giovedì 27 marzo 2008

Sulle conversioni mediatiche

L'altra Ratisbona di Benedetto XVI
di Filippo Gentiloni

Non neghiamo certamente a Magdi Allam il diritto a convertirsi al cattolicesimo, come non negheremmo a Paolo Mieli quello di convertirsi all'islam. Affari loro. Quello che ci meraviglia - e ci scandalizza - è il chiasso mediatico certamente previsto, anzi addirittura provocato. Non ci aspettavamo certamente un battesimo celebrato addirittura dal papa, sotto gli occhi dei mass media di tutto il mondo. Perché mai? Non sarebbe stato più serio un battesimo tranquillo nella normale parrocchia della normale abitazione? Perché questa ostentazione?


Lo chiediamo al neofita e soprattutto al Vaticano. Eppure il Vaticano deve sapere bene quanto i rapporti fra il cattolicesimo e il mondo islamico siano difficili. Quanto sia stato arduo far dimenticare la gaffe di Ratisbona, quando era sembrato che Benedetto XVI attribuisse all'islam desideri di conquista. E quanto anche la conversione di Magdi Allam possa apparire al mondo islamico come una conquista.

Il Vaticano non può non tener conto del fatto che nelle guerre del mondo entri più o meno direttamente anche lo scontro religioso. I media daranno più risalto a questa conversione che non all'incontro di questi giorni in Vaticano fra teologi islamici e cristiani.

E allora perché? La risposta, forse, dovrebbe far ricorso alla paura di scomparire e al desiderio di essere presenti in prima pagina.

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Adriano Prosperi: «La storia cristiana è anche più violenta»
Il massimo storico italiano dell'età della Riforma avverte sull'uso politico della religione: «Le conversioni spettacolari aumentano i conflitti»

di Matteo Bartocci

Adriano Prosperi è ordinario di Storia dell'età della Riforma e della Controriforma alla Scuola Normale di Pisa. E' il massimo studioso italiano dell'Inquisizione romana e il suo ultimo libro per Einaudi («Dare l'anima. Storia di un infanticidio») affronta, tra l'altro, proprio il problema del battesimo.

Professor Prosperi, ci sono precedenti di un papa che battezza un musulmano a san Pietro?
All'inizio del '500, in piena riforma protestante, Leone X battezza un musulmano marocchino che da lui prende il nome di Leone Africano. E' un episodio importante per la storia della cultura europea e all'epoca fu molto noto, Africano diventò subito un personaggio pubblico molto conosciuto. Ma il processo di conversione è comunque caratterizzato da una sua spettacolarità, perché il convertito è portatore di una testimonianza importante. La storia del cristianesimo è segnata fin dall'inizio dalle conversioni. I «modelli» principali sono due, quella di Pietro, lunga e tormentata, e quella fulminea di Paolo. A volte le conversioni sono state decisive per la storia stessa della Chiesa: quella di Costantino cambia completamente la posizione dei cristiani nell'impero romano, perché da quel momento il cristianesimo si presenta come religione ufficiale.

Di recente sono tanti i convertiti «celebri». Prima di Natale lo ha fatto Tony Blair. Perché la religione torna ad avere questa funzione pubblica e politica così rilevante?
Nel Medio Evo se si convertiva il sovrano si convertiva il popolo: cuius regio eius religio. La conversione di Clodoveo dà inizio alla storia cristiana della Francia. Oggi il carattere clamoroso di una conversione discende solo dalla notorietà pubblica e dalla visibilità del personaggio. Quello di Allam è dunque un gesto che riaccende una tradizione che si era sopita. Dal '700 in poi eravamo stati abituati a considerare quello che accade nell'anima di una persona come un suo fatto spirituale, da rispettare senza invadere la sua coscienza. Anche perché insistere su un aspetto così spettacolare della conversione in passato è stato strumento di conflitti.

Crede che la Chiesa abbia intenzione di riprendere una politica di conversione a danno delle altre fedi?
Di fatto sì. Questi due atti: la preghiera per la conversione agli ebrei e il risalto alla conversione di un musulmano denotano la decisione di manifestare con forza la carica di verità del cattolicesimo. Certamente si sta aprendo un confronto sulla vera religione. Non che i cattolici abbiano iniziato, ma una violenza religiosa che sembrava sopita rischia ora di riaccendersi.

