venerdì 3 luglio 2009

Commento al vangelo di domenica 5 luglio

Profeti in casa nostra

Partito quindi di là, andò nella sua patria e i discepoli lo seguirono. Venuto il sabato, incominciò a insegnare nella sinagoga. E molti ascoltandolo rimanevano stupiti e dicevano: «Donde gli vengono queste cose? E che sapienza è mai questa che gli è stata data? E questi prodigi compiuti dalle sue mani? Non è costui il carpentiere, il figlio di Maria, il fratello di Giacomo, di Ioses, di Giuda e di Simone? E le sue sorelle non stanno qui da noi?». E si scandalizzavano di lui. Ma Gesù disse loro: «Un profeta non è disprezzato che nella sua patria, tra i suoi parenti e in casa sua». E non vi poté operare nessun prodigio, ma solo impose le mani a pochi ammalati e li guarì. E si meravigliava della loro incredulità. Gesù andava attorno per i villaggi, insegnando. (Marco 6,1-6)


Gesù «non poté operare nessun prodigio» tra questa gente (v. 5). È il primo caso di sconforto e d’impotenza manifestato nel Vangelo di Marco, tanto da spingere il Nazareno ad affermare: «Un profeta non è disprezzato che nella sua patria, tra i suoi parenti e in casa sua» (v. 4).
Un punta negativa di incredulità conclude questa sezione di Marco. Come fa notare la professoressa Clementina Mazzucco, «Anche questi concittadini fanno parte del gruppo di coloro che guardano ma non sanno vedere, ascoltano ma non sanno capire: un pericolo, quindi, che non tocca soltanto chi è sempre stato lontano dal vero Dio, come i Geraseni, ma anche, e forse soprattutto, coloro che invece hanno addirittura famigliarità con Gesù, che credono di conoscerlo bene. Costoro … non riescono ad ammettere che manifestazioni divine e messianiche possano verificarsi in una realtà tanto quotidiana e modesta quale è quella del Gesù che svolge l’umile lavoro dell’artigiano, che vive in una famiglia normale una vita normale: come può il divino conciliarsi con un umano così banale? Come può un seme così piccolo produrre una pianta tanto grande? È il mistero del Regno che sfugge ai più» (C. Mazzucco, Lettura del Vangelo di Marco, Silvio Zamorani editore, Torino 1999, p. 78).
Nella sinagoga si scandalizzavano di lui: «Donde gli vengono queste cose? E che sapienza è mai questa che gli è stata data? E questi prodigi compiuti dalle sue mani? Non è costui il carpentiere, il figlio di Maria, il fratello di Giacomo, di Ioses, di Giuda e di Simone? E le sue sorelle non stanno qui da noi?» (vv. 2-3).
Questa tentazione di non accogliere la parola di chi ci è vicino, le provocazioni e i pensieri di chi riteniamo troppo umile, limitato e prossimo, a cui siamo abituati è anche e sempre la nostra tentazione. Con questo non intendo spostare il discorso sull’aspetto «morale» della questione, sulle ricadute personali e relazionali che questo comporta, ma su un movimento più vasto, su una capacità di ricezione delle cose e delle parole (davar) che sgorgano come fiumi in piena dalla bocca dell’altro, soprattutto da chi meno ci aspettiamo. Cerchiamo sempre l’oratore più simpatico, il relatore più capace e affascinante, il professore più famoso. Ci sentiamo rassicurati dalla presenza di questi «sapienti», di questi esperti – loro sì hanno le credenziali, loro sì hanno studiato e i certificati, i diplomi e le «carte» che hanno appesi alle pareti lo testimoniano. Spesso ci si sente impotenti di fronte alla Parola e alle parole e non si osa dire la propria parola, la propria interpretazione.
Questo ha a che fare con il coraggio, con la «parresia», la libertà della parola. La parola è di tutti, dobbiamo ridarle libertà. Ciò non significa che dobbiamo dar retta a tutte le parole, a chi parla a sproposito o a chi mente sapendo di mentire, ma che dobbiamo avere il coraggio di ascoltare e di dare valore anche alle parole di chi consideriamo troppo inesperto per dire la sua, di chi non ha gli attestati per poter parlare con sapienza e intelligenza.
La parola è parola di vita e la sapienza viene d’alto, non dalle università, dalle scuole, dalle cattedre di teologia, dai giornali e dagli esperti. La sapienza viene dalla vita delle persone, dall’esperienza dei poveri, dalla sofferenza di chi non ha voce. Chi non ha voce, non ce l’ha perché qualcuno gli ha sottratto la possibilità di gridare, di parlare, di dire la sua e di essere ascoltato, seriamente e con rispetto, con considerazione. Liberiamoci allora dagli «esperti di troppo» – come li ha definiti il simpatico Ivan Illich – riprendiamoci la libertà di dire le parole e di dire sulla Parola. Non dobbiamo avere timore di essere derisi, cacciati, presi per matti.
Dall’altra parte, facciamo attenzione a non andare in cerca di «profeti», esperti che possano soddisfare e dare risposta alle nostre domande. Prendiamo su di noi il coraggio della profezia, della parola. Il tempo dei profeti è finito, è iniziato il tempo della profezia. Diamo retta agli umili, ai piccoli, ai noiosi. Parliamo tra noi spinti dalla caritas, dalla simpatia e dall’amicizia. Fuggiamo dai congelatori della parola, dai ripetitori di parole morte e mortifere.
E, se ci sentiamo inesperti, prendiamo in mano i libri, studiamo e meditiamo liberamente – senza nessuno che ci dica cosa imparare e come dobbiamo farlo. Non perpetuiamo le condizioni che hanno fatto respingere Gesù, la sua sapienza; che gli hanno fatto dire: «Un profeta non è disprezzato che nella sua patria, tra i suoi parenti e in casa sua» (v. 4).
«I figli spirituali di coloro che non hanno accolto Gesù diranno oggi, dinnanzi alla testimonianza evangelica dei poveri del nostro paese, ma “questo non è un contadino che a malapena sa parlare lo spagnolo? Cosa possono dirci costoro che passano la vita protestando, senza lavorare?”. Li conosciamo, pertanto non possiamo attenderci nulla da costoro» (G.Gutierrez, Condividere la Parola, Queriniana, Brescia 1996, p. 232).
Perciò non dobbiamo passare dalla parte di chi toglie la parola, ma creare le condizioni affinché tutti possano essere profeti. Gesù inizialmente aveva annunciato il regno a tutti, passò poi ad annunciarlo a pochi e, infine, nessuno si dimostrò capace di ascoltare il suo annunzio, la buona notizia del regno. Restò solo, lo lasciarono solo.
Accettare profeti in patria, significa essere coinvolti personalmente, e non per sentito dire. Significa trovarsi di fronte alla provocazione, all’autenticità delle cose, alla denuncia nel nostro quotidiano. Non è facile, perciò, lasciare che un profeta parli nella sua stessa patria, nella sua casa, nella sua famiglia: il messaggio da lui annunciato sarebbe troppo duro, troppo vero, perché dentro alle cose.
È un discorso che tocca lo spazio del vivere, del quotidiano. Le dimensioni autentiche della nostra vita – non c’entra il moralismo, altrimenti sarebbe come dire: «poveretto, sappiamo com’è, lasciamolo parlare, così poi si zittisce e possiamo continuare con i nostri discorsi». Non è questo. Si tratta di considerare le dimensioni di libertà che ci vengono tolte ogni giorno e di lottare per riconquistarle, per ridare a tutti l’autorità della parola («Donde gli vengono queste cose?»).
Non possiamo continuare a delegare conoscenze, saperi, capacità di intervento. Dobbiamo muoverci verso la strada della «convivialità» – che non è utopia (non-luogo) ma eu-topia (buon-luogo) – intesa in senso sociale e culturale. «Conviviale è la società in cui prevale la possibilità per ciascuno di usare lo strumento per realizzare le proprie intenzioni» (Illich). Una strada verso la gioia e l’amicizia. Un cammino di emancipazione che ci consenta di riprenderci e di rivendicare la libertà di intervenire nella materialità del vivere, nelle nostre città, nelle nostre case, nelle nostre famiglie.

