venerdì 27 febbraio 2009

Commento al vangelo di domenica 1 marzo

Cambiare mente

Subito dopo lo Spirito lo sospinse nel deserto e vi rimase quaranta giorni, tentato da satana; stava con le fiere e gli angeli lo servivano. Dopo che Giovanni fu arrestato, Gesù si recò nella Galilea predicando il vangelo di Dio e diceva: «Il tempo è compiuto e il regno di Dio è vicino; convertitevi e credete nel vangelo».
(Marco 1,12-15)

Banksy, murale realizzato sul Muro tra Israele e Palestina, 2005


Nel deserto

Il primo capitolo del Vangelo di Marco comincia con la preparazione della missione pubblica di Gesù. Dopo il battesimo, che rappresenta l’abilitazione carismatica alla sua missione (e probabilmente quello che storicamente fu l’ingresso nella comunità dei discepoli di Giovanni il Battista), Gesù viene «spinto nel deserto dallo Spirito».
Il periodo trascorso nel deserto, dove il Nazareno «rimase quaranta giorni, tentato da satana», indica un momento nel quale Gesù maturò la convinzione e la necessità di un nuovo annuncio. Una maturazione che lo portò a staccarsi dal gruppo dei discepoli di Giovanni. «L’esperienza del deserto, i contatti con Giovanni [...] possono ritenersi determinanti per la decisione che Gesù doveva prendere. Innanzitutto anch’egli [come Giovanni] si rendeva maggiormente persuaso che la storia della salvezza era a una svolta; il ‘giudizio’ di cui parlava Giovanni e la ‘nuova alleanza’ prevista dai monaci esseni non faceva che confermarlo. Il rinnovamento radicale [...] atteso dai profeti si poteva ritenere davvero imminente» (O. da Spinetoli, Gesù di Nazaret, Molfetta 2005, pag. 45).
Quello passato nel deserto, dunque, non è un tempo (kronos) trascorso realmente, ma uno stato esistenziale, un tempo di ricerca, di prova e di verifica. Un «luogo» dove Gesù matura una scelta, una convinzione nuova, che lo porterà alla missione pubblica. Così l’evangelista del Vangelo di Marco utilizza una tipologia narrativa che si ritrova molte volte nelle Scritture ebraiche e che ha un significato di facile identificazione all’interno della tradizione ebraica: ritirarsi nel deserto, in un luogo appartato, per maturare una decisione importante, per prepararsi ad una missione per conto di Dio. Marco intende comunicare questo tempo di prova, descrivendo ai suoi interlocutori la permanenza di Gesù in un «luogo», il deserto, in cui avviene la maturazione umana e spirituale che ha portato Gesù ad iniziare la sua missione nei villaggi della Galilea.
«Il ‘tempo’, a detta di Marco, era ‘compiuto’ (1,15). L’espressione che l’evangelista pone in bocca a Gesù, quale tema della sua prima predicazione, riassume questa sua profonda convinzione che coincide con quella dei vicini interlocutori. Tutti erano proiettati verso la grande speranza a cui Israele aveva sempre guardato e che si affacciava agli uomini della presente generazione» (Ibidem).


Il tempo è compiuto

Dopo l’arresto di Giovanni, Gesù inizia la sua predicazione. L’arresto di Giovanni è un fatto sconvolgente per Gesù. La sorte del Battista – e Marco vuole indicarlo ai suoi lettori – presagisce la stessa sorte che toccherà al profeta di Nazaret, anch’egli infatti sarà «consegnato».
Non sappiamo se fu davvero l’arresto di Giovanni a spingere Gesù ad uscire allo scoperto, e a raccogliere personalmente il messaggio di conversione predicato da Giovanni. Senz’altro Gesù fu spinto da questo messaggio di cambiamento, lo fece suo e gli diede un carattere di radicalità particolare, sentendo il bisogno di annunciarlo a tutti.
Gesù sceglie la Galilea come luogo del suo annuncio: non la Giudea di chi andava devotamente a farsi battezzare da Giovanni, ma la «Galilea delle genti», la terra dei pagani e di coloro che avevano una fede dubbia, in fondo la sua terra. Il Galileo sente il bisogno di andare dalla parte dei peccatori.
E Gesù comincia a predicare la buona novella di Dio, l’evangelo: «Il tempo è compiuto e il regno di Dio è vicino; convertitevi e credete nel vangelo». Il tempo è compiuto: si aspetta un evento risolutivo dell’ordine esistente, una nuova creazione (una palingenesi), in cui Dio avrebbe instaurato il suo regno, la sua signoria sul mondo. Questo necessita di una conversione (un metànoia), un cambiamento della mente e della vita. Per Gesù, questa convinzione diventa lo scopo primario della sua missione. Non è più necessario purificarsi dai propri peccati attraverso un battesimo nel fiume Giordano, come proponeva Giovanni, ora occorre rendersi conto che «il tempo è compiuto» e che bisogna «cambiare mente». Occorre entrare in una nuova dimensione, una dimensione radicale che investe tutta la vita.
Per questa missione Gesù si adopera e viaggia per le strade della Palestina, passa nei villaggi, incontra la gente. Gesù non passa per le grandi città del tempo, non tocca i grandi centri ma si concentra sui piccoli villaggi di pescatori e di gente semplice.
Gesù e i suoi discepoli sono sempre in cammino, sulla strada, per incontrare le persone e per muoversi nel loro ambiente di vita. Il Nazareno, dunque, non è all’interno di una istituzione, e questo non gli fornisce nessuna garanzia, nessuna credenziale particolare nei confronti della gente che lo ascolta. «Egli va considerato come un predicatore marginale, cioè privo di autorità riconosciuta, non legittimato dai poteri istituzionali, senza credenziali. Poteva trovare un riconoscimento solo attraverso la reazione diretta della gente. In alcuni suscitava attrazione, speranza di poter raggiungere, mediante lui, le proprie aspirazioni. In altri provocava, come abbiamo visto, interesse, dubbio o sospetto. In altri, infine, opposizione anche mortale». Un predicatore marginale che si faceva portatore di un grande sogno: «Gesù non promette solo emancipazione dal bisogno o egalitarismo. Promette una nuova era» (A. Destro, M. Pesce, L’uomo Gesù. Giorni, luoghi, incontri di una vita, Milano, 2008, p. 98-99).


Un sogno

Per Gesù il sogno era rappresentato dal regno di Dio, un regno di giustizia, pace, amore. Per realizzare e per accogliere questo sogno occorreva «cambiare mente», mutare profondamente la propria vita accogliendola nella sua umanità, nella sua vitalità.
Il sogno di Gesù è stato il sogno di tanti uomini e di tante donne che hanno lottato nel corso della storia per la liberazione. Ed è il sogno che ancora oggi, uomini e donne, nonostante lo scoraggiamento e le difficoltà di una situazione globale iniqua, che sempre più sembra precipitare, continuano a sognare durante le loro veglie notturne. Continuiamo ad alimentare questo sogno, per unirci a coloro che lo hanno fatto proprio nella storia, nella loro vita.

«Oggi vi dico, amici, non indugiamo nella valle della disperazione, anche di fronte alle difficoltà dell'oggi e di domani, ho ancora un sogno [...]. Sogno che un giorno ogni valle sarà ricolmata, ogni collina e ogni montagna si abbasserà, i luoghi impervi diverranno piani e quelli tortuosi si raddrizzeranno e la gloria del Signore verrà rivelata, e tutti gli uomini la vedranno insieme. Io sogno che un giorno la nazione sorgerà a vivere il vero significato del suo credo, che tutti sono creati uguali. Sogno che un giorno sulle rosse colline della Georgia figli di antichi schiavi e figli di antichi schiavisti potranno sedere insieme alla tavola della fratellanza. Sogno che un giorno l’Alabama sia trasformato in uno stato dove bambine e bambini negri potranno dare la mano a bambini e bambine bianche, e camminare insieme come fratelli e sorelle. Sogno che i miei quattro figli vivranno un giorno in una nazione in cui non saranno giudicati dal colore della pelle ma dal contenuto del loro carattere. Con questa fede staccheremo dalla montagna dell’angoscia una scaglia di speranza, con questa fede potremo lavorare insieme, cercare insieme la libertà, andare in prigione insieme, sapendo che un giorno saremo liberi. Questo avverrà il giorno in cui tutti i figli di Dio saranno capaci di cantare con un nuovo significato ‘possa risuonare la libertà’.[…] Questo avverrà quando tutti i figli di Dio, neri e bianchi, ebrei e gentili, protestanti e cattolici, saranno capaci di prendersi per mano e cantare quell’antico spiritual degli schiavi negri: ‘Finalmente liberi! Finalmente liberi! Grazie a Dio onnipotente, siamo finalmente liberi!’»

(Martin Luther King, dal discorso della marcia su Washington, 28 agosto 1963)

giovedì 26 febbraio 2009

Intervista a Hans Kung

Questa Chiesa diventerà una setta

(da La Stampa del 25 febbraio 2009)


Alto e magro, con il volto glabro e il ciuffo ribelle, Hans Küng, considerato il massimo teologo cattolico dissidente vivente, riceve nel suo studio di Tubinga dai muri tappezzati di libri, dove i suoi - tradotti in tutte le lingue - occupano il posto d’onore.

Professore, come giudica la decisione del Papa di togliere la scomunica ai quattro vescovi integralisti di monsignor Lefebvre, uno dei quali, Richard Williamson, è un negazionista?