Non è imbarazzante per la Chiesa che sul principale giornale italiano il convertito definisca tutto l'Islam «fisiologicamente violento e storicamente conflittuale»?
Su questo si può discutere. Sarebbe come dire che si condanna il cristianesimo come violento perché nel '500 durante la strage di san Bartolomeo le campane di Roma suonarono a festa. Allora la religione cristiana era fortemente violenta, e la violenza era quasi essenziale alla conversione, si teorizzava che la soluzione per cancellare la differenza fosse uccidere il diverso. Anche per i sovrani: Enrico III ed Enrico IV furono uccisi da fanatici religiosi. Allo stesso modo l'Islam non è sempre stato aggressivo. Durante la lunghissima storia dell'impero turco la religione islamica era tollerante. E' accaduto di frequente che cristiani con convinzioni poco ortodosse fuggissero a Costantinopoli. E lo stesso accadde, dal 1492, con gli ebrei che rifiutarono il battesimo forzato in Spagna. Oggi sembra ovvio il contrario ma in passato il mondo musulmano rispettava gli ebrei. Quel conflitto è frutto soprattutto del XX secolo, fino ad allora gli ebrei in Palestina godevano di condizioni di tolleranza migliori rispetto agli stati cristiani d'Europa. Come vede, davanti all'assolutezza della teologia la storia dimostra che le varie posizioni si modificano nel tempo. Generalizzazioni di quel tipo su cristiani o musulmani violenti vanno semplicemente respinte.

Alcuni commentatori, soprattutto di cultura araba e fede musulmana, parlano di una «seconda Ratisbona».
Bisognerà vedere se accentuerà la conflittualità oppure, come le beatificazioni, sarà vista come un fatto celebrativo, la vittoria di alcuni seguaci religiosi su altri. Certo, la conversione è un atto pacifico, tipico del proselitismo ma è un fenomeno da non sottovalutare. Proporla come atto pubblico può accentuare il carattere religioso di un conflitto Islam-Occidente che finora è stato soprattutto politico. E' in atto in tutto il mondo un uso politico della religione di cui siamo testimoni e vittime. Il terrorismo cosiddetto islamico è un uso sistematicamente politico della religione. Ma senza scomodare Machiavelli lo stesso accade anche da noi. La religione è una forza da cui si può ricavare potere.


(articoli tratti da il manifesto di mercoledì 26 marzo 2008)

giovedì 6 marzo 2008

Tanto per ridere...

Tanto per ridere... con un tono dissacrante e per tornare ad essere un po' più leggeri proponiamo uno dei pezzi di satira che riteniamo tra i migliori dell'ultimo periodo. Corrado Guzzanti a Parla con me (Rai 3), nella puntata di domenica 2 marzo 2008, si esibisce in un'interpretazione iperrealista e tragicomica del personaggio "don Pizzarro". Un monsignore della curia romana spregiudicato ma essenzialmente aderente alla realtà dei fatti e al pensiero delle gerarchie.







Da il manifesto di martedì 4 marzo 2008.

Don Pizzarro, alza il morale della satira
di Norma Rangeri

Nella notte di Raitre è tornato Corrado Guzzanti e bisogna festeggiare. L'interprete di indimenticabili ritratti (l'affranto Rutelli durante la campagna elettorale del 2001, quando la satira alzò il morale del tele-elettore), torna a una vecchia, esilarante maschera: un monsignore dall'aspetto trasandato, con forte accento romanesco, molto pelo sullo stomaco. E soprattutto miscredente. Come ai vecchi tempi dell'Ottavo nano (il personaggio del maccheronico teologo è ripreso da quel fortunato programma), a fargli da spalla c'è Serena Dandini, ospite di padre Pizzarro a Parla con me, la domenica notte.

Questo burocrate della chiesa, che oltretutto è padre («c'ha ragione mi fijo: stamo ar medioevo»), non riesce a capire cosa vuole fare il devoto Ferrara sull'aborto. Lo va a trovare e lo scopre immerso in una vasca (omaggio allo sketch del Decameron di Daniele Luttazzi), in piena confusione («nun sa nemmeno se è d'accordo co' se stesso»), così gli propone una mediazione («tanto pe' fallo contento, j'ho detto, a Giulià famo 'na cosa più piccola, a ste ragazze levamoje i punti della patente»). Padre Pizzarro è un tipo che non ha tempo da perdere («a Giulià, er Fojo c'ha quattro pagine, la prossima enciclica ce n'ha trecento, io vado a lavorà»), e quando la Dandini si mostra delusa dal suo pragmatismo senza principi («ma padre, pensavo ci fossero dei valori dietro»), lui reagisce con un soprassalto, guardandosi le spalle («ahò, m'hai fatto spaventà»).

Tutti i temi eticamente sensibili passano sotto lo sguardo cinico del teologo senz'anima, convinto che la scienza abbia perfettamente ragione: «l'universo è a undici dimensioni, infiniti universi paralleli, ce stanno l'equazioni, ma de che stamo a parlà, ancora delle apparizioni alle pastorelle? de dio ce ne ponno sta uno come sedici, più due donne e quattro giapponesi».