mercoledì 10 giugno 2009

Incontro Cdb Chieri - Gruppo biblico di Torino su Giobbe

La provocazione di Giobbe per il credente di oggi:
tempo di sfide per la nostra fede


Marc Chagall, La preghiera di Giobbe


Sabato 6 giugno, presso la sede della Comunità di base di Chieri, si è tenuto l'incontro di fine anno del Gruppo biblico di Torino.
Qui il link con la registrazione dell'incontro, con gli interventi di Carlo Bianchin, Vilma Gabutti, Franco Barbero.


lunedì 20 aprile 2009

Un nuovo Credo


Credo in Dio, amore infinito,
che esprime sovranamente il suo essere più profondo nell'evoluzione del cosmo e dell'umanità.

E in Gesù, nostro Messia,
immagine unica di Dio,
nato da genitori umani,
senza essere opera umana,
ma interamente frutto della grazia salvifica di Dio.
Egli percorse il cammino della sofferenza e della morte,
fu crocifisso per ordine di Ponzio Pilato,
morì e fu sepolto,
ma vive in pienezza,
perché si è aperto a Dio rimanendo interamente immerso in Lui,
diventando per questo una forza di guarigione,
in modo da poter condurre tutta l'umanità alla sua pienezza.
Credo nell'azione ispiratrice del soffio di vita di Dio
e nella comunità universale della Chiesa,
nella quale Gesù, il Cristo, continua a vivere con volto umano.

Credo nel dono di Dio,
che ci sana e fa di noi una nuova creazione,
per diventare, infine, esseri umani.
E credo nel futuro divino dell'umanità,
un futuro che significa la vita senza limiti.
Amen.

(Roger Lenaers)

giovedì 2 aprile 2009

Commento al vangelo di domenica 5 aprile

La morte del Cristo

Marco 14,1-15,47

Il racconto della Passione è lungo e complesso. Gli studiosi si sono concentrati sull’analisi di ogni singolo elemento, sino ai particolari più nascosti e misteriosi, e questo ha portato alla produzione di una raccolta molto estesa di opere che trattano il tema. Dunque, non mi avventurerò in una esegesi del racconto, in una spiegazione complessiva degli ultimi giorni della vicenda storica di Gesù. Il testo, del resto, è molto coinvolgente, sia emotivamente sia letterariamente, e forse bisognerebbe leggerlo semplicemente, così com’è, senza avere troppe pretese; senza pensare di arrivare ad una ricostruzione storica e definitiva dei fatti che portarono alla morte del profeta di Nazaret. Del resto, il racconto in questione non è né una cronaca né un verbale di interrogatorio, ma piuttosto una ricostruzione a posteriori che ha come scopo principale la narrazione di una vicenda di fede, un’esperienza che è diventata fondante per le prime comunità.


Una morte avvenuta nel silenzio

«Si può pensare che la sua morte sia avvenuta nel silenzio». Così, il biblista Giuseppe Barbaglio conclude il capitolo sulla crocifissione del suo libro su Gesù (Gesù ebreo di Galilea, Edb, Bologna 2002, p. 519). Probabilmente, nessuno era presente sul Golgota durante la morte del maestro galileo – a parte qualche soldato, gli esecutori materiali del supplizio. Nessuno dei suoi discepoli – troppo impauriti per farsi vedere in giro – e nessuno dei grandi e dei potenti della terra – troppo lontani da quella periferia di Impero romano che era la Palestina dell’epoca. Ma lì, sul quel monte, si stava consumando la vicenda di un uomo che avrebbe cambiato la storia dell’Occidente (nel bene e nel male) e che avrebbe assunto il ruolo – suo malgrado – di «personaggio fondante» di una nuova religione.
Quando i seguaci di Gesù provarono a raccontare la vicenda dell’uccisione del loro maestro, partirono praticamente da zero: «Tutto ciò che i discepoli più prossimi sapevano della Passione era che Gesù era stato crocifisso» (J.D. Crossan, The Historical Jesus. The Life of a Mediterranean Jewish Peasant, San Francisco 1992, p.375). Dunque, «la ricostruzione del processo di Gesù nei vangeli è in funzione apologetica», ciò non toglie che «la sentenza e la condanna non sono state una finzione» (O. da Spinetoli, Gesù di Nazaret, La meridiana, Molfetta 2005, p. 209).
Il motivo della condanna di Gesù è da ricercare nella sua vita, nelle sue scelte, nella sua autenticità e nella coerenza del suo stile di vita con il messaggio da lui annunciato. Così, «giunto al compimento del suo dramma, al momento di massima tensione emotiva, riaffiora la fedeltà allo stile di vita che aveva abbracciato. Gesù rimane solo, con le sue sole forze, faccia a faccia con Dio. Continua a essergli obbediente. Non chiede nulla che non sia quello che deve avvenire. E tutto avverrà davanti a un mondo che non può dominare e che gli è sostanzialmente lontano ed estraneo. Uomo della mobilità e della convivialità, rimarrà totalmente solo e immobilizzato sul legno» (A. Destro – M. Pesce, L’uomo Gesù. Giorni, luoghi, incontri di una vita, Mondadori, Milano 2008, p. 214).
Quando fu il momento di narrare la vicenda della Passione, i discepoli – attuando un procedimento tipico delle tradizioni antiche e presente in tutta la Bibbia – attinsero dalle Scritture ebraiche le immagini e le citazioni adatte a descrivere Gesù all’interno del piano salvifico di Dio e della storia di Israele – cominciando ad identificare il maestro di Nazaret con il Cristo, il Messia. Nacque così l’accostamento tra Gesù e l’immagine veterotestamentaria del «servo sofferente» (cfr. Isaia 52,13 e il Salmo 22). «L’intero salmo 22 diventò un repertorio di elementi che entrarono nella narrazione della morte di Gesù, e più tardi vennero inseriti nella liturgia della Passione» (C. Ginzburg, Ecce. Sulle radici scritturali dell’immagine di culto cristiana, in Occhiali di legno. Nove riflessioni sulla distanza, Feltrinelli, Milano 1998, pp. 100-17, p. 107). Così, in Marco leggiamo che «si divisero le sue vesti tirando a sorte su di esse» (v. 15,24), e che «i passanti lo insultavano scuotendo il capo» (v. 29). Tutte citazioni del Salmo 22.
Ma il racconto raggiunge il culmine della drammaticità nel grido di Gesù sulla croce: «Eloì, Eloì, lemà sabactàni?, che significa: Dio mio, Dio mio, perché mi hai abbandonato?» (Mc 15,34, cfr. Sal 22,2).