«Non ne sono rimasto sorpreso. Già nel 1977, in una intervista a un giornale italiano, Monsignor Lefebvre diceva che “alcuni cardinali sostengono il mio corso” e che “il nuovo cardinal Ratzinger ha promesso si intervenire presso il Papa per trovare una soluzione”. Questo dimostra che la questione non è né un problema nuovo né una sorpresa. Benedetto XVI ha sempre parlato molto con queste persone. Oggi toglie loro la scomunica, perché ritiene che sia il momento giusto per farlo. Ha pensato di poter trovare una formula per reintegrare gli scismatici i quali, pur conservando le loro convinzioni personali, avrebbero potuto dare l’impressione di essere d’accordo con il concilio Vaticano II. Si è proprio sbagliato».

Come spiega il fatto che il Papa non abbia misurato la dimensione della protesta che la sua decisione avrebbe suscitato, anche al di là dei discorsi negazionisti di Richard Williamson?

«La revoca delle scomuniche non è stato un errore di comunicazione o di tattica, ma un errore del governo del Vaticano. Anche se il Papa non era a conoscenza dei discorsi negazionisti di monsignor Williamson e lui personalmente non è antisemita, tutti sanno che quei quattro vescovi lo sono. In questa faccenda il problema fondamentale è l’opposizione al Vaticano II, in particolare il rifiuto di un rapporto nuovo con l’ebraismo. Un Papa tedesco avrebbe dovuto considerare centrale questo punto e mostrarsi senza ambiguità nei confronti dell’Olocausto. Invece non ha valutato bene il pericolo. Contrariamente alla cancelliera Merkel, che ha prontamente reagito.Benedetto XVI è sempre vissuto in un ambiente ecclesiastico. Ha viaggiato molto poco. E’ sempre rimasto chiuso in Vaticano - che è assai simile al Cremlino d’un tempo -, dove è al riparo dalle critiche. All’improvviso, non è stato capace di capire l’impatto nel mondo di una decisione del genere. Il segretario di Stato, Tarcisio Bertone, che potrebbe essere un contropotere, era un suo subordinato alla Congregazione per la dottrina della fede; è un uomo di dottrina, completamente sottomesso a Benedetto XVI. Ci troviamo di fronte a un problema di struttura. Non c’è nessun elemento democratico in questo sistema, nessuna correzione. Il Papa è stato eletto dai conservatori e oggi è lui che nomina i conservatori».

In che misura si può dire che il Papa è ancora fedele agli insegnamenti del Vaticano II?

«A modo suo è fedele al Concilio. Insiste sempre, come Giovanni Paolo II, sulla continuità con la “tradizione”. Per lui questa tradizione risale al periodo medioevale ed ellenistico. Soprattutto non vuole ammettere che il Vaticano II ha provocato una rottura, ad esempio sul riconoscimento della libertà religiosa, combattuta da tutti i papi vissuti prima del Concilio». L’idea di fondo di Benedetto XVI è che il Concilio vada accolto, ma anche interpretato: forse non al modo dei lefebvriani, ma in ogni caso nel rispetto della tradizione e in modo restrittivo. Per esempio è sempre stato critico sulla liturgia. E ha una posizione ambigua sui testi del Concilio, perché non si trova a suo agio con la modernità e la riforma, mentre il Vaticano II ha rappresentato l’integrazione nella Chiesa cattolica del paradigma della riforma e della modernità. Monsignor Lefebvre non l’ha mai accettato, e nemmeno i suoi amici in Curia. Sotto questo aspetto Benedetto XVI ha una certa simpatia per monsignor Lefebvre. D’altra parte trovo scandaloso che, per i 50 anni dal lancio del Concilio da parte di Giovanni XXIV, nel gennaio 1959, il Papa non abbia fatto l’elogio del suo predecessore, ma abbia scelto di togliere la scomunica a persone che si erano opposte a questo concilio».

Che Chiesa lascerà questo Papa ai suoi successori?

«Penso che difenda l’idea del “piccolo gregge”. È un po’ la linea degli integralisti: pochi fedeli e una Chiesa elitaria, formata da “veri” cattolici. È un’illusione pensare che si possa continuare così, senza preti né vocazioni. Questa evoluzione è chiaramente una restaurazione, che si manifesta nella liturgia, ma anche in atti e gesti, come dire ai protestanti che la Chiesa cattolica è l’unica vera Chiesa».

La Chiesa cattolica è in pericolo?

«La Chiesa rischia di diventare una setta. Molti cattolici non si aspettano più niente da questo Papa. È molto doloroso».

Lei ha scritto: «Com’è possibile che un teorico dotato, amabile e aperto come Joseph Ratzinger abbia potuto cambiare fino a questo punto e diventare il Grande Inquisitore romano?». Allora, com’è possibile?

«Penso che lo choc dei movimenti di protesta del 1968 abbia resuscitato il suo passato. Ratzinger era un conservatore. Durante il Concilio si è aperto, anche se era già scettico. Con il ‘68, è tornato a posizioni molto conservatrici, che ha mantenuto fino a oggi».

Lei pensa che possa ancora correggere questa evoluzione?

«Quando mi ha ricevuto, nel 2005, ha fatto un atto coraggioso e io ho veramente creduto che avrebbe trovato la via per le riforme, anche se lente. In quattro anni, invece, ha dimostrato il contrario. Oggi mi chiedo se sia capace di fare qualcosa di coraggioso. Tanto per cominciare, dovrebbe riconoscere che la Chiesa cattolica attraversa una crisi profonda. Poi potrebbe fare un gesto verso i divorziati e dire che, a certe condizioni, possono essere ammessi alla comunione. Potrebbe correggere l’enciclica Humanae vitae, che nel 1968 ha condannato tutte le forme di contraccezione, dicendo che in certi casi l’uso della pillola è possibile. Potrebbe correggere la sua teologia, che data dal Concilio di Nizza (325). Potrebbe dire: “Abolisco la legge del celibato”. È molto più potente del Presidente degli Stati Uniti! Non deve rendere conto a una Corte Suprema! Potrebbe anche convocare un nuovo Concilio».

Un Vaticano III?

«Permetterebbe di regolare alcune questioni rimaste in sospeso, come il celibato dei preti e la limitazione delle nascite. Si dovrebbe prevedere un modo nuovo per eleggere i vescovi, che contempli il coinvolgimento anche del popolo. L’attuale crisi ha suscitato un movimento di resistenza. Molti fedeli si rifiutano di tornare al vecchio sistema. Anche alcuni vescovi sono stati costretti a criticare la politica del Vaticano. La gerarchia non può ignorarlo».La sua riabilitazione potrebbe far parte di questi gesti forti?«In ogni caso sarebbe un gesto ben più facile del reintegro degli scismatici! Ma non credo che lo farà, perché Benedetto XVI si sente più vicino agli integralisti che alle persone come me, che hanno lavorato al Concilio e l’hanno accettato».


(Copyright Le Monde - a cura di N. Bourcier e S. Le Bars)



sabato 24 gennaio 2009

Il ritiro della scomunica contro i lefebvriani

La comunione secondo Ratzinger

Ciò che fu iniziato con il Motu proprio Summorum Pontificum del 7 luglio 2007 è stato portato a compimento. Il 21 gennaio è stata revocata la scomunica contro i vescovi ultra-tradizionalisti ordinati da mons. Marcel Lefebvre il 30 giugno 1988.

Con questo atto, a cui si è giunti grazie al lavoro della Commissione Ecclesia Dei, la Chiesa di Roma ricompone lo scisma con i lefebvriani, rappresentati da mons. Bernard Fellay, superiore generale della Fraternità Sacerdotale di San Pio X.

C’era da aspettarselo. Il cammino iniziato con il Motu Proprio di Benedetto XVI, che ha consentito la liberalizzazione della messa secondo il rito preconciliare di Pio V, non poteva che portare a questo provvedimento.

Nel decreto di ritiro della scomunica si sottollinea come il papa si è dimostrato «paternamente sensibile al disagio spirituale manifestato dagli interessati … e fiducioso nell'impegno da loro espresso nella citata lettera (inviata da Fellay il 15 dicembre 2008 al card. Dario Castrillón Hoyos, presidente della Pontificia Commissione Ecclesia Dei, ndr) di non risparmiare alcuno sforzo per approfondire nei necessari colloqui con le autorità della Santa Sede le questioni ancora aperte». Insomma, il papa, in cambio dell’obbedienza, ha concesso il rientro dei vescovi scismatici sulla base di una dichiarazione di intenti in cui si dicono obbedienti all’autorità del papa.

Obbedienti su tutto, tranne sul Concilio Vaticano II. In una lettera indirizzata alla sua comunità, mons. Fellay ribadisce ciò che da sempre si sapeva: «accettiamo e facciamo nostri tutti i concili fino al Concilio Vaticano II, sul quale esprimiamo delle riserve» (in particolare sulla libertà religiosa, la liturgia, i rapporti con i mondo ebraico, ecc) e aggiunge che la Fraternità è «convinta di rimanere fedele alla linea di condotta indicata dal nostro fondatore, mons. Marcel Lefebvre, la cui reputazione speriamo di vedere presto riabilitata».

Al di là delle polemiche di questi giorni sulle posizioni antisemite di uno di questi vescovi rientrati grazie a Ratzinger (Richard Williamson) che lasciano il tempo che trovano – ma che nello stesso tempo dimostrano le idee ultra-tradizionaliste dei lefebvriani, molto vicine all'estrema destra – questo provvedimento dimostra la deriva integralista del pontificato di Ratzinger, evidentissima anche agli occhi dei più moderati.

