa tra Dio e tutte le creature, è ormai diventata sempre più importante l'affermazione dell'umanità di Dio e dell'uomo alla luce del farsi uomo di Dio, in Cristo». Dio non può essere imprigionato in alcuna religione perché la religione è un affaccendarsi umano e clericale mentre la fede è risposta di abbandono. Ma il tema scottante che divide i cattolici dal luteranesimo è appunto quello della giustificazione. Per fede o per le opere?
A Parigi Hans Küng avrà la desiderata vittoria, ottenendo il dottorato - con lode - con una tesi sulla giustificazione (per fede e non per opere di religione ndr ) cui lo stesso Barth aveva consentito di aggiungere, come prefazione, una sua "lettera all'autore". La tesi fu pubblicata e recensita favorevolmente in Germania - anche dal dott. Joseph Ratzinger - ma il Sant'Uffizio aprì sul nome di Küng il fascicolo n. 399/57i, rimasto fino ad oggi aperto e il giovane teologo rimase col fiato sospeso nel timore che fosse messa all'Indice dei libri proibiti.

Il dottor Küng
Il giovane dottore riceve presto un incarico pastorale come vice-parroco a Lucerna ma le sue aspirazioni vanno assai oltre e precisamente nella direzione di una abilitazione per conseguire un incarico di insegnamento: dopo vari contatti e varie ipotesi una lettera del prof. Volk di Münster in Westfalia (Germania) gli apre la possibilità dell'abilitazione e lascia Lucerna per la nuova destinazione.
Ma un altro evento lo avvia verso un terreno di ricerca che si dimostrerà estremamente attuale e fecondo. Nell'autunno del 1958 con una telefonata, Karl Barth lo invita a Basilea a tenere una conferenza in quella Facoltà teologica protestante: tema proposto la Giustificazione. A Küng sembra strano tenere una conferenza sulla giustificazione proprio davanti a Barth e propone un altro tema. La chiesa protestante si ispira alla Riforma luterana ma la riforma della chiesa è un una tantum oppure la chiesa est sempre reformanda ? E se la chiesa è sempre da riformare per raggiungere l'ideale evangelico è pensabile che anche la chiesa cattolica sia riformabile e reformanda .
Barth accetta e la conferenza sulla chiesa, «sempre da riformare» (19 gennaio 1959), è un successo ma rimane un interrogativo angosciante: è disponibile la chiesa cattolica a riformarsi e a convergere verso l'evangelo e verso l'unità dei cristiani? Ed ecco il colpo di fulmine. Giunge per il mondo la notizia che papa Giovanni XXIII, il 25 gennaio ha annunciato un Concilio ecumenico. Tutti credevano, almeno nella Curia romana e dintorni, che dopo il Vaticano I, in cui si era proclamata l'infallibilità del papa, sarebbe stato inutile un Concilio, perché tutto si poteva risolvere a Roma. Qualsiasi dubbio o controversia applicativa, imposta dal mutare dei tempi, sarebbe stata portata a Roma. E: Roma locuta, causa finita . Ed ecco questo strano papa contadino, anche lui con un dossier giacente da anni presso il Sant' Uffizio, che ti convoca un Concilio.

Il professor Küng e la preparazione del Concilio
Il 1960 diventa per il trentaduenne teologo un anno pieno. Da un lato, essendo stato invitato a concorrere per la cattedra di Teologia fondamentale alla prestigiosa Università di Tubinga, deve mettere a punto i suoi scritti; d'altra parte partecipa, con altri teologi e sollecitato dai vescovi tedeschi, alla elaborazione di idee e proposte per il Concilio. Comincia così a scrivere un libro su Concilio e ritorno all'unità di cui presenta il manoscritto al cardinal Döpfner - che sarà uno dei quattro moderatori del Concilio - che ne è soddisfatto. Fra le proposte l'introduzione della lingua corrente nella liturgia latina, la necessità del trasferimento di competenze dalla curia romana ai vescovi locali, la revisione della figura dei laici nella Chiesa che non appartengono alla chiesa ma sono la Chiesa, la revisione della disciplina sul celibato ecclesiastico obbligatorio nella Chiesa latina. L'abolizione dell'Indice dei libri proibiti. Presenta le sue idee anche al cardinal Montini che obbietta e distingue ma non si adira. Sarà un vero riformatore se sarà papa?
Queste proposte, in fondo abbastanza moderate, Hans Küng le affida ad un altro libro Strutture della Chiesa , in cui si comincia a impostare il problema dell'infallibilità del papa e dei Concili, libro che andrà ad appesantire il dossier 399/57i del Sant'Uffizio ma che non gli impedisce di essere scelto come perito per seguire a Roma il vescovo Carl J. Leiprecht di Rottenburg.