La maledizione della croce

La morte sulla croce di Gesù dovette rappresentare un trauma enorme per i suoi discepoli e le sue discepole. Morire in croce, oltre all’atroce supplizio che comportava, significava – per la tradizione ebraica – essere «maledetti». Le origini di questa maledizione si trovano nel Deuteronomio, dove si legge: «Se un uomo avrà commesso un delitto degno di morte e tu l’avrai messo a morte e appeso a un albero, il suo cadavere non dovrà rimanere tutta la notte sull'albero, ma lo seppellirai lo stesso giorno, perché l’appeso è una maledizione di Dio e tu non contaminerai il paese che il Signore tuo Dio ti dà in eredità». (Dt 21,22-23).
Per le prime comunità questo trauma fu fondamentale. Si cercò di porre rimedio a questa situazione e si arrivò a «spiegare» in altri modi la morte di Gesù di Nazaret. Paolo, nella lettera ai Galati, diede la sua interpretazione dell’evento: «Cristo ci ha riscattati dalla maledizione della legge, diventando lui stesso maledizione per noi, come sta scritto: Maledetto chi pende dal legno» (Gal 3,13). Questo problema, comunque, continuò a destare scandalo ancora per molto tempo, risultando a molti inspiegabile. Per esempio, l’autore della traduzione latina della Bibbia (la Vulgata), il padre della chiesa Girolamo, tentò di dare una sua spiegazione del problema negando completamente la visione di Paolo (cfr. Girolamo, Comm. in Gal. Lib. II, Patrologia latina, vol. 26, 388).
Nonostante i numerosi tentativi per dare una soluzione a questo scandalo con la Chiesa che ci ha costruito sopra tutta una serie di impalcature teologiche, l’idea della maledizione è giunta fino a noi. Sergio Quinzio così scrive: «Alla croce è stato appeso e sulla croce è morto Dio, diventato peccato e maledizione, e si può solo sperare che la morte di Dio sia più sapiente e più forte della vita degli uomini». A morire sulla croce, così è stato «creduto lungo i secoli, è Dio, a salire sulla croce non può essere altri che Dio» (S. Quinzio, La sconfitta di Dio, Adelphi, Milano 1992, p. 57).


«Maledetta incarnazione!» ovvero il tarlo della secolarizzazione

La «rivoluzione» di Gesù – se così vogliamo chiamarla – consistette nella liberazione dell’essere umano dal dominio del sacro. Ed è da questa idea di desacralizzazione che nasce la modernità, con tutte le implicazioni che questo ha comportato e continua a comportare. Ma a queste correnti sotterranee di liberazione (che potremmo definire le «correnti del regno di Dio»), si affiancano perennemente delle forze contrarie che lavorano per rinnegare il regno e trasformarlo in dominio del sacro. Uno studioso francese, Jaques Ellul, ha definito questo processo continuo e dialettico la «subversion» (sub-vertere) del cristianesimo, intendendo questo termine come «sovversione» ovvero come «pervertimento». (cfr. J. Ellul, La subeversion du christianisme, Seuil, Paris 1984, p. 73-75). Il processo di desacralizzazione, innescato dal cristianesimo nascente, pur essendo per sua natura irreversibile, è stato ad un certo punto arrestato – o almeno si è tentato di farlo o creduto di poterlo fare – per avviare una «ricostruzione del sacro» che, nella storia, si è rivelata «pervertimento del cristianesimo».
Potremmo dire che il tarlo della secolarizzazione, il germe della liberazione dal sacro, è stato portato dal cristianesimo insieme al concetto di kenosis (abbassamento, svuotamento di Dio). Il grande studioso Ivan Illich, arrivando a porsi il problema del male e del continuo emergere del sacro, e della violenza che esso comporta, ha affermato: «Mi trovo, come storico, di fronte a una realtà storica, un’epoca che, quanto più la guardo, tanto più mi appare confusa, incomprensibile e incredibile. Non ha nulla a che spartire con nessun’altra epoca storica ... Come spiegare questo male straordinario che non si è visto in altre società, ma solo là dove è stata importata la società occidentale? È qui, a mio parere, che il mysterium iniquitatis mi fornisce una chiave per comprendere il male di fronte al quale oggi sono, e per il quale non so trovare oggi una parola. Come uomo di fede, dovrei chiamarlo il misterioso tradimento o la perversione di quel tipo di libertà che i Vangeli hanno portato ... Quanto più ti permetti di concepire il male che hai sotto gli occhi come un male di nuovo genere, di un genere misterioso, tanto più forte diventa la tentazione – non posso fare a meno di dirlo – di maledire l’incarnazione di Dio». (I.Illich, Pervertimento del cristianesimo, Quodlibet, Macerata 2008, p. 28).
Il mondo moderno, secondo Illich, è coinvolto in un tradimento del suo antecedente cristiano ed è sostanzialmente un tempo apocalittico: «la perdita di fiducia nelle istituzioni moderne esprime non la fine del cristianesimo, ma il disvelamento di quel male misterioso che fece il suo ingresso nel mondo col cristianesimo. Questo male fu identificato dagli autori del Nuovo Testamento come l’Anticristo, un male, essi sostennero, che sarebbe maturato in seno alla chiesa come l’intima e sempre presente possibilità di un tradimento del Vangelo da parte di coloro che avrebbero falsamente proclamato di parlare in suo nome» (Ivi, p. 100).
Questo male, causa del pervertimento continuo e della corruzione (corrupto optimi pessima, ciò che era ottimo, una volta corrotto, è pessimo) del cristianesimo non è una forza esterna, qualcosa che interviene da fuori, ma è insito nel cristianesimo stesso, e tramandato lungo i secoli. È questo il mysterium iniquitatis («Il mistero dell'iniquità è già in atto, ma è necessario che sia tolto di mezzo chi finora lo trattiene», 2Te 2,7). È questa la chiave ermeneutica necessaria per giungere ad un disvelamento definitivo della storia, affinché il regno possa arrivare.
Questa concezione non è lontana dalla vita, ma anzi ci permette di leggere dentro le cose, e demistificare, e decostruire gli oggetti, i fatti, la realtà che ci circonda a partire dalle istituzioni economiche e sociali. «L’Anticristo, che assomiglia in così tante cose a Cristo, e che insegna concezioni globali, responsabilità universale, umile accettazione di quel che viene insegnato anziché personale ricerca della verità, guida attraverso istituzioni. L’Anticristo, o diciamo il mysterium iniquitatis, è il conglomerato di una serie di perversioni con le quali cerchiamo di dare alle nuove possibilità che sono state aperte attraverso il Vangelo, istituzionalizzandole, sicurezza, capacità di sopravvivenza, indipendenza dalle persone singole. Io sostengo che il mysterium iniquitatis ha covato a lungo ... ma oso dire che oggi esso è presente più chiaramente di quanto lo sia stato prima». (Ivi, p. 101, sottolineatura nostra).
Questo è il paradosso del pervertimento del cristianesimo. Il tradimento della Chiesa «non è qualcosa di non-cristiano» ma «è parte della kenosis», è dentro la chiesa stessa, dentro il cristianesimo. E, addirittura, la paradossalità della corruptio optimi è trasferita direttamente in Dio (cfr. Ivi, p. 149).