È un fatto che la «paterna sensibilità» del romano pontefice si dimostri, ormai, soltanto nei confronti di alcuni e non nei confronti dei numerosi teologi inquisiti, scomunicati e sospesi che, negli anni in cui Ratzinger era a capo del Sant’Uffizio - ma anche ora da papa, - non ha esitato a condannare e a perseguitare, ultimo esempio è stato il teologo gesuita Roger Haight. È dunque ormai chiaro che, mentre alcuni «scismatici ed eretici» possono essere tranquillamente (e opportunamente) riaccolti, altri vanno perseguitati e allontanati al più presto.



Vincono i reazionari,
progressisti schiacciati


di don Vitaliano della Sala (da il manifesto, 25 gennaio 2009)

Che il Papa abbia accolto la richiesta formulata da mons. Bernard Fellay, Superiore della Fraternità Sacerdotale San Pio X, di rimettere la scomunica in cui erano incorsi i 4 vescovi lefebvriani ordinati illecitamente nel 1988 è, di per sé, una bella notizia, a prescindere dall'essere d'accordo o meno con i seguaci di mons. Marcel Lefebvre. Inutile dire che il sottoscritto non condivide molto con questo gruppo tradizionalista.

L'esclusione ha tracciato lungo la storia della Chiesa una scia rossa di sangue e di dolore, mentre si sente sempre più il bisogno di una Chiesa che, come diceva don Tonino Bello, il compianto vescovo di Pax Christi, deve essere capace di realizzare anche al suo interno una «convivialità delle differenze» tra chi la pensa in modo diverso, fatte salve le Verità di fede: solo in una logica dell'inclusività è l'avvenire anche della Chiesa.

Riflettere sul tema dell'esclusione nella Chiesa, mi ha fatto ricordare la parabola evangelica del piccolo granello di senape che diventa un albero frondoso, «e fa rami tanto grandi che gli uccelli del cielo possono ripararsi alla sua ombra» (Luca 1, 51-53): paradigma della Chiesa-altra che sempre più cattolici sognano e si impegnano a costruire. Una Chiesa inclusiva, che non emargina, non usa la pesante scure del giudizio su nessuno; una Chiesa degli esclusi e non dell'esclusione, capace di accogliere, di portare tutti nel suo seno.

Si sa molto dell'Inquisizione nel medioevo; poco si sa e meno si parla dell'Inquisizione moderna, probabilmente perché solo pochi sono a conoscenza dell'impressionante tuffo nel passato che sono i processi "interni" che le varie Congregazioni vaticane intentano ogni anno contro preti, religiosi e teologi cattolici, in maggioranza progressisti, rei di non aderire, non tanto alle verità di fede e ai dogmi, quanto piuttosto alle mille pieghe delle elaborazioni del magistero pontificio, di cui si vuole ostinatamente ribadire, contro la centralità del Vangelo, la fondamentale importanza.

Qualcuno dovrebbe raccogliere i frammenti di storia di tutti i provvedimenti disciplinari, o delle precisazioni dottrinali, emanati dal Vaticano negli ultimi 25 anni contro quei sacerdoti, teologi e religiosi che hanno adottato un approccio molto più ampio e flessibile nel trattare la delicata questione dei rapporti tra annuncio evangelico, strutture religiose, contesti storico-sociali e norme morali. Ne emergerebbe, tra l'altro, la storia del tentativo di difendere la visione della Chiesa come istituzione - gerarchica, autoritaria e centralista - tutta tesa a tradurre il messaggio rivoluzionario del Vangelo in norme morali e giuridiche, e purtroppo i lefebvriani di questa chiesa sono nostalgici e paladini. Provvidenzialmente e malgrado ciò, non si è riusciti a impedire che il cattolicesimo proseguisse quel cammino di rinnovamento iniziato con la seconda metà dello scorso secolo e con il Concilio Vaticano II. Ma non possiamo evitare di porci qualche domanda: come mai si sdoganano solo i gruppi più reazionari, che appoggiano politiche di estrema destra, razziste e xenofobe, che negano l'Olocausto, che ripropongono una immagine di Chiesa slegata dalla gente e nella quale i fedeli laici non valgono nulla, una Chiesa trionfalmente alleata con i potenti, potente essa stessa, mentre al contrario si condannano e si contrastano aspramente i settori progressisti e le Teologie della liberazione?

Nella Chiesa c'è chi, come i lefebvriani, può permettersi di criticare e dissentire, addirittura contestare le decisioni non solo del papa, ma di un Concilio, quello Ecumenico Vaticano II. Invece c'è chi per molto meno, per il solo fatto di porsi e porre domande, perché approfondisce scientificamente gli argomenti teologici, perché sceglie di stare dalla parte dei poveri difendendoli, denuncia le ingiustizie e accusa i potenti, viene tacciato di disobbedienza, punito, processato, cacciato: sto parlando delle centinaia di vescovi, preti, suore e laici "progressisti", inquisiti dai tribunali ecclesiastici, colpiti da provvedimenti canonici ed emarginati sotto i pontificati di Giovanni Paolo II e di Benedetto XVI. Nella Chiesa-altra che sognano i "progressisti", i "tradizionalisti" hanno non solo il diritto di esistere ma, anzi, possono essere una ricchezza; temo invece che nella Chiesa che vogliono restaurare i "tradizionalisti" come i lefebvriani, i "progressisti" siano solo un "cancro da rimuovere" a tutti i costi. Per questo il provvedimento a favore dei seguaci di mons. Marcel Lefebvre ha creato in me sconcerto, tristezza e dolore, perché rischia di acuire nel mondo cattolico una sorta di "scisma sommerso" (come scrive Piero Prini nel suo libro con questo titolo). Per fortuna il futuro del cristianesimo, nelle singole comunità e nel mondo, non è affidato solamente alla quantità di documenti stampati a Roma.


Il giovane Ratzinger


Comunicato delle Comunità cristiane di base italiane
Lefebvre, la riabilitazione è un ritorno al pre-concilio

Papa Ratzinger ha tolto la scomunica ai seguaci di Mons. Lefebvre, che non hanno mai cessato di essere ostili al Concilio e a tutte le riforme liturgiche e pastorali della Chiesa dagli anni Sessanta in poi. Lo ha fatto il 24 gennaio scorso, proprio alla vigilia del 50° anniversario della convocazione del Concilio Vaticano II da parte di papa Giovanni.

Colpisce il carattere simbolico della coincidenza: dice ancora una volta la grande preoccupazione del papa, da lui espressa a più riprese fin da quando era Prefetto dell’ex sant’Uffizio, per certi aspetti del Concilio. Affermava già nel 1984 in un’intervista a Vittorio Messori:

“Già durante le sedute e poi dopo, in modo sempre più vasto, circolò quello che noi tedeschi chiameremmo Konzil-Ungeist, quell’ “anti-spirito del Concilio” secondo il quale tutto ciò che è “nuovo” sarebbe sempre e comunque migliore di ciò che c’è già; un “anti-spirito” secondo il quale la storia della Chiesa sarebbe da far ricominciare dal Concilio ecumenico Vaticano II” (Jesus nov. 1984).

Poiché siamo contrari a tutte le scomuniche, la riammissione dei seguaci di Lefebvre non ci scandalizza.

Ci colpisce invece che questo “misericordioso provvedimento” sia a senso unico e che sancisca un ritorno al pre-concilio.

Ci colpisce che si mantenga il sospetto e la condanna verso le realtà ecclesiali più orientate in senso conciliare come ad esempio le Comunità Cristiane di base e i teologi della Teologia della Liberazione.

Ci colpisce che la riabilitazione sia avvenuta, oltre che alla vigilia dell’anniversario del Concilio, anche alla vigilia del Giorno della memoria e che tra i vescovi riabilitati ce ne sia uno che neghi la realtà dell’Olocausto, quasi alludendo a un ritorno al tempo in cui gli ebrei erano considerati responsabili della morte di Gesù e bisognosi di conversione.

Sono in molti dentro e fuori la curia romana pronti ad annunciare la morte dello spirito del Concilio; ma lo stesso Spirito, che ha ispirato i Padri conciliari, continuerà ad impedirla.


Il vescovo scismatico Marcel Lefevre


Il papa, i lefebvriani, il concilio
di don Paolo Farinella (da MicroMega)

Il papa è ancora cattolico?
Dovrei provare soddisfazione nel dire «lo avevo detto», invece provo amarezza e rabbia. Il 14 settembre 2007, opponendomi con tutte le mie forze all’introduzione della Messa preconciliare voluta dal papa attuale, scrissi in 24 ore un libretto (Ritorno all’antica Messa, Gabrielli Editore) in cui mi dichiaravo obiettore di coscienza e mentre tutti giocavano sul folclore della «Messa in latino» dimostravo che l’obiettivo esplicito del papa era l’abolizione del concilio ecumenico Vaticano II. Qualcuno parlò di esagerazione. Oggi gli increduli di allora ne hanno la prova provata e spero che nessuno riduca ciò che sta accadendo a meri fatti interni alla Chiesa che non interessano il mondo laico.