Seguendo il Concilio
I periti seguirono il Concilio con un animo di speranza e di fiducia per il futuro della Chiesa e delle Chiese nel mondo. Certo è presente un fronte estremamente ostile a qualsiasi cambiamento reale - i cardinali Ottaviani, Ruffini, Siri, Browne, Spellman e non pochi altri - che peraltro è messo in minoranza dagli episcopati di chiese diffuse per tutto il mondo e rappresentanti una vera cattolicità finora considerata come marginale e colonizzata. «Nonostante il partito romano, la libertà del Concilio - afferma Küng - è un'esperienza irrepetibile per tutti i partecipanti. Quanti sono coloro che nella loro vita, la sperimentano qui per la prima volta nella libera comunione dei vescovi!…ora questa libertà audacemente percepita nel Concilio diventa il presupposto sia per un rinnovamento della chiesa, sia per una riunificazione dei cristiani separati».
La prima votazione, sullo schema di riforma liturgica, passa con 2162 voti favorevoli e 46 contrari. Così si scopre che la dura e rumorosa opposizione raccoglieva solo il 3% scarso dei consensi.
Il lavoro del Concilio va avanti favorevolmente ma, dopo la morte di papa Giovanni, l'opposizione cerca di guadagnare spazio, utilizzando delle forzature di Paolo VI sulla libertà del Concilio. Il papa sottrae alla materia del dibattito due argomenti fondamentali: la disciplina del celibato ecclesiastico e la contraccezione.
Nella terza sessione si registra una settimana nera (14 - 19 novembre 1964) in cui il decreto sulla libertà religiosa viene bloccato e rinviato in commissione con stupore di tutti e indignazione degli americani, alla Costituzione Lumen Gentium sulla Chiesa vengono imposte, per autorità del papa, alcune note previe, che salvaguardano, rispetto al principio di collegialità, il potere sovrano e assoluto del papa: contro la volontà del Concilio, che considera Maria nella Chiesa e non sopra la Chiesa, Paolo VI proclama Maria Mater Ecclesiae , per le pressioni dei polacchi.
Comunque, nella quarta sessione, passa il decreto per la libertà religiosa che farà impazzire l'estrema destra di Lefevre e quello sugli ebrei, riscattati ormai definitivamente dall'infame accusa di "popolo deicida". Nella Gaudium et spes la modernità non è più vista come diabolica invasione ma come sfida alla chiesa per aggiornare il suo messaggio al mondo.
Chiuso il Concilio, l'8 dicembre del 1965, Hans Küng conclude che nonostante i compromessi e le omissioni si è aperta per la chiesa una nuova epoca piena di speranza «un'età del rinnovamento costruttivo in tutti gli ambiti della vita ecclesiale, dell'incontro comprensivo e della collaborazione con la restante cristianità, con gli ebrei, le altre religioni e con il mondo moderno in genere»…e poi annuncia: «di tutto ciò parlerò nel secondo volume che, se Dio vuole, racconterà i decenni in cui l'accento principale si è sempre più spostato dalla libertà alla verità. La verità che può essere annunciata, difesa e vissuta solo nella veracità».
Non resta che attendere.

da Liberazione del 20/08/08

lunedì 28 luglio 2008

Dibattito sul Manifesto della sinistra cristiana sul sito degli atei - uaar

Torna a farsi sentire la sinistra cristiana.
Cosa pensa chi cristiano non è.

Nei giorni scorsi il sito dell'Unione degli atei, agnostici, razionalisti ha riportato la notizia dell'estensione del "Manifesto della sinistra cristiana" (vedi notizia). Il sito ha riportato il testo linkando il nostro blog. Ci teniamo pertanto a fare alcune precisazioni e a portare il nostro contributo al vivo dibattito che si è generato.


Precisazione. Prima di tutto occorre fare una precisazione in merito all'estensione del «Manifesto della sinistra cristiana». Il sito dell'Uaar ha linkato il testo del «manifesto» dal nostro blog. Il nostro blog aderisce e appoggia il manifesto - non per niente lo ha rilanciato - ma non è un estensore «ufficiale» e diretto del testo. Pertanto ogni altro contenuto presente sul blog (il «Credo» di Frei Betto, per esempio) non è necessariamente da imputare in alcun modo ai firmatari del «manifesto», così come gli altri interventi presenti su Teologia&Liberazione.

Ci sembrava doverosa questa precisazione in quanto alcuni commentatori hanno collegato altri contenuti presenti nel nostro blog direttamente al «Manifesto della sinistra cristiana». Non vorremmo mai mettere in bocca ad altri parole da loro mai pronunciate. Il testo del «manifesto» si può trovare, ed è stato pubblicato, anche su altri siti e/o altre testate (Adista - www.adistaonline.it; Liberazione – www.liberazione.it, ecc).

Nel merito della questione. Per quanto riguarda la discussione, entrando nel merito della questione, ci preme sottolineare alcune cose. Una volta precisata l’estraneità delle parole di Frei Betto rispetto al «manifesto» (la posizione a margine del post sul «manifesto» non indica nessun apparentamento tra i due testi) si può procedere esprimendo alcune considerazioni:

1. È giusto e legittimo domandarsi se i cristiani (così come gli atei, i buddisti, o altri) abbiano o meno il bisogno di costituire un gruppo di lavoro politico, una rete o un cartello di associazioni o persone che possano intervenire a livello politico. Questa è una questione irrisolta nella storia della politica del nostro Paese, e anche nella storia del Cristianesimo. Un problema che ha sempre accompagnato la storia di questa religione e i suoi rapporti con il potere (monarchico o democratico che sia), si pensi per esempio alla lettera A Diogneto (II sec. E.V.).