domenica 15 marzo 2009

Intervento di Antonietta Potente sugli echi del cambiamento politico internazionale

... Bisognerebbe essere un po’ alchimisti, maghi e poeti per poter solidarizzare con tutti coloro che nonostante tutto hanno speranza e pensano, creano e ricreano la storia tutti i giorni...
(Antonietta Potente)

Restiamo svegli sul tempo storico che ci sospinge

di Antonietta Potente


Che è un oceano?
Il mare è solo un lungo sogno

che sta sognando la terra

tra altalene di soli…

È il sogno della terra addormentata su una fiamma…

E che cos’è un sogno ? Un sogno…vediamo…un sogno…

Lasciamo la lezione per domani…

(Dulce Marìa Loynaz. Poetessa Cubana)

Osservo gli ultimi movimenti che si delineano in questa parte di storia dove vivo (Bolivia); percepisco l’importanza di questo tempo, il peso che può gravare sulla vita di tante donne e uomini comuni, bagnati una o più volte in battesimi di sangue e fango, sabbia, roccia, sole e pioggia, per poter incontrare l’arte della vita e il diritto a plasmare il proprio destino.
Scelgo un avvenimento tra tanti, più o meno nitidi; uno di quelli che ha avuto ripercussioni internazionali: la vittoria del «Sì» e dunque l’approvazione della nuova Costituzione politica dello Stato boliviano. Uno Stato, come scandisce lo stesso testo: plurinazionale e multietnico.
Come ogni avvenimento sociopolitico, anche questo provoca echi differenti, sia a livello nazionale che internazionale, ma personalmente non voglio commentare questa nuova possibilità a cui siamo giunti come popolo, ma piuttosto raccolgo alcune domande che, come nel poema che introduce le mie riflessioni, sottendono costantemente la vita e, anche in questo caso, guai se smettessimo di formularle, anche se fosse solo, nel segreto introspettivo delle nostre storie. Che cos’è…un oceano…un mare…una terra addormentata…un sogno. Non a caso ho scelto una poetessa che fa parte della tradizione culturale cubana; non a caso raccolgo il suo eco lasciato nel tempo, ancora più in là del suo sogno o della sua stessa vita e di quella della sua isola.
Come sempre e, sempre più volutamente, le mie riflessioni resteranno sospese nel tempo presente e, come canta questo bellissimo poema…lasceranno la risposta per domani…, così come ogni sogno, davanti a una più o meno certa realizzazione, non cesserà mai di accompagnarci e inseguirci in ogni giorno che ha ancora da venire.

Gli echi storici.
So molto bene che, dovuto alla situazione politica europea e soprattutto italiana, ogni intuizione di cambio alternativo nel panorama politico mondiale, sembra rianimare il respiro di chi sogna ancora una politica diversa da quella che, da anni, si è consolidata nel potere economico e sociale del neoliberalismo postmoderno.
Per questo, capisco che ogni eco che arriva agli orecchi dei sensibili uditori assetati di nuove macro e micro strategie politiche, solleva gli animi e crea un alone di speranza, soprattutto in quelle persone o gruppi che hanno sempre accompagnato processi di autodeterminazione dei popoli in differenti continenti e con differenti soggetti. È dunque normale, che i successi sociali di popolazioni con maggioranza indigena, o la introduzione di nuovi attori politici nel panorama mondiale, come per esempio Obama, facciano pensare alla realizzazione di un sogno. È normale anche che, per lo meno gli ambiti di tradizione di sinistra, guardino con interesse il capillare movimento politico dei popoli latinoamericani, tra riflessioni metafisiche e prassi alternative di vita e di economia.
Ed è proprio dal panorama latinoamericano che, ormai da un po’ di anni, giungono, anche se in modo diverso, echi di cambio. Tutti guardiamo con simpatia e speranza alle quotidiane metamorfosi di paesi come Bolivia, Ecuador, Paraguay, Brasile, convocati e assistiti da un Venezuela sempre più «primo attore». Nonostante tutto ciò, anche queste nazioni coinvolte in processi politici che attirano l’attenzione e alimentano la speranza di molti, in realtà restano ancora avvolti in correnti che in qualche modo bloccano il cammino vincolandole tra vecchio e nuovo.
Forse è per questo che, chi sta da questa parte del mondo, chi ha percepito i primi movimenti strategici di moltitudini di persone nelle loro quotidiane rivendicazioni, tra sogni di dignità e benessere, tra ancestrali fedeltà e nuove strategie economiche e sociali, percepisce che il cammino è ancora lungo. Chi ha visto infatti da vicino e ha avvertito sulla propria pelle e su quella degli altri una sensazione di brivido, vedendo varie volte l’alternarsi di presidenti o interi governi, nel giro di pochi mesi, giorni, ore o secondi, è probabilmente soggetto a una visione più critica su quello che accade nel mondo e anche nel mondo latinoamericano e, certamente non si pacifica e non si accontenta di vedere riuniti i capi di stato di questi paesi emergenti, o ascoltare i loro discorsi, anche quando tra di loro tracciano un’unica trama e una sola strategia.
È proprio su questo punto che irrompono i versi della poetessa cubana e soprattutto l’ultima parte…il sogno…la risposta lasciata per domani… Così che, se pur persistendo e appoggiando i sogni segreti e i concreti processi di cambio e, continuando a contrapporsi energicamente e criticamente a coloro che invece vogliono sviare questi processi e indebolire ogni tentativo alternativo. Mantengo infatti una sottesa nostalgia per qualcosa che, per ora, abbiamo solo visto o… salutato da lontano, come dichiara il testo biblico neotestamentario della lettera agli Ebrei (Cfr. Eb 11).