Il ritorno all’anticoncilio
L’abolizione della scomunica ai quattro vescovi scismatici lefebvriani è uno stupro compiuto dal papa contro la Chiesa perché di sua iniziativa sancisce e definisce che il concilio Vaticano II non è mai esistito. Il papa infatti non chiede ai lefebvriani un atto previo di adesione al magistero del concilio come condizione per l’abolizione della scomunica, ma li riammette semplicemente come se niente fosse successo, schierandosi contro due papi che li sospesero a divinis (Paolo VI) e li scomunicarono come scismatici (Giovanni Paolo II). O i lefebvriani erano scismatici o il papa che li scomunicò compì un atto illecito, visto che le condizioni della scomunica non sono mutate. Oppure sbaglia, e alla grande, il papa di adesso. Lo stesso giorno dell’abolizione della scomunica (24 gennaio 2009), il capo degli scismatici, Fallay in due distinti comunicati ai suoi seguaci scrive:

«Noi siamo pronti a scrivere col nostro sangue il Credo, a firmare il giuramento anti-modernista di Pio X, facciamo nostri e accettiamo tutti i concili fino al Vaticano I. Nello stesso tempo non possiamo che esprimere delle riserve riguardo al concilio Vaticano II, un concilio «diverso dagli altri». In tutto ciò, noi manteniamo la convinzione di restare fedeli alla linea di condotta indicata dal nostro fondatore, Monsignor Marcel Lefebvre, di cui ora aspettiamo la pronta riabilitazione … Allo stesso modo, nei colloqui che seguiranno con le autorità romane, vogliamo esaminare le cause profonde della situazione presente e, nel trovare il rimedio adeguato, giungere a una restaurazione solida della Chiesa. … La nostra Fraternità desidera potere aiutare sempre di più il papa a porre rimedio alla crisi senza precedenti che scuote attualmente il mondo cattolico … Siamo anche felici che il decreto del 21 gennaio 2009 ravvisa come necessari «incontri» con la Santa Sede; questi incontri permetteranno alla Fraternità Sacerdotale San Pio X di esporre le ragioni dottrinali di fondo che ritiene stiano all’origine delle difficoltà attuali della Chiesa. In questo rinnovato clima, noi abbiamo la ferma speranza di giungere presto al riconoscimento dei diritti della Tradizione cattolica» (Menzingen 24 gennaio 2009. Bernard Fellay).

Qualcuno mente spudoratamente
Coloro che parlano, come la Sala Stampa vaticana e il presidente della Cei, card. Angelo Bagnasco, di gesto di clemenza e di magnanimità del papa, mentono sapendo di mentire, perché sanno troppo bene che i problemi sono dottrinali e riguardano una sola questione: «Il concilio Vaticano II è un concilio almeno come gli altri, la cui accettazione è essenziale per essere cattolici, oppure è ad libitum, a discrezione cioè della sensibilità di ciascuno, essendo solo un conciliabolo per pochi intimi?». Come conciliare le affermazioni del capo dei lefebvriani che lo stesso giorno dell’abolizione della scomunica dichiara pubblicamente che non accetteranno mai il concilio Vaticano II e il suo magistero per «ragioni dottrinali di fondo»?

Non vi sono alternative: o mente il papa o mente il capo dei lefebvriani o mentono tutti e due. Se i lefebvriani possono archiviare e disprezzare un concilio ecumenico, è lecito ad un cattolico, restando cattolico, rifiutare per motivi dottrinali il magistero di Benedetto XVI ritenuto lesivo per la fede cattolica?

Se i lefebvriani possono essere riammessi nella Chiesa cattolica senza dovere contestualmente accettare il magistero di un concilio ecumenico, perché il papa non compie lo stesso «gesto di misericordia» verso quei cattolici che sono stati buttati fuori dalla Chiesa per «eccesso di progressismo», colpevoli di considerare il concilio un’assise incompiuta? Che posto occupano nella chiesa i teologi e teologhe della liberazione perseguitati, vilipesi e cacciati? Se il concilio non è determinante, perché usare due pesi e due misure?

Posso esigere che le mie posizioni teologiche diametralmente opposte a quelle dei lefebvriani debbano avere la stessa cittadinanza nella chiesa ponendo fine così ad un ostracismo ed isolamento che dura da oltre un quarto di secolo? Dal momento che si stanno avverando tutte le «profezie» che scrissi nel 2007 e ancora prima, non è il caso che il vescovo chieda scusa e mi restituisca quella dignità di cattolico a tutto tondo che io credo di meritare?

Dal mio punto di vista anticipo e prevedo (come si suole dire in diritto: nunc pro tunc) che la prossima mossa di Benedetto XVI sarà la dichiarazione che la Messa tridentina dovrà considerarsi «forma ordinaria» e la Messa riformata di Paolo VI «forma extraordinaria» per giungere nel ragionevole tempo di una decina d’anni alla sua abolizione e ripristinare il clima tridentino per andare alla riscossa del mondo moderno con le truppe cammellate dei tradizionalisti, combattenti fidati per restaurare la Christianitas medievale.

L’antisemitismo come fondamento teologico
Uno dei vescovi scismatici e sospesi a divinis, tale Richard Williamson ha avuto l’ardire di negare l’olocausto la vigilia della sua riammissione nella comunione cattolica che per gentile concessione del papa, coincideva con la vigilia della giornata della memoria della Shoàh. Nulla avviene per caso e tutto ha un senso e una simbologia. Dopo le reazioni dentro e fuori la Chiesa, il Vaticano, la Cei e chi più ne ha più ne metta, si sono arrampicati sugli specchi per tentare di fare quadrare il cerchio, senza rendersi conto che chi nasce quadrato non può morire rotondo. Per i lefebvriani l’antisemitismo è una nota caratterizzante la loro teologia per la quale gli Ebrei sono «deicidi» e lo sono per l’eternità, a meno che non si convertano e riconoscano Gesù Cristo come loro Messia e Dio. Nella lettera di scuse inviata al papa dall’altro compare e capo dei lefebvriani, Bernard Fellay, si chiede perdono al papa, ma non al popolo giudaico e a tutti i morti ebrei nei campi di concentramento e per mano nazi-fascista. La pezza è stata peggio del buco. I lefebvriani rifiutano di sana pianta il documento conciliare «Nostra Aetate» in cui al n. 4 si parla della religione ebraica in termini positivi e si rifiuta per la prima volta il concetto di «deicidio» come colpa di tutto il popolo d’Israele, ma lasciandone la responsabilità solo alle «autorità ebraiche con i loro seguaci» del tempo di Gesù (n. 4/866).

I papi sbagliano
Nella Chiesa cattolica, da un punto di vista cattolico, non possono coesistere i lefebvriani e il concilio Vaticano II. Se entrano i primi deve uscire il secondo e se resta il secondo, non possono entrare i primi. A mio avviso, infatti, i nodi dovranno ancora venire al pettine e questa riconciliazione porterà molta più frattura di quanto si possa immaginare. Prego che il papa torni suoi passi e riprenda la fede cattolica che ha abbandonato consapevolmente sulla soglia della Fraternità lefebvriana. Diversamente ci sentiamo dispensati dal riconoscere la sua autorità, come i lefebvriani hanno rifiutano e rifiutano l’autorità di Giovanni XXIII, Paolo VI e in parte di Giovanni Paolo II. Tutto ciò dimostra che la confusione regna ai vertici della Chiesa cattolica e la prova che spesso anche i papi infallibilmente sbagliano. Enormemente.


mercoledì 7 gennaio 2009

Intervento di Antonietta Potente sull'alleanza integralista Ratringer-Pera

Intromettendomi nel dialogo
tra Marcello Pera e Benedetto
XVI

di Antonietta Potente

Ci sono dei momenti storici nei quali le idee sembrano seguire il flusso di movimenti ondulatori e irrompere sulle rive come se non se ne fossero mai andate. Anche se coscienti dei molteplici cambi epocali, ci sono visioni del mondo che paiono preferire gli eterni ritorni delle più certe sistematizzazioni ideologiche e dottrinali, in nome di una fedeltà che rende la maggioranza numerica di noi poveri mortali, insensati e moralmente peccatori. Certamente la nostra epoca è complessa; certamente le coordinate storiche su cui ci muoviamo, a volte sembrano essere molto disordinate. Nonostante questo, ogni lettura storica che fa dell’umanità e dell’epoca attuale uno spazio di totale contraddittorietà, dove, secondo questa visione, tutti camminiamo ambiguamente, abbagliati dalla luce della superficialità, mi sembra davvero riprovevole, oltre che suscitare in me, una profonda tristezza. A chi mi riferisco? All’eco che già c’è giunto via Corriere della Sera, in una lettera di Benedetto XVI, che raccoglie la trama principale della pubblicazione del libro del senatore e filosofo Marcello Pera, dal titolo: Perché dobbiamo dirci cristiani (Mondadori).


Non voglio e non posso ancora addentrarmi nei dettagli del contenuto del libro, ma voglio farlo riguardo alla lettera che accompagna il testo di Marcello Pera, resa pubblica il 23 di novembre, pochi giorni fa, e che probabilmente è, allo stesso tempo, cassa di risonanza e ispirazione, poiché non è la prima volta che i due autori fanno un concerto a quattro mani su temi socio-culturali e religiosi (Senza radici, Mondadori 2004). Per ora, dunque, è solo la lettera di Joseph Ratzinger che provoca in me alcuni sentimenti e alcuni pensieri. Raccolgo dunque alcuni frammenti, per poi lasciare libero l’eco interiore che hanno suscitato in me.

Il primo frammento è con riferimento alle radici del liberalismo che si alimentano – secondo Ratzinger - nell’immagine cristiana di Dio. Non voglio fare un riassunto su ciò che s’intende per “liberalismo” e soprattutto sulle sue multipli sfaccettature assunte lungo la storia, ma ritengo inconsueto sentire affermare, senza ombra di critica, che il liberalismo è la condizione ideale per una cultura veramente cristiana. Forse questo mi appare ancora più strano, sapendo che Benedetto XVI sta commentando il testo di Marcello Pera, uno degli esponenti di quelle correnti politiche che hanno scalpellato gli ideali liberali fino a renderli a immagine e somiglianza di quelli dell’economia neoliberale. Il liberalismo italiano, pronipote del liberalismo anglosassone nato alla fine del secolo XVII e rappresentato, in Inghilterra, da David Hume, Adam Smith, Edmund Burke ed altri.