2. È vero che esiste un problema, in seno alla chiesa di base, riguardo il posizionamento di alcuni esponenti del clero (don Ciotti, don Gallo...) rispetto alle gerarchie – non è l’esempio di Enzo Mazzi o di Giovanni Franzoni, persone che hanno pagato di persona il loro dissenso nei confronti della gerarchia cattolica. Molti preti preferiscono «buttarsi nel sociale» per evitare di dover prendere pubblicamente delle posizioni contrarie alle gerarchie. Ciò non toglie la preziosità del loro lavoro sociale e politico. Chi, invece, prende posizione pubblica contro le logiche di potere imperanti in Vaticano viene emarginato, scomunicato, sospeso, dimesso... (È l’esempio di don Enzo Mazzi, don Franco Barbero, dell’abate benedettino Giovanni Franzoni... e di tanti altri). Proprio quest’ultimi sono messi a tacere ed emarginati dalle gerarchie perché si sono posti ai margini della chiesa aperti al dialogo e all’accoglienza del diverso, dell’altro. Basti vedere la scarsissima risonanza che hanno le Comunità di base o il movimento «Noi Siamo Chiesa» sui media, critici direttamente verso le posizioni delle gerarchie ecclesiastiche; gruppi che hanno sempre combattuto per un rinnovamento della teologia, per la laicità dello Stato e l’abrogazione del Concordato fascista, ecc – unendo questi impegni di natura ecclesiale ad una forte presenza nel sociale e nel politico.

3. Le gerarchie non interverranno su questo progetto della Sinistra cristiana (cristiana e non cattolica – si badi bene a non confondere le due cose!); semplicemente verrà messo a tacere e si cercherà di far calare un velo di indifferenza e di silenzio sui possibili esiti di questa iniziativa. Questa, forse, è una delle motivazioni che hanno spinto gli estensori e i firmatari del «manifesto». Infatti, il vero problema – pragmatico – è che i cristiani a sinistra passano sempre inosservati e si è portati a pensare che non c’è ne siano, che siano tutti concentrati al centro o a destra. Questa è l’immagine «unanimista» che le gerarchie vogliono far passare (Ruini primo fra tutti). Il compito dei cristiani di base è proprio quello di testimoniare la molteplicità dei punti di vista, la diversità, la «convivialità delle differenze». Bisogna mostrare la realtà nella sua relatività, nella sua complessità, scardinando le logiche di potere che vorrebbero ridurre tutto «ad unum». In questo senso il «manifesto» è da considerarsi positivo e politico nel vero senso della parola – nessuno ha intenzione di formare un nuovo partito.

4. Purtroppo, spesso, questi tentativi di «conversazione» (come direbbe Rorty) sono visti anche dagli atei come tentativi di intromissione da parte di frange progressiste (avanguardie della gerarchia?) con il compito di aprire degli spazi, delle brecce, in tutti i campi della società. Non è il caso dei movimenti di base, portatori di istanze e critiche radicali. Marcello Vigli, per esempio, ricorda spesso questo aspetto. Da anni impegnato per la laicità dello Stato, della scuola, contro il Concordato, Vigli ha sempre avvertito un certo sospetto nei suoi confronti all’interno degli ambienti laici dove si è impegnato per portare avanti queste lotte. Un «sospetto» dovuto alla sua fede - non religione - alla sua appartenenza alle Comunità di base.

Il progetto del «manifesto» è importante perché vuole scardinare questa concezione della spartizione netta, di conformismo categorico – almeno così lo leggiamo noi. In questo senso è molto più utile alla «politica» ecclesiale che a quella dello Stato. È molto più utile perché vuole sradicare la percezione che si ha comunemente del mondo cristiano, del suo «assolutismo», del suo dogmatismo, della sua unanimità a tutti i costi - soprattutto in Italia per via della Chiesa cattolica romana.
In questo senso la lotta dei cristiani di base ha bisogno anche della riflessione del mondo ateo, agnostico, razionalista. Grazie al dialogo, infatti, è possibile far vedere a chi ha gli occhi puntati con un cannocchiale su un unico punto di vista che, non solo i cannocchiali sono tanti, ma anche i punti di vista sono molteplici, differenti. Credere non significa avvallare una forma politica, un potere specifico - vaticano o no - ma camminare insieme scoprendo, giorno per giorno, l’insegnamento di Gesù, un uomo, ebreo, di Nazaret vissuto nella Palestina di 2000 anni fa.

Grazie per l’attenzione e per i contributi, sempre preziosi.
Un saluto cordiale.

g.g.
Teologia&Liberazione (teologiaeliberazione.blogspot.com)

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