Il fantasma del populismo.
Circondata dunque da questi processi ancora in atto, vivendo notti inquiete che alimentano pensieri, paure, ma anche ulteriori sogni, mi ritorna in mente un antico testo profetico, a mio avviso molto interessante in questa congiuntura latinoamericana. Mi riferisco ad alcuni versetti del libro profetico di Daniele; una sorta di lamentazione di cui, oggi, come allora, forse non abbiamo ancora compreso il vero significato e la sua potenzialità mistico-politica. nella crescita di un popolo e di una umanità in cerca del riconoscimento della propria maturità, come direbbe Bonhoeffer: un mondo maggiorenne. Ed è proprio stando da questa parte di mondo che oggi come oggi, ritorna questa immagine biblica come una sfida silenziosa e perenne lanciata ai nuovi attori politici o alla politica in generale, una politica che sembra cadere nelle stesse trame di sempre.
Il testo a cui faccio riferimento è quello di Daniele 3,38: …ora non c’è più tra di noi principe, profeta o caudillo, sacerdote e olocausto, sacrificio, oblazione né incenso né un luogo dove possiamo offrire le nostre primizie.
Questo testo, probabilmente raccolto da una lunga litania di dolore, e ricordato sempre in momenti considerati drammatici lungo il cammino di un popolo in ricerca di liberazione, in realtà, a mio parere, sottende qualcosa di molto più profondo e ispiratore. Forse potrebbe diventare una e vera e propria critica a una mentalità che in realtà soggiace dentro ogni visione politica e religiosa di tipo soteriologico (salvatrice).
Infatti, sembra quasi che in ogni processo di liberazione, di crescita e di corresponsabilità socioeconomica, non riusciamo a pensarci senza nessuno che ci guidi, che faccia le veci di noi stessi e delle nostre responsabilità. Sembra quasi che allora, come oggi, tutti cerchiamo comunque e sempre un rappresentante, un mediatore, un leader, qualcuno che guidi.
Mi riferisco a processi di cambio che, in un modo o nell’altro, ricadono in un certo caudillismo o populismo che in fin dei conti è un nuovo processo di dominazione di pochi su una immensità che nessuno può contare e che comunque è la unica e vera protagonista di evoluzioni e rivoluzioni storiche economiche e politiche da cui sono nati questi stessi principi, sacerdoti e caudillos .
L’arte della sopravvivenza alternativa dei popoli, resta un mistero che sottende, qualcosa che, per esempio, dal punto di vista teologico, leggeremmo come una e vera e propria opera alternativa di un sogno divino che come nella genesi dei tempi, sorvolava le acque e creava ancora più caos fino a partorire infinite e differenti esistenze. È comunque certo che quest’arte alternativa non è sinonimo di perfezione o assenza di ambiguità, ma solo teatro di sempre nuove possibili alternative e cambi. E probabilmente è su questo piano che si gioca la lamentazione del profeta. Pensare che il popolo abbia sempre bisogno di persone che facciano da mediatori e quindi da leader politici o religiosi. Da questa lamentazione sembra proprio che non riusciamo mai a stare senza distaccate o evidenti figure istituzionali che ci rappresentino. In questa prospettiva sembra che cadiamo tutti e destra e sinistra si assomigliano e coincidono, così come coincidono istituzioni religiose e politiche.
Mentre il mondo che si considera adulto e cerca bene o male di togliersi di dosso ogni dipendenza, dottrinale, ideologica, il sistema politico anche quello che si presenta come alternativo ai vecchi sistemi, non riesce a inventarsi e pensarsi in un altro modo.
Così che il lamento del profeta che nel quadro biblico si potrebbe anche capire, visto ciò che significavano quei ruoli nell’universo simbolico del popolo di Israele, oggi come oggi, lo potremmo rileggere in un altro modo. Una storia, infatti, che si continua a pensare rappresentata da capi, sacerdoti o profeti non è ancora una società veramente responsabile e creativa. Anzi questi processi assumono un aspetto molto ambiguo rivestendo i processi di liberazione di un tono profondamente populista e sappiamo che ogni populismo è comunque negativo.
Oggi, senza retrocedere o negare i parti storici latinoamericani, sentiamo che il momento che viviamo non è un nuovo ordine politico, ma un tentativo ancora molto lontano da quella che può essere una possibilità alternativa. In realtà anche qui, non abbiamo trovato ancora un altro modo di far politica. Eravamo fiduciosi in sapienze alternative, gestioni differenti della vita e visioni del cosmo diverse. Come donna, in realtà, questa critica e questa paura, la attribuisco a che il modello sociopolitico comune è comunque un modello che fa parte dell’immaginario collettivo maschile di cui, dopo secoli, non possiamo ancora liberarci. Ogni rivoluzione ed evoluzione ci sembra possibile solo se portata avanti da questi rappresentanti maschili. È sintomatico nella profezia di Daniele, come questa lamentazione gira intorno alla mancanza di leader maschili. Così oggi come oggi, la politica latinoamericana soffre ancora questo pericolo; sembra che l’essere umano abbia bisogno di recuperare i suoi eroi, indigeni o meticci, ma comunque leader che si sentono rappresentanti di una moltitudine, dentro processi che per ora assicurano la sopravvivenza ma non sono ancora una vera possibilità alternativa. Senza sottovalutare niente di questi processi in atto nel mondo, non guardiamo la realtà come se queste fossero vere e proprie visioni di liberazione, ma piuttosto, restiamo critici, sentendo che per ora abbiamo solo intravisto qualcosa e che questi sono processi di transizione che vanno accompagnati e che hanno bisogno non solo di sostegno o solidarietà economica e politica, ma di un acuto senso critico e una ascetica vigilanza per non abbandonare un sogno dove prima o poi davvero e per fortuna, non ci saranno più profeti, né principi, né sacerdoti… né luoghi privilegiati per ottenere mediazioni particolari.
So benissimo che queste opinioni sono discutibili e che probabilmente per quelle persone che leggono alcune riviste o alcune pagine web, possono risultare riflessioni pericolose visto che, dopo il forum mondiale tutti continuiamo a pensare che abbiamo già trovato spazi alternativi e che i popoli sono coscienti di questi processi di cambio e soprattutto di ciò che questi processi comportano. Ma la mia inquietudine continua, perché ciò che rende questi processi più deboli non sono solo le minacce esterne, le ambigue politiche internazionali e i giochi economici degli organismi finanziari o la piovra dei poteri di entità transnazionali con le loro mafie politiche affiancate anche da quelle religiose. Ciò che rende precari i nostri processi alternativi sono anche alcuni fattori interni, come per esempio un certo caudillismo politico, o modelli ora mai obsoleti nell’immaginario individuale dell’essere umano postmoderno e soprattutto delle fasce culturali di altre provenienze e in quelle fasce più giovani, ma che in realtà restano in vigenza nel quadro politico più comune. Forse ancora una volta la vittoria delle opposizioni a ogni cambio è proprio questa, far sì che per difendersi, anche questi attori politici che sembrano alternativi, tornino alle vecchie posizioni populiste, con sapore militare, con sapore a welfar state, qualcosa che assicura la mediocrità di ogni cittadino, qualcosa che comunque perpetua relazioni ambigue tra i generi, qualcosa che comunque serve per educare a una visione del mondo profondamente ristretta, fuori da ogni parto di dialogo storico, dove l’individuo senza le solite strutture sociali non è niente ed entra in preda di una depressione politica e sociale oltre che psicologica. Errori che si ripetono incessantemente, anche se gli uni accusano gli altri di averli propiziati, da un lato proprio in questi paesi dove comunque la maggioranza è sempre stata in balia di credi religiosi o politici con annunci assistenziali di liberazione che, in realtà, hanno fatto sì che la coscienza umana restasse legata al filo della dipendenza, e dell’infanzia spirituale e sociale, proprio perché chi assicurava la liberazione e la vita era comunque un intermediario, un mediatore e se rappresentante del sesso maschile, meglio.
Oggi, mentre i processi di autodeterminazione dei popoli si sono intensificati ciò che non si è intensificato è la struttura di questo processo che comunque segue sempre gli stessi parametri e dunque tiene, gli stessi rischi, cadendo in una prassi che più che assumere i colori di un processo di autonomia dell’essere umano, sembra restare costantemente ancorato a quello stato primordiale di bisogno che ha fatto dell’essere umano un essere religioso, ma decisamente non mistico o delle sue intuizioni sociopolitiche un eterno ritorno simile a quello dell’olimpo degli dei greci.
Come ci piacerebbe invece, pronunciare questa lamentazione al rovescio: …per fortuna oggi non abbiamo più principe, profeta, sacerdote… perché come si sognava in un altro testo biblico, per bocca del profeta Gioele, tutti hanno la possibilità di sognare: anziani e giovani, liberi e schiavi divenuti liberi… (Cfr. Gio 3,1-2).
Forse questa è una anarchica illusione, può darsi, ma è comunque una intuizione di chi continua a credere nei parti di sopravvivenza di donne e uomini comuni, nei percorsi della ricerca e dell’osare umano, nel desiderio di sfociare in altre dinamiche di resistenza e di vita, perché, come direbbe il filosofo Edgar Morin, la prosa ci fa solo sopravvivere mentre la poesia invece, ci fa vivere…
Purtroppo, ci sembra che la politica sia ancora legata alla prosa e che ogni cambio, in fin dei conti ci porta alla mediocrità di essere cittadini, indigeni o meticci, ma comunque mediocri cittadini assicurati dalla certezza che qualcuno penserà e veglierà su di noi e ci assicurerà la sopravvivenza.
Un’antica dialettica dunque, tra la mediocrità di una storia che mi assicura il sopravvivere e la creatività di un sogno che risveglia costantemente, come ispirazione poetica, per poter vivere e non solo sopravvivere.
Europa come sempre, soprattutto la sinistra, forse guarda con speranza a questi movimenti con sapore rivoluzionario dei popoli, forse anche per consolarsi o per tranquillizzare la propria coscienza dopo il fallimento di una politica nazionale ed estera decisamente mal gestita. E così, oggi come oggi a questo sogno si è aggiunto anche il mito di Obama con tutto ciò che questa persona rappresenta nell’identità individuale e collettiva della complessità nordamericana. Ma nella vita concreta di chi davvero ha lottato in lunghi e inquietanti dormiveglia e più volte, ha attraversando i sentieri del limite e della sopravvivenza, il mito non basta più. Così come non gli basta più il senso di un immaginario collettivo, perché vuole camminare ancora con le sue proprie gambe. È così che la sua creativa resistenza scompiglia le correnti sicure e statiche dei venti che nacquero come moti vorticosi incontenibili ma che la ufficialità li ha resi ripetitivi e piatti, come coltri pesanti sul cammino dei popoli. Riconosciamo dunque che noi esseri umani ci muoviamo ancora nell’ottusa visione di coloro che pensano che gli altri hanno sempre bisogno di qualcuno e così abbiamo costruito i nostri universi simbolici individuali e collettivi e atrofizziamo il sogno, per fortuna esiste una incoscienza totale, che sospinge i sogni e trasforma le notti in spazi di significative ricerche e di inquietanti attese.
Restiamo dunque attenti, attente, come testimoni di un sogno che si muove nell’esistenza di donne e uomini comuni che, probabilmente, senza conoscere tutta la storia ideologica dei partiti e delle correnti politiche, ha il bellissimo sentore di una «altra vita possibile», un’altra storia, un’altra logica, altri rapporti, altri scambi, altri progetti istituzionali, altre leggi e altri cammini culturali e sapienziali di questa sinergica storia eco-antropologica.