Com’è possibile affrettarci per trovare sintonie tra cristianesimo e liberalismo e dubitare, invece, su possibili dialoghi con culture e religioni di altre geografie storiche ed esistenziali? Com’è possibile cercare complicità, senza ombra di dubbio e senza paura, tra il messaggio cristiano e quello del liberalismo europeo e avere, invece, tanti dubbi e tanta paura quando si tratta di leggere il parto storico d’intere società e culture di fronte alla complessità e alle sue nuove esigenze vitali?

Com’è possibile benedire e affiancarsi al sogno di chi pensa a una Costituzione europea in cui l’Europa non si trasformi in una realtà cosmopolita, ma trovi, a partire dal suo fondamento cristiano-liberale, la sua propria identità?

Forse il concetto dell’ecumene evangelico, non corrisponde alla realtà cosmopolita di una Europa interrogata da altre culture e da altre religioni? O forse Benedetto XVI si è dimenticato che questo flusso e riflusso di persone, culture e religioni è dovuto anche agli ideali imposti di un certo liberalismo culturale e neoliberalismo economico e politico de nostri giorni, che sospingono interi popoli a sottomettersi agli imperativi sociali e ai miti culturali dei paesi così detti sviluppati?

Che cosa succede? Com’è possibile che chi, come rappresentante di una confessione religiosa che dovrebbe sostenere il sogno dell’estensione del pensiero, della comprensione delle idee e della sintonia dei gesti, appoggi, invece, con convincimento, che un dialogo interreligioso nel senso stretto della parola non è possibile? Qual è secondo Ratzinger il dialogo interreligioso in senso stretto…? Perché, forse ne esiste uno in senso largo?

Infatti, il dialogo vero non si gioca nelle sfere più alte, perché la vita non è in gioco nelle sfere più alte delle nostre istituzioni, politiche e religiose, di per sé già morte. La vita è in gioco nei meandri più quotidiani di questa società europea in cui le persone cercano di dialogare non per mantenere privilegi e poteri, ma semplicemente per vivere, giorno dopo giorno. E sono questi gli ambiti in cui la fede sussiste comunque, tra cosmovisioni e gesti diversi, perché sussiste la voglia di vivere e la ricerca costante per abitare il mondo in un altro modo.

E’ vero, forse il cristianesimo potrebbe contribuire a questo nuovo volto dell’Europa, ma mi domando quale cristianesimo? Leggendo tra le righe, mi accorgo che Ratzinger, se avesse scritto più a lungo, avrebbe fatto ulteriori distinzioni e non solo sulle religioni, ma sull’unico specifico cristiano che, secondo lui può contribuire, cioè il cattolicesimo.

E allora gli altri, con le loro sapienze, esperienze, con le loro ricerche di Dio, di se stessi, della storia; questi altri che? Forse le loro evoluzioni, rivoluzioni e rivelazioni non servono, non contano, sono assurde? Ma questo mondo postmoderno è così cattivo?

Ma la teologia cattolica, non ha mai il dubbio della sua insufficienza? Quale privilegio abbiamo? Pazienza che questi dettagli non siano colti dal senatore Pera, ma un rappresentante di una chiesa e per di più un teologo: com’è possibile?

Allora, se scruto e mi soffermo, mi ritornano in mente le parole della figlia di una mia amica (una bambina di circa 9/10 anni) che una sera mi domandò cosa significavano le ombre, nell’allegoria della caverna di Platone. E’ vero, forse c’è bisogno di ricordare quest’allegoria e tentare una semantica del testo, per capire cosa succede nella teologia della chiesa cattolica.

Dei prigionieri sono legati in modo che possono vedere soltanto la parete di una caverna. Un grande fuoco, dal dietro, proietta delle ombre sulla parete. Che cosa vedono i prigionieri? Essi vedono le ombre proiettate dai loro corpi o da qualsiasi oggetto o sagoma che si proietti sulla parete. In poche parole, i prigionieri non possono vedere oggetti reali, ma osservano solo ombre bidimensionali proiettate da oggetti che, in realtà, non possono vedere veramente. Ed è per questo che non potendo vedere le cause reali delle ombre, i prigionieri pensano che le ombre sono l’unica vera realtà.

Sappiamo che l’antico filosofo, nel proporre l’allegoria, sperava di scoprire alcune proprietà del “mondo delle forme”. Oggi, quest’allegoria è divenuta molto importante anche per la fisica e, la fisica, ci aiuta a capire che ciò che vedono i prigionieri sono immagini bidimensionali, così che, loro, pensano che il mondo è solo bidimensionale. Questo, a mio avviso è il problema del pensiero teologico e della cultura europea di matrice cristiana oggi. Pensiamo di continuare a vivere in un mondo bidimensionale di cui ci assicuriamo conoscere tutto, anche se in realtà sono solo ombre, riflessi. Ma oggi, la storia, precisamente in quest’auto-riscoperta delle identità, si mostra in tutta la sua complessità e dunque diversità. Le culture sono espressione di una molteplicità d’individui, categorie sociali, soggetti di genere diverso, visioni del cosmo. La rivendicazione che il mondo oggi fa della sua maturità e dei suoi impulsi, non è un peccato deplorevole, ma piuttosto un’ iniziativa mistica, dal di dentro dell’essere umano, che si riscopre degno di prendere iniziativa e soprattutto desideroso di non abbandonare la storia per raggiungere l’essenza di sé, della verità e del mondo intero. Il mondo, oggi, non è più bidimensionale e forse la scienza potrebbe dirci qualcosa su queste inquietudini religiose e culturali dell’Europa.

E’ per questo che restiamo perplessi di fronte alle opinioni di un rappresentante religioso che non sostiene l’osato sogno di chi nella storia di oggi, con fatica, osa uscire dall’idea o dall’esperienza fatta nella caverna e, uscendo, percepisce altre dimensioni. Personalmente penso che cercare altre persone, altre idee, altri lineamenti, non solo storici ma anche trascendentali per ritessere la trama della vita sociale, affettiva, spirituale e politica dell’umanità, non significa perdere l’identità del proprio credo. Mentre invece mi sembra che precluderci al dialogo è un vero e proprio precluderci al mistero, alla rivelazione, alla complicità divina con l’umanità e la sua biodiversità cosmica. Certamente questo non è un cammino facile, certamente questo non è il frutto d’incontri sociali e politici, oltre che religiosi, che si fondano sulle logiche dei privilegi, a cui la chiesa cattolica, nel mondo intero, è da sempre abituata; logiche economiche, di potere, in nome del riconoscimento della propria fede.

Si tratta di un parto, di veri e propri dolori di parto; sono sforzi quotidiani, di cui forse chi sta in certi luoghi e legge la storia da un certo punto di vista, si è dimenticato o non ha mai conosciuto. Vivere le diversità costa, ha dei prezzi molto alti. Certamente è più facile omologare o meglio dominare, con un pensiero unico e testimoniare le scintille del vero con un’unica esperienza. Quando è così, forse finiscono i dolori del parto della creatività umana, ma anche, finiscono i sogni di tutti quei cambi storici reali e, invece, si riconduce tutto all’eterno ritorno dell’olimpo divino dei poteri religiosi e sociali.

Comunque, potremmo discutere fino all’infinito su questa lettura e interpretazione della storia e della vita, ma almeno facessimo memoria di qualcosa di molto semplice, che riguarda proprio le radici cosmopolite del cristianesimo primitivo, quelle raccontate dagli Atti degli Apostoli, quelle raccontate da Paolo. Forse tutti contesti ancora più bidimensionali di quelli che conosciamo noi oggi, ma che nonostante tutto, hanno permesso al cristianesimo di alimentarsi anche nelle circostanze più complesse e diverse, proprio nella sua caratteristica fondamentale di passione profonda per la riconciliazione.

Una passione che rende la teologia più apofatica, nel suo insufficiente linguaggio e per questo in ricerca, tra visione, ascolto e nostalgia per l’assenza, l’Assente e gli assenti. Un progressivo itinerario di svelamento di linguaggi alternativi, che curino le rughe non solo dell’umanità, ma anche di questa comunità credente cattolica prigioniera delle ombre. Mi auguro che qualcuno, uscendo dalla caverna, torni e ci racconti le multipli dimensioni della realtà e così continueremo a cercare, noi stessi e Dio che, secondo la visione di Ratzinger e Marcello Pera, sembra essere così estraneo alle nostre fatiche e timide comprensioni della vita. Personalmente spero che, ancora una volta, tutti coloro che bramiamo e osiamo il mondo in un altro modo, si sia perdonati per avere amato troppo e per aver dedicato la vita a cercarci reciprocamente e a cercare. Se oggi, la figlia della mia amica, torna a rifarmi la domanda, le risponderò che ogni ombra evoca qualcosa di più, non solo quello che ci sta dietro, ma quello che ci sta davanti e che sta fuori e che lei e solo lei, per essere fedele, dovrà scoprire con altre e altri.

venerdì 2 gennaio 2009

Commento al vangelo di domenica 4 gennaio 2009

Gesù: una «parola» ebraica

(Vangelo di Giovanni 1,1-8)


Logos?

Il Vangelo di Giovanni inizia con un inno cristologico (conosciuto come il Prologo) che accenna alle principali tematiche affrontate dall’evangelista lungo tutto suo racconto. Per esempio, vengono utilizzati i termini, che in seguito avranno una forte valenza simbolica riferiti al Cristo, luce, rivelazione, vita...
Si tratta di un inno che risente di un forte influsso ellenistico, ovvero greco, che ci fornisce una rappresentazione del Cristo utilizzando il linguaggio filosofico tipico del mondo greco. Un linguaggio senz’altro molto suggestivo, ma che rischia di allontanarci dalla figura storica di Gesù di Nazaret. Gesù, infatti, è qui presentato come il logos che si fa carne (che in greco significa parola, ma anche ragione o discorso). Un logos preesistente, che era già «in principio» (en arché).
«In principio», sono le stesse parole con cui inizia la Bibbia (Gn 1,1). In questo caso, però, non si tratta di quel Dio che crea il mondo semplicemente camminando alla brezza del giorno (Gn 3,8), ma piuttosto si tratta il mistero di un Dio che genera in sé il suo figlio, raffigurato qui come la Parola creatrice. Una formulazione che, nonostante il tragico tentativo di personificare il Logos, si rivelerà oscura, faticosa e terribilmente precaria, e che darà vita a quelle interminabili dispute – cristologiche e trinitarie – che hanno dilaniato la storia della chiesa dei primi secoli.
Il concetto di logos come manifestazione di Dio, era già presente nella cultura greca precedente a Gesù, mentre nella cultura ebraica comparve per la prima volta grazie al filosofo Filone di Alessandria (20 a.C. – 50 d.C. circa). Filone era un ebreo ellenizzato che arrivò ad introdurre una interpretazione della Bibbia a partire dalla dottrina del grande filosofo greco Platone, arrivando così a teorizzare l’interpretazione allegorica dei testi sacri. Egli si poneva il problema del dialogo tra la cultura greca del suo tempo e la cultura ebraica da cui egli stesso proveniva; fu così che arrivò ad incorporare il concetto di logos all’interno della propria teologia: l’idea di logos fu connessa al tema biblico della «parola di Dio», intesa come mediatrice tra Dio e il mondo.
Il Prologo di Giovanni solleva, da parte degli studiosi, complicate questioni di critica testuale in relazione al rapporto con il resto del vangelo. Senz’altro si tratta di un testo molto rimaneggiato ed intriso di elementi esterni, sia alla cultura ebraica, sia al resto del vangelo, ma che nello stesso tempo ne anticipa gli elementi teologici principali.


La Parola

In ebraico il termine parola si traduce con davàr, un termine che – nella tradizione biblica – indica prima di tutto una creazione, un gesto, un fatto, un evento. Tuttavia, ad un certo punto nella Bibbia questa parola subì un processo di personificazione, (lo stesso avvenne per esempio per la Sapienza, cfr. Sap 6-9). La personificazione, un processo tardo che cominciò a partire dall’elaborazione dei libri sapienziali (Pr 1-9), era un modo, per gli uomini del tempo, di indicare l’azione di Dio nella storia. Così, se da una parte la personificazione della Parola consentì di sentire Dio immediatamente vivo e operante (intendendola come persona vicina agli uomini), dall’altra parte portò, a lungo andare, ad una astrazione concettuale sempre più lontana dalla vita degli uomini, sempre meno concreta.
Si tratta di un rischio sempre vivo che, è il caso tipico del Prologo di Giovanni, rischia di farci immaginare Dio come maestoso e trionfante, e la sua azione operante nella storia come un progetto già concepito e nello stesso tempo intoccabile. Tutto ciò come se fosse già determinato in un processo costituito a priori, dove gli uomini e le donne non sono liberi/e di cooperare alla creazione all’interno di una relazione di responsabilità attiva. La creazione, invece, deve essere considerata in continuo movimento e compimento. L’azione di Dio, infatti, non è certo pre-comprensibile all’interno delle nostre narrazioni umane, qualunque esse siano.
Senza contare, poi, che la storia di Gesù, colui in cui – secondo il vangelo di Giovanni – si incarnò, personificandosi, il logos, fu – nella sua pienezza di umanità – la storia di un fallimento. Una storia difficilmente immaginabile e impossibile da astrarre; una storia che fu possibile (lo è tutt’oggi) vivere soltanto, vivere e basta.


Un Gesù divino

Nel Vangelo di Giovanni «il Gesù terreno appare trasfigurato in un essere divino; lo scritto infatti si presenta espressione di una cristologia incentrata nella Parola eterna di Dio: “In principio era la Parola e la Parola era rivolta verso Dio e la Parola era divina”, fattasi “carne” nel tempo (sarx egeneto), cioè uomo caduco e mortale. Incarnazione finalizzata alla rivelazione, perché è Parola disvelatrice del volto nascosto di Dio: “Dio nessuno lo ha mai visto; l’unigenito essere divino (theos) che è volto verso il seno del Padre, lui ce ne ha fatto l’‘esegesi’ (exegesato)”, cioè lo ha tratto fuori dalla sua impenetrabilità (Gv 1,18), mostrandocelo come colui che “ha tanto amato il mondo umano da donargli il suo figlio unigenito, perché chiunque crede in lui non vada alla rovina eterna ma possieda la vita del nuovo mondo” (Gv 3,16). […] Eppure lo scritto non abbandona, del tutto, il campo storico: la Parola divina incarnata è pur sempre in nazareno» (G. Barbaglio, Gesù ebreo di Galilea, pag. 55).
La divinizzazione di Gesù, la sua ipostatizzazione, la sua trasformazione in un essere divino ha finito per allontanarlo dalle persone, da quegli stessi uomini e da quelle stesse donne che probabilmente egli avrebbe potuto incontrare sulle strade della Palestina di 2000 anni fa.
Questo processo – che è durato dei secoli – ha portato alla costituzione del Cristianesimo come vera e propria religione, con i suo dogmi, i suoi apparati, le sue organizzazioni, la sua morale e la sua dottrina. In qualche modo questo cammino ci ha allontanati dalla fede, soprattutto dalla fede di Gesù: la fede nel Dio di Abramo, di Isacco e di Giacobbe, la stessa fede del popolo di Israele. Si è perso di vista il fatto stesso della «ebraicità» di Yehoshua figlio di Giuseppe, allontanandosi sempre di più dalla radice ebraica della fede biblica.
Riappropriarci di questa fede, ormai dispersa e lontana anche all’interno dell’ebraismo a noi contemporaneo, è il grande sforzo che la coerenza verso il messaggio di Gesù ci richiede pressantemente; un messaggio – non dimentichiamolo – che ci è stato tramandato attraverso l’esperienza dai suoi primi discepoli (anch’essi ebrei) e delle sue prime discepole (anch’esse ebree).

lunedì 29 dicembre 2008

Il nuovo libro di Mauro Pesce e Adriana Destro

L'uomo Gesù

Tracciare un ritratto di Gesù, prima di tutto come un uomo, con le sue pratiche di vita, i suoi incontri, il suo corpo, le sue emozioni e i suoi sentimenti. Questo è lo scopo del nuovo libro di Mauro Pesce, storico del cristianesimo divenuto celebre per il libro Inchiesta su Gesù (firmato insieme a Corrado Augias) e dell’antropologa Adriana Destro, L’uomo Gesù, uscito a novembre per i tipi della Mondadori.


I due autori, la cui collaborazione si inserisce nelle correnti di rinnovamento della ricerca sul Gesù storico e sulle origini del cristianesimo, soprattutto grazie all’utilizzo di un approccio antropologico (vedi Antropologia delle origini cristiane, 1997; Come nasce una religione, 2000; Forme culturali del cristianesimo nascente, 2006), ci restituiscono un quadro sullo stile di vita di Gesù, proponendo, anche al lettore meno attrezzato, una ricostruzione della vicenda umana di Yehoshua ben Yosef (Gesù figlio di Giuseppe).

Un’operazione necessaria – come ricordano Mauro Pesce e Adriana Destro – «convinti che una lettura prevalentemente teologica della vicenda di Gesù la svuoti di gran parte della sua forza e del suo significato» (p. 207).

Il libro, che si articola in sette capitoli, tenta di ridare una cornice concreta e umana alla vicenda di Gesù. Allontanandosi a poco a poco, per vedere chi e che cosa circondava il profeta di Nazaret, si riesce scorgere una visione di insieme, un ritratto umano e vicino anche agli uomini contemporanei. «Per scavare nella vicenda di Gesù – spiegano gli autori – abbiamo voluto accostare analisi tradizionali (storiche, filologiche, archeologiche) e ipotesi meno convenzionali (di tipo antropologico), proprio perché avevamo di fronte un mondo di incontri personali, di faccia a faccia, un mondo significativo proprio perché precario, esposto a pericoli, fatto di gente generalmente marginale che conosceva difficoltà concrete» (p. 207-208).

Il libro ricostruisce in modo originale – compiendo anche un opera di divulgazione delle ultime ricerche sociologiche, antropologiche e storiche su Gesù – le geografie in cui Gesù si muoveva, il significato del suo camminare per le strade della Palestina e cosa questo comportava praticamente, la gente che egli incontrava e che aveva attorno come sostenitori e discepoli, il significato profondo del mangiare insieme alla stessa tavola, il rapporto con la dimensione domestica, il suo corpo, le sue emozioni e i suoi sentimenti. «Ogni giorno, Gesù ricomincia il suo cammino, riattualizza il suo progetto, sostenuto dalla speranza in Dio. La conseguenza di questo stile di vita è di ‘desacralizzare’ luoghi, attività, materiali e ambienti. Il lavoro, la proprietà e la famiglia non sono più i valori massimi cui subordinarsi, sono relativizzati e rimessi in discussione in una successione di sfide. Le cose a cui ordinariamente si tiene di più non rappresentano il centro di interesse del suo progetto o del suo stile di vita. Sono abbandonate e private dei loro caratteri di necessità» (p. 51).