venerdì 27 febbraio 2009

Commento al vangelo di domenica 1 marzo

Cambiare mente

Subito dopo lo Spirito lo sospinse nel deserto e vi rimase quaranta giorni, tentato da satana; stava con le fiere e gli angeli lo servivano. Dopo che Giovanni fu arrestato, Gesù si recò nella Galilea predicando il vangelo di Dio e diceva: «Il tempo è compiuto e il regno di Dio è vicino; convertitevi e credete nel vangelo».
(Marco 1,12-15)

Banksy, murale realizzato sul Muro tra Israele e Palestina, 2005


Nel deserto

Il primo capitolo del Vangelo di Marco comincia con la preparazione della missione pubblica di Gesù. Dopo il battesimo, che rappresenta l’abilitazione carismatica alla sua missione (e probabilmente quello che storicamente fu l’ingresso nella comunità dei discepoli di Giovanni il Battista), Gesù viene «spinto nel deserto dallo Spirito».
Il periodo trascorso nel deserto, dove il Nazareno «rimase quaranta giorni, tentato da satana», indica un momento nel quale Gesù maturò la convinzione e la necessità di un nuovo annuncio. Una maturazione che lo portò a staccarsi dal gruppo dei discepoli di Giovanni. «L’esperienza del deserto, i contatti con Giovanni [...] possono ritenersi determinanti per la decisione che Gesù doveva prendere. Innanzitutto anch’egli [come Giovanni] si rendeva maggiormente persuaso che la storia della salvezza era a una svolta; il ‘giudizio’ di cui parlava Giovanni e la ‘nuova alleanza’ prevista dai monaci esseni non faceva che confermarlo. Il rinnovamento radicale [...] atteso dai profeti si poteva ritenere davvero imminente» (O. da Spinetoli, Gesù di Nazaret, Molfetta 2005, pag. 45).
Quello passato nel deserto, dunque, non è un tempo (kronos) trascorso realmente, ma uno stato esistenziale, un tempo di ricerca, di prova e di verifica. Un «luogo» dove Gesù matura una scelta, una convinzione nuova, che lo porterà alla missione pubblica. Così l’evangelista del Vangelo di Marco utilizza una tipologia narrativa che si ritrova molte volte nelle Scritture ebraiche e che ha un significato di facile identificazione all’interno della tradizione ebraica: ritirarsi nel deserto, in un luogo appartato, per maturare una decisione importante, per prepararsi ad una missione per conto di Dio. Marco intende comunicare questo tempo di prova, descrivendo ai suoi interlocutori la permanenza di Gesù in un «luogo», il deserto, in cui avviene la maturazione umana e spirituale che ha portato Gesù ad iniziare la sua missione nei villaggi della Galilea.
«Il ‘tempo’, a detta di Marco, era ‘compiuto’ (1,15). L’espressione che l’evangelista pone in bocca a Gesù, quale tema della sua prima predicazione, riassume questa sua profonda convinzione che coincide con quella dei vicini interlocutori. Tutti erano proiettati verso la grande speranza a cui Israele aveva sempre guardato e che si affacciava agli uomini della presente generazione» (Ibidem).