Importanti, poi, le precisazioni che restituiscono la figura di Gesù, non solo alla sua storia ma anche al suo ambiente culturale, alla sua ebraicità. Il Gesù che Mauro Pesce e Adriana Destro ci riconsegnano «non aveva intenzione di fondare una propria associazione svincolata dai luoghi e dalle forme sociali (i nuclei domestici, in particolare) in cui si svolgeva la vita della gente. Voleva rivolgersi a tutta la popolazione di Israele per prepararla a entrare nel futuro regno di Dio tramite un radicale rinnovamento della vita quotidiana delle case» (p. 95). «In questo libro – dichiarano i due autori – sosteniamo che Gesù crede nel suo Dio tradizionale e non è il fondatore di un sistema religioso diverso da quello in cui è nato. Il suo stile di vita e il suo messaggio, il movimento che egli ha creato durante la sua esistenza non erano una religione, concetto peraltro assente dal giudaismo del suo tempo. Egli invitava a mutare comportamento in funzione di un profondo rinnovamento all'interno del mondo giudaico in cui viveva. Solo quando i suoi seguaci divennero in grande maggioranza non giudei, Gesù fu del tutto sottratto alla cultura giudaica. La sua dimensione umana si perse di vista quando si cominciò a considerarlo prevalentemente come un essere divino. La sua figura si trasformò allora da quella di un autentico credente quale egli era in quella di un innovatore e riformatore critico della sua cultura. Si cominciò così a perdere il senso della sua fiducia e della sua attesa nell'intervento di Dio. È a partire da questo momento che si inserisce un cuneo tra il Gesù storico e quello delle chiese successive» (p. 16). Una considerazione questa che, partendo dai risultati dell’esegesi moderna, riconosce il passo del Vangelo di Matteo (16,18), «Tu sei Pietro e sopra questa pietra edificherò la mia chiesa», come un’aggiunta successiva dell’evangelista, posteriore di almeno 50 anni. Considerazione dimostrata dal fatto che la parola ekklesia non compare mai negli altri tre vangeli.

Gesù e il suo movimento sono in cammino, sempre sulla strada per incontrare le persone e per muoversi nel loro contesto di vita. Il Nazareno, dunque, non era all’interno di una istituzione, e questo non gli forniva nessuna garanzia, nessuna credenziale particolare nei confronti della gente che lo ascoltava. «Egli va considerato come un predicatore marginale, cioè privo di autorità riconosciuta, non legittimato dai poteri istituzionali, senza credenziali. Poteva trovare un riconoscimento solo attraverso la reazione diretta della gente. In alcuni suscitava attrazione, speranza di poter raggiungere, mediante lui, le proprie aspirazioni. In altri provocava, come abbiamo visto, interesse, dubbio o sospetto. In altri, infine, opposizione anche mortale» (p. 98). Un predicatore marginale che si faceva portatore di un grande sogno: «Gesù non promette solo emancipazione dal bisogno o egalitarismo. Promette una nuova era» (p. 99).

Tra i capitoli più interessanti ed efficaci del libro si trova quello dedicato a L’orizzonte della commensalità, che risulta molto utile e riesce a ricostruire un immagine viva e nitida dello stile di vita di Gesù. «La commensalità era uno dei modi preferiti da Gesù per creare un contatto profondo e intimo con la gente. Anche all'interno del suo gruppo egli sembra celebrare i momenti più alti mediante una partecipazione coinvolgente alla mensa» (p. 110). Un «simbolo» – quello della commensalità – che gli autori dei vangeli presentano come strettamente «necessario per rendere comprensibile tutta la vicenda di Gesù» (p. 115).

L’analisi della vicenda di Gesù di Nazaret e del suo ambiente di vita che ci viene presentata dai due autori, tiene fortemente conto delle più recenti acquisizioni in campo antropologico; come la tesi della antropopoiesi, formulata dell’antropologo Francesco Remotti. Un’idea che diventa la chiave di lettura per comprendere meglio l’orizzonte della commensalità del predicatore galileo. Secondo la teoria del professor Remotti, infatti, «l’individuo, nascendo in una cultura, fin dai suoi primi momenti entra in un processo di sviluppo e perfezionamento garantito dall’ambiente culturale» (nota n. 52, p. 237). Così, Gesù «nel mangiare insieme vedeva un’occasione per avvicinare e condividere la vita della gente. Si può pensare che per Gesù non ci sia una forma di aggregazione sociale altrettanto forte della riunione conviviale. Fra tutti i meccanismi partecipativi (comprese le riunioni sinagogali e del Tempio), sembra che la mensa comune sia fondamentale per la ‘costruzione degli uomini’». Il momento «principale dell’inclusione e non quello dell’esclusione, in cui devono essere inseriti i più poveri e i cosiddetti ‘peccatori’» (p. 121).

Prezioso anche il capitolo Emozioni, sentimenti, desideri che, soprattutto grazie all’utilizzo degli strumenti antropologici, avvicina il lettore all’umanità di Gesù, alla sua personalità, alle emozioni che, senz’altro, gli capitò di provare: compassione, ansia, commozione, tristezza, ira, indignazione, desiderio…

L’idea centrale del libro di Destro e Pesce ruota attorno a Gesù, che «si fa conoscere anzitutto per quello che fa. Il suo messaggio è contenuto nelle sue parole, ma non può essere ridotto a esse soltanto» (p. 109), bisogna, infatti, concentrarsi nella ricerca del contesto vitale, dell’ambiente dove egli operò e visse per comprendere appieno la sua figura.

Un libro utile che presenta nuovi spiragli nella ricerca su Gesù e che, al di là delle singole interpretazioni esegetiche su cui si può sempre discutere, pone delle domande interessanti e rigorose grazie all’analisi storica supportata dall’antropologia.

Resta il fatto che «Gesù era un giudeo che rimase estraneo alle aspirazioni e ai modi di vita introdotti dalla romanizzazione» e che «di fronte alla potenza culturale di Roma fece appello all’elemento più intimo e più forte della sua cultura, cioè all’idea del potere assoluto del Dio giudaico e alla necessità che Dio regnasse prendendo possesso di tutta la terra». Una «speranza nel regno di Dio, che avrebbe combattuto ed eliminato l’ingiustizia» (p. 208). Un regno imminente di cui era urgente l’annuncio affinché la gente cambiasse vita per acquisire il diritto ad entrarvi.
(G.G.)

• Mauro PESCE - Adriana DESTRO, L'uomo Gesù. Giorni, luoghi, incontri di una vita, Mondadori, 2008, pagine 257, 18 euro.



Un'altra recensione si trova QUI:


Le dodici tesi del libro:

1. Il primo messaggio di Gesù è il suo stile di vita (itinerante, senza lavoro, senza famiglia, senza casa e senza possedimenti). Una novità del libro sta nel mettere in primo piano la pratica di vita di Gesù mentre altri libri si concentrano sulle parole di Gesù o su alcuni eventi isolati.

2. Gesù era contrario alla romanizzazione della Terra di Israele e contro la romanizzazione ha fatto appello agli elementi centrali della sua cultura giudaica (in particolare l’idea del regno del Dio tradizionale degli ebrei su tutta la terra). Il suo annuncio del regno di Dio è una riposta giudaica creativa alla romanizzazione. La sua risposta è stata vincente, perché alla lunga il cristianesimo si è impadronito dell’Impero Romano.

3. Gesù era un uomo di villaggio che evitava le città (che erano ellenizzate e romanizzate) e frequentava solo i piccoli centri e le strade secondarie, per spingere gli ebrei alla conversione.

4. Gesù non crea una chiesa: il suo gruppo si incunea all’interno delle famiglie e non dà vita un’associazione autonoma e si rivolge solo agli Ebrei.

5. Il corpo di Gesù è il luogo principale dell’incontro della gente con lui (corpo normale, ma anche corpo taumaturgico, guaritore, corpo che possiede una luce speciale che si manifesta nella trasfigurazione, corpo senza peso che cammina sull’acqua)

6. Non sappiamo nulla dell’immagine fisica di Gesù, cancellata dall’immagine del corpo degradato e crocifisso e da quella del corpo risorto

7. Gesù evita modi di comunicazione indiretta (come la scrittura). Cerca di avere solo incontri diretti con le persone faccia a faccia e soprattutto a tavola. La commensalità è per lui la manifestazione più alta della convivenza umana.

8. Gesù era un uomo solo. Certo, egli cercava sempre l’incontro della gente, ma periodicamente si isolava per momenti di solitudine, per pregare e per un contatto con Dio fatto di rivelazioni e visioni. Molto dalla sua vicenda personale è rimasta perciò ignota ai suoi discepoli e ai vangeli.

9. Gesù predicava Dio, ma gli uomini attirati dal suo messaggio e dalla sua potenza di guaritore cercavano lui. Gesù non voleva essere una guida di masse, ma le folle si coagulavano attorno a lui. Non voleva essere una guida popolare, ma lo fu contro la sua volontà.

10. Gesù non controllava gli avvenimenti provocati dalla sua azione, voleva che il regno di Dio si manifestasse mentre egli era ancora vivo, ma invece dovette accettare il destino doloroso della sua sconfitta e della sua morte, interpretandola come un volere di Dio.

11. Uno dei lasciti più importanti per la cultura dei secoli successivi era il suo modo di reagire interiormente alla sofferenza degli uomini. Gesù ha insegnato ai discepoli a provare le emozioni interiori che portano ad agire a favore degli uomini.