Il tempo è compiuto

Dopo l’arresto di Giovanni, Gesù inizia la sua predicazione. L’arresto di Giovanni è un fatto sconvolgente per Gesù. La sorte del Battista – e Marco vuole indicarlo ai suoi lettori – presagisce la stessa sorte che toccherà al profeta di Nazaret, anch’egli infatti sarà «consegnato».
Non sappiamo se fu davvero l’arresto di Giovanni a spingere Gesù ad uscire allo scoperto, e a raccogliere personalmente il messaggio di conversione predicato da Giovanni. Senz’altro Gesù fu spinto da questo messaggio di cambiamento, lo fece suo e gli diede un carattere di radicalità particolare, sentendo il bisogno di annunciarlo a tutti.
Gesù sceglie la Galilea come luogo del suo annuncio: non la Giudea di chi andava devotamente a farsi battezzare da Giovanni, ma la «Galilea delle genti», la terra dei pagani e di coloro che avevano una fede dubbia, in fondo la sua terra. Il Galileo sente il bisogno di andare dalla parte dei peccatori.
E Gesù comincia a predicare la buona novella di Dio, l’evangelo: «Il tempo è compiuto e il regno di Dio è vicino; convertitevi e credete nel vangelo». Il tempo è compiuto: si aspetta un evento risolutivo dell’ordine esistente, una nuova creazione (una palingenesi), in cui Dio avrebbe instaurato il suo regno, la sua signoria sul mondo. Questo necessita di una conversione (un metànoia), un cambiamento della mente e della vita. Per Gesù, questa convinzione diventa lo scopo primario della sua missione. Non è più necessario purificarsi dai propri peccati attraverso un battesimo nel fiume Giordano, come proponeva Giovanni, ora occorre rendersi conto che «il tempo è compiuto» e che bisogna «cambiare mente». Occorre entrare in una nuova dimensione, una dimensione radicale che investe tutta la vita.
Per questa missione Gesù si adopera e viaggia per le strade della Palestina, passa nei villaggi, incontra la gente. Gesù non passa per le grandi città del tempo, non tocca i grandi centri ma si concentra sui piccoli villaggi di pescatori e di gente semplice.
Gesù e i suoi discepoli sono sempre in cammino, sulla strada, per incontrare le persone e per muoversi nel loro ambiente di vita. Il Nazareno, dunque, non è all’interno di una istituzione, e questo non gli fornisce nessuna garanzia, nessuna credenziale particolare nei confronti della gente che lo ascolta. «Egli va considerato come un predicatore marginale, cioè privo di autorità riconosciuta, non legittimato dai poteri istituzionali, senza credenziali. Poteva trovare un riconoscimento solo attraverso la reazione diretta della gente. In alcuni suscitava attrazione, speranza di poter raggiungere, mediante lui, le proprie aspirazioni. In altri provocava, come abbiamo visto, interesse, dubbio o sospetto. In altri, infine, opposizione anche mortale». Un predicatore marginale che si faceva portatore di un grande sogno: «Gesù non promette solo emancipazione dal bisogno o egalitarismo. Promette una nuova era» (A. Destro, M. Pesce, L’uomo Gesù. Giorni, luoghi, incontri di una vita, Milano, 2008, p. 98-99).


Un sogno

Per Gesù il sogno era rappresentato dal regno di Dio, un regno di giustizia, pace, amore. Per realizzare e per accogliere questo sogno occorreva «cambiare mente», mutare profondamente la propria vita accogliendola nella sua umanità, nella sua vitalità.
Il sogno di Gesù è stato il sogno di tanti uomini e di tante donne che hanno lottato nel corso della storia per la liberazione. Ed è il sogno che ancora oggi, uomini e donne, nonostante lo scoraggiamento e le difficoltà di una situazione globale iniqua, che sempre più sembra precipitare, continuano a sognare durante le loro veglie notturne. Continuiamo ad alimentare questo sogno, per unirci a coloro che lo hanno fatto proprio nella storia, nella loro vita.

«Oggi vi dico, amici, non indugiamo nella valle della disperazione, anche di fronte alle difficoltà dell'oggi e di domani, ho ancora un sogno [...]. Sogno che un giorno ogni valle sarà ricolmata, ogni collina e ogni montagna si abbasserà, i luoghi impervi diverranno piani e quelli tortuosi si raddrizzeranno e la gloria del Signore verrà rivelata, e tutti gli uomini la vedranno insieme. Io sogno che un giorno la nazione sorgerà a vivere il vero significato del suo credo, che tutti sono creati uguali. Sogno che un giorno sulle rosse colline della Georgia figli di antichi schiavi e figli di antichi schiavisti potranno sedere insieme alla tavola della fratellanza. Sogno che un giorno l’Alabama sia trasformato in uno stato dove bambine e bambini negri potranno dare la mano a bambini e bambine bianche, e camminare insieme come fratelli e sorelle. Sogno che i miei quattro figli vivranno un giorno in una nazione in cui non saranno giudicati dal colore della pelle ma dal contenuto del loro carattere. Con questa fede staccheremo dalla montagna dell’angoscia una scaglia di speranza, con questa fede potremo lavorare insieme, cercare insieme la libertà, andare in prigione insieme, sapendo che un giorno saremo liberi. Questo avverrà il giorno in cui tutti i figli di Dio saranno capaci di cantare con un nuovo significato ‘possa risuonare la libertà’.[…] Questo avverrà quando tutti i figli di Dio, neri e bianchi, ebrei e gentili, protestanti e cattolici, saranno capaci di prendersi per mano e cantare quell’antico spiritual degli schiavi negri: ‘Finalmente liberi! Finalmente liberi! Grazie a Dio onnipotente, siamo finalmente liberi!’»

(Martin Luther King, dal discorso della marcia su Washington, 28 agosto 1963)

giovedì 26 febbraio 2009

Intervista a Hans Kung

Questa Chiesa diventerà una setta

(da La Stampa del 25 febbraio 2009)


Alto e magro, con il volto glabro e il ciuffo ribelle, Hans Küng, considerato il massimo teologo cattolico dissidente vivente, riceve nel suo studio di Tubinga dai muri tappezzati di libri, dove i suoi - tradotti in tutte le lingue - occupano il posto d’onore.

Professore, come giudica la decisione del Papa di togliere la scomunica ai quattro vescovi integralisti di monsignor Lefebvre, uno dei quali, Richard Williamson, è un negazionista?

«Non ne sono rimasto sorpreso. Già nel 1977, in una intervista a un giornale italiano, Monsignor Lefebvre diceva che “alcuni cardinali sostengono il mio corso” e che “il nuovo cardinal Ratzinger ha promesso si intervenire presso il Papa per trovare una soluzione”. Questo dimostra che la questione non è né un problema nuovo né una sorpresa. Benedetto XVI ha sempre parlato molto con queste persone. Oggi toglie loro la scomunica, perché ritiene che sia il momento giusto per farlo. Ha pensato di poter trovare una formula per reintegrare gli scismatici i quali, pur conservando le loro convinzioni personali, avrebbero potuto dare l’impressione di essere d’accordo con il concilio Vaticano II. Si è proprio sbagliato».