12. I vangeli sono documenti storicamente attendibili, e su di essi si può ricostruire con solidità la storia di Gesù. Vanno però sottoposti alla critica storica perché contengono divergenze, non sono opere di testimoni oculari e le occasioni storiche e geografiche in cui gli eventi della vita di Gesù si svolsero sono per loro in genere incerte. Non solo i vangeli canonici, ma molte opere cristiane antiche sono utili per ricostruire la vicenda storica di Gesù.


domenica 7 dicembre 2008

Commento al vangelo di domenica 7 dicembre 2008

Cominciare (e continuare) a gridare


Inizio del vangelo di Gesù Cristo, Figlio di Dio. Come è scritto nel profeta Isaia:

Ecco, io mando il mio messaggero davanti a te,
egli ti preparerà la strada.
Voce di uno che grida nel deserto:
preparate la strada del Signore,
raddrizzate i suoi sentieri,

si presentò Giovanni a battezzare nel deserto, predicando un battesimo di conversione per il perdono dei peccati. Accorreva a lui tutta la regione della Giudea e tutti gli abitanti di Gerusalemme. E si facevano battezzare da lui nel fiume Giordano, confessando i loro peccati. Giovanni era vestito di peli di cammello, con una cintura di pelle attorno ai fianchi, si cibava di locuste e miele selvatico e predicava: «Dopo di me viene uno che è più forte di me e al quale io non son degno di chinarmi per sciogliere i legacci dei suoi sandali. Io vi ho battezzati con acqua, ma egli vi battezzerà con lo Spirito Santo». (Marco 1,1-8)


Inizia la buona notizia

«Inizio dell’euanghélion di Gesù»: con queste parole comincia il Vangelo di Marco, il racconto della vicenda storica di Gesù. Marco – che può essere considerato l’inventore del genere letterario «vangelo» – inizia la buona notizia (l’evangelo) e lo annuncia alla sua comunità.
Da una parte la buona notizia consiste nell’annuncio di Gesù, della sua vicenda storica, del suo messaggio e della sua predicazione (che è stata essenzialmente l’annuncio del Regno di Dio); dall’altra parte questa buona notizia annunciata dall’evangelista riconosce già una speranza in Gesù: egli è il «Cristo, Figlio di Dio», cioè il messia, colui che è stato unto dal Signore per una missione speciale, atteso dal popolo di Israele per «portare il lieto annunzio ai miseri, fasciare le piaghe dei cuori spezzati, proclamare la libertà degli schiavi, la scarcerazione dei prigionieri, promulgare l'anno di misericordia del Signore, un giorno di vendetta per il nostro Dio» (Is 61,1-2).
Marco fa di questo appellativo, Figlio di Dio, il leitmotiv di tutto il suo vangelo. Egli è interessato a stabilire l’identità di Gesù, dall’inizio del vangelo fino al riconoscimento dell’ufficiale pagano ai piedi della croce che dice: «Veramente quest’uomo era il Figlio di Dio» (Mc 15,39b). La parola «inizio» utilizzata da Marco richiama comunque l’idea di una realtà che incomincia e continua, al di là della vicenda storica di Gesù e della sua missione messianica.


Preparare la strada

Subito dopo il titolo, Marco fa un’ampia citazione biblica, un collage di tre passi del Primo Testamento: il verso 2 («Ecco, io mando il mio messaggero davanti a te, egli ti preparerà la strada») riprende e fonde Esodo 23,20 e Malachia 3,1; il verso 3 («Voce di uno che grida nel deserto…») corrisponde a Isaia 40, 3.
Queste citazioni servono a Marco per mettere direttamente in relazione la venuta di Gesù con i momenti cruciali della storia di Israele, la storia della salvezza; i momenti in cui Dio è intervenuto in favore del suo popolo: la liberazione dalla schiavitù egiziana (Esodo), la liberazione dalla schiavitù babilonese e il ritorno in patria (Isaia), la restaurazione escatologica (Malachia).
Marco dunque ripropone queste promesse e le fa sue, e della sua comunità. Egli vede in Gesù il messia che ricapitolerà tutte queste promesse di Dio compiendo definitivamente la promessa finale, l’instaurazione del Regno di Dio.
Ma questa citazione biblica, con cui Marco inizia il suo vangelo, può essere riferita anche all’opera di Giovanni il Battista, vicenda elencata subito dopo. Egli, infatti, può essere visto come il «precursore» di Gesù, il banditore che «grida nel deserto» per «preparare la strada» al «Signore», colui che si mette alla testa di tutti gli esuli per condurli alla liberazione definitiva. In questo senso Giovanni viene visto, nella tradizione cristiana, come una figura funzionale a Gesù, che ne prepara l’avvento. L’annunciatore è in funzione dell’annunciato e così, se nella citazione di Isaia la strada che bisogna preparare è per Dio («il Signore»), in Marco colui che deve venire è Gesù.


Il Battista

Proprio per queste ragioni di identificazione tra Giovanni e il «banditore» di Isaia, egli viene presentato come colui che «battezza nel deserto» («Voce di uno che grida nel deserto…»). Un’altra identificazione che viene fatta è quella tra Giovanni ed Elia: infatti, anche Elia viene descritto come «uomo peloso e cinto ai suoi fianchi da una cintura di cuoio» (II Libro dei Re 1,8), mentre in Zaccaria (13,4) la veste tipica dei profeti era «il mantello di pelo». Dunque Giovanni è «il profeta» per antonomasia, e nello stesso tempo quell’Elia che si attendeva come precursore della venuta escatologica di Dio.
Dopo la descrizione di Giovanni, l’evangelista presenta il contenuto del suo annuncio: sta per venire il più forte con la pienezza dello Spirito. L’immagine del «più forte» evoca le speranze messianiche dell’eroe divino che salva il popolo e lo libera.
Il battesimo d’ora in poi sarà fatto con lo Spirito Santo, e non con l’acqua. Questo fa capire che il personaggio atteso appartiene ai «tempi ultimi», i tempi in cui era prevista l’effusione dello Spirito secondo le profezie (Gl 3,1 ss.; Is 44,3).


Una voce che grida…

«Voce di uno che grida…». In queste parole è contenuta una delle più belle immagini della bibbia, della profezia biblica. Due diverse interpretazioni sono state date a questa citazione riportata in Marco. Nel testo di Isaia la citazione viene riportata come:

«Una voce grida:
nel deserto preparate la via del Signore!
Raddrizzate i suoi sentieri…». (Is 40,3)

Il profeta, infatti, annuncia di preparare il rientro in Palestina dopo l’esilio babilonese, di prepararsi per un viaggio difficoltoso tra deserto, steppa e alture. Questo dunque è un grido di gioia, che deve essere sentito da tutto il popolo. Un grido di speranza.
Nella versione di Marco il testo viene citato cambiando la punteggiatura di una virgola, di due punti, e diventa:

«Voce di uno che grida nel deserto:
preparate la strada del Signore,
raddrizzate i suoi sentieri» (1,3).

In Marco – come abbiamo già visto – il precursore, l’annunciatore messianico è colui che «grida nel deserto», Giovanni il Battista, e questo viene reso attraverso un espediente letterario tipico della cultura ebraica, fatta di citazioni e rimandi, sempre all’interno del testo e della tradizione biblica.
Ma viene da chiedersi: chi, nel deserto, può ascoltare la voce di uno che grida? Anche se grida, chi può sentirlo? Sono forse le urla di un disperato o di un pazzo? Questi interrogativi ci pongono di fronte ad un’angoscia. L’angoscia che Gesù stesso provò nel Gestémani, quando ormai aveva compreso che il suo grido era rimasto inascoltato, fino all’abbandono, al tradimento di chi, come Giuda, voleva subito il suo posto nel Regno, un tornaconto immediato; e al rinnegamento di chi, come Pietro, avrebbe dovuto essere il testimone privilegiato del suo messaggio – secondo la tradizione il fondamento della «sua» chiesa.
Tradimenti, pervertimenti, rinnegamenti che appartengono prima di tutto alle strutture chiesastiche; a chi vuole farsi portatore e difensore delle cosiddette «radici cristiane» della cultura occidentale; a chi pensa che il messaggio evangelico sia secondario rispetto alla «tradizione». Una tradizione che, invece di essere un fiume di acqua viva e fresca, è diventata un rigagnolo fetido e mortifero, inquinato da ogni sorta di nefandezza.
Sono questi tradimenti che hanno pervertito (come diceva Ivan Illich) il messaggio della fede nel Dio di Gesù. La perversione di chi per salvaguardare i propri interessi scellerati arriva ad affermare la negazione della libertà di amare, che è la libertà del samaritano. Una perversione che ha camminato lungo tutta la storia e che è giunta fino a noi: dai roghi delle streghe e degli eretici fino alla condanna degli «amori diversi» e all’alleanza con quei poteri «diabolici» che uccido uomini e donne perché gay, perché lesbiche, perché trans. Non dobbiamo pensare però che questi tradimenti appartengano soltanto alle strutture istituzionali: il rischio di tradire e pervertire il messaggio dell’evangelo è sempre vivo anche nei singoli individui.
E anche se la parola profetica resta un grido nel deserto, una voce inascoltata, non bisogna astenersi dal pronunciarla ricordando il messaggio di Gesù. Lo stesso messaggio a causa del quale fu condannato a morte, e alla morte di croce. Ed è sulla croce che, in definitiva, si ripropone il grido della profezia, un grido che tuttora resta inascoltato.


__________________________________________________________________

Questo BLOG è stato inserito tra i siti del portale

"EVANGELO DAL BASSO"
(http://www.evangelodalbasso.net/).


"Evangelo dal Basso.net" (EdB) è il portale che segnala e apre i siti Internet di gruppi e movimenti indipendenti dalle gerarchie ecclesiastiche che, aspirando a un profondo rinnovamento della riflessione e della vita delle chiese a partire dall’ispirazione e dalle acquisizioni del Concilio Vaticano II e del movimento ecumenico, propongono la lettura della Parola di Dio alla luce delle proprie esperienze di fede.Il portale serve anche a diffondere informazioni e documenti che trovano poca o nessuna eco sui mass-media sia religiosi che laici.

_______________________________________________________________