Come spiega il fatto che il Papa non abbia misurato la dimensione della protesta che la sua decisione avrebbe suscitato, anche al di là dei discorsi negazionisti di Richard Williamson?

«La revoca delle scomuniche non è stato un errore di comunicazione o di tattica, ma un errore del governo del Vaticano. Anche se il Papa non era a conoscenza dei discorsi negazionisti di monsignor Williamson e lui personalmente non è antisemita, tutti sanno che quei quattro vescovi lo sono. In questa faccenda il problema fondamentale è l’opposizione al Vaticano II, in particolare il rifiuto di un rapporto nuovo con l’ebraismo. Un Papa tedesco avrebbe dovuto considerare centrale questo punto e mostrarsi senza ambiguità nei confronti dell’Olocausto. Invece non ha valutato bene il pericolo. Contrariamente alla cancelliera Merkel, che ha prontamente reagito.Benedetto XVI è sempre vissuto in un ambiente ecclesiastico. Ha viaggiato molto poco. E’ sempre rimasto chiuso in Vaticano - che è assai simile al Cremlino d’un tempo -, dove è al riparo dalle critiche. All’improvviso, non è stato capace di capire l’impatto nel mondo di una decisione del genere. Il segretario di Stato, Tarcisio Bertone, che potrebbe essere un contropotere, era un suo subordinato alla Congregazione per la dottrina della fede; è un uomo di dottrina, completamente sottomesso a Benedetto XVI. Ci troviamo di fronte a un problema di struttura. Non c’è nessun elemento democratico in questo sistema, nessuna correzione. Il Papa è stato eletto dai conservatori e oggi è lui che nomina i conservatori».

In che misura si può dire che il Papa è ancora fedele agli insegnamenti del Vaticano II?

«A modo suo è fedele al Concilio. Insiste sempre, come Giovanni Paolo II, sulla continuità con la “tradizione”. Per lui questa tradizione risale al periodo medioevale ed ellenistico. Soprattutto non vuole ammettere che il Vaticano II ha provocato una rottura, ad esempio sul riconoscimento della libertà religiosa, combattuta da tutti i papi vissuti prima del Concilio». L’idea di fondo di Benedetto XVI è che il Concilio vada accolto, ma anche interpretato: forse non al modo dei lefebvriani, ma in ogni caso nel rispetto della tradizione e in modo restrittivo. Per esempio è sempre stato critico sulla liturgia. E ha una posizione ambigua sui testi del Concilio, perché non si trova a suo agio con la modernità e la riforma, mentre il Vaticano II ha rappresentato l’integrazione nella Chiesa cattolica del paradigma della riforma e della modernità. Monsignor Lefebvre non l’ha mai accettato, e nemmeno i suoi amici in Curia. Sotto questo aspetto Benedetto XVI ha una certa simpatia per monsignor Lefebvre. D’altra parte trovo scandaloso che, per i 50 anni dal lancio del Concilio da parte di Giovanni XXIV, nel gennaio 1959, il Papa non abbia fatto l’elogio del suo predecessore, ma abbia scelto di togliere la scomunica a persone che si erano opposte a questo concilio».

Che Chiesa lascerà questo Papa ai suoi successori?

«Penso che difenda l’idea del “piccolo gregge”. È un po’ la linea degli integralisti: pochi fedeli e una Chiesa elitaria, formata da “veri” cattolici. È un’illusione pensare che si possa continuare così, senza preti né vocazioni. Questa evoluzione è chiaramente una restaurazione, che si manifesta nella liturgia, ma anche in atti e gesti, come dire ai protestanti che la Chiesa cattolica è l’unica vera Chiesa».

La Chiesa cattolica è in pericolo?

«La Chiesa rischia di diventare una setta. Molti cattolici non si aspettano più niente da questo Papa. È molto doloroso».

Lei ha scritto: «Com’è possibile che un teorico dotato, amabile e aperto come Joseph Ratzinger abbia potuto cambiare fino a questo punto e diventare il Grande Inquisitore romano?». Allora, com’è possibile?

«Penso che lo choc dei movimenti di protesta del 1968 abbia resuscitato il suo passato. Ratzinger era un conservatore. Durante il Concilio si è aperto, anche se era già scettico. Con il ‘68, è tornato a posizioni molto conservatrici, che ha mantenuto fino a oggi».

Lei pensa che possa ancora correggere questa evoluzione?

«Quando mi ha ricevuto, nel 2005, ha fatto un atto coraggioso e io ho veramente creduto che avrebbe trovato la via per le riforme, anche se lente. In quattro anni, invece, ha dimostrato il contrario. Oggi mi chiedo se sia capace di fare qualcosa di coraggioso. Tanto per cominciare, dovrebbe riconoscere che la Chiesa cattolica attraversa una crisi profonda. Poi potrebbe fare un gesto verso i divorziati e dire che, a certe condizioni, possono essere ammessi alla comunione. Potrebbe correggere l’enciclica Humanae vitae, che nel 1968 ha condannato tutte le forme di contraccezione, dicendo che in certi casi l’uso della pillola è possibile. Potrebbe correggere la sua teologia, che data dal Concilio di Nizza (325). Potrebbe dire: “Abolisco la legge del celibato”. È molto più potente del Presidente degli Stati Uniti! Non deve rendere conto a una Corte Suprema! Potrebbe anche convocare un nuovo Concilio».

Un Vaticano III?

«Permetterebbe di regolare alcune questioni rimaste in sospeso, come il celibato dei preti e la limitazione delle nascite. Si dovrebbe prevedere un modo nuovo per eleggere i vescovi, che contempli il coinvolgimento anche del popolo. L’attuale crisi ha suscitato un movimento di resistenza. Molti fedeli si rifiutano di tornare al vecchio sistema. Anche alcuni vescovi sono stati costretti a criticare la politica del Vaticano. La gerarchia non può ignorarlo».La sua riabilitazione potrebbe far parte di questi gesti forti?«In ogni caso sarebbe un gesto ben più facile del reintegro degli scismatici! Ma non credo che lo farà, perché Benedetto XVI si sente più vicino agli integralisti che alle persone come me, che hanno lavorato al Concilio e l’hanno accettato».


(Copyright Le Monde - a cura di N. Bourcier e S. Le Bars)



__________________________________________________________________

Questo BLOG è stato inserito tra i siti del portale

"EVANGELO DAL BASSO"
(http://www.evangelodalbasso.net/).


"Evangelo dal Basso.net" (EdB) è il portale che segnala e apre i siti Internet di gruppi e movimenti indipendenti dalle gerarchie ecclesiastiche che, aspirando a un profondo rinnovamento della riflessione e della vita delle chiese a partire dall’ispirazione e dalle acquisizioni del Concilio Vaticano II e del movimento ecumenico, propongono la lettura della Parola di Dio alla luce delle proprie esperienze di fede.Il portale serve anche a diffondere informazioni e documenti che trovano poca o nessuna eco sui mass-media sia religiosi che laici.

_______________________________________________________________