A Parla con me, un'altra brava attrice, Paola Cortellesi, offre scampoli di satira sopraffina nello spot contro la laicità, famoso per lo slogan «laico, se lo conosci lo eviti, se non lo conosci è meglio». Ma il programma della Dandini, come Che tempo che fa di Fabio Fazio (con Antonio Albanese e Luciana Littizzetto), sono isolate enclave di libertà, eccezioni alla regola.

Il ritorno di Guzzanti fa solo immaginare cosa sarebbe la televisione (e questa campagna elettorale) se solo ci fosse visibilità per tutti i talenti della satira, relegati invece a tarda ora, confinati a Raitre, o democraticamente licenziati come nel caso di Luttazzi.


Di seguito il testo di Corrado Guzzanti.

Serena: bene è venuto il momento di affrontare dei temi delicatissimi ma importanti che rischiano anche di entrare in campagna elettorale, parleremo di etica, di aborto, di Dio, del rapporto fra stato e chiesa. E ho la fortuna di poterne parlare con una personalità di altissimo valore, un eminente teologo che ho già incontrato qualche anno fa. Noi vorremmo superare questo divario storico fra laici e cattolici, perché forse è venuto il momento di far cadere anche questo muro; capirci meglio, perché forse credenti e non credenti tutto sommato la pensano meno diversamente di quanto crediamo. Diamo il benvenuto a sua eminenza padre Pizzarro
Pizarro: bonasera. Ammazza quanta gente, ma che c’è a partita?
Serena: buonasera padre, ovviamente non posso che cominciare le polemiche più recenti che riguardano il tema della legge 194 sull’interruzione di gravidanza…le donne non
Pizarro: Ma guarda sta cosa io nullò capita, pure ste quattro caciarone co sti cartelli stanno a fa un porverone quanno se sta a parlà de tutto e de gnente. Guarda che io mica so antifemminista, mica dico caa donna deve fa la calza, ormai me costa più de lana che compralla già finita dai cinesi
Serena: ma come, padre, di tutto e di niente? c’è un tema che è importante tanto che ci hanno fatto anche un partito sulla la moratoria dell’aborto, no Giuliano Ferrara qual è la vostra posizione? Siete in disaccordo?
Pizarro: ma no semo d’accordo, ma non sa manco lui che vole fa lo ce so andato a parlà co’ ferrara, stava dentro a sta vasca, in una confusione…vabbè… Gli ho detto a Giulià, ma che dobbiamo fa esattamente, spiegame. che vordì a moratoria sull’aborto? A moratoria sulla pena di morte vuol dire impedire di ammazzà i condannati, a queste glie impediamo de abortì?
No dice lui, non potemo obbligà una a partorì pe forza
- allora a 194 a lasciamo così
- no, dice lui, è omicidio!
- E quindi che famo? a cambiamo sta legge?
- Nun ho detto questo
- E che hai detto giulià?
- Vojo fa na battaglia curturale
- Ma allora va fa i girotondi daa vita che ce vai a fa in parlamento in parlamento? In parlamento se fanno e leggi (voi cambià a legge? )
- Si no però Bò bà
- Gli ho detto: a giulià (guarda l’orologio) er fojo ci ha quattro paggine, a prossima enciclica ce n’ha trecentosessanta, io vado a lavorà, se vedemo n’artra vorta…
Serena: ah tutto qua?
Pizarro: ma amica mia sull’aborto due so e cose, o lo vietiamo e ricominciano quelli clandestini o lo lasciamo così, ma che poi fa partorì una pefforza? Che famo je commissariamo er corpo? Je mannamo i carabinieri? Nun ze po’ fa magari!, nun ce lo fanno fa, nun ce lo faranno mai fa. È na battaglia persa. Accontentamose, continuiamo quello che stamo a fa continuiamo a piazzà obiettori de coscienza da per tutto che poi je famo fa carriera e all’artri no e va bene così.
Al massimo jo detto a Giulià tanto pe’ fallo contento, famo ‘na cosa più piccola , ho detto a ste ragazze lavamoje i punti della patente…
Serena: i punti della patente a chi abortisce?
Pizarro: mbè? se non porti avanti a gravidanza, allora non porti manco a machina, sei n’assassina, delinguente magari me vieni pure addosso, bò a lui non glie stava bene, vabbé. . . vò andà ar senato, deve andà ar senato. . . vo’ fa na cosa sua
Serena: comunque voi continuate a vietare l’uso del preservativo, preferite che si muoia di aids piuttosto che permettere l’uso di un anticoncezionale, cos’é? Una vita che deve ancora nascere vale di più di una che c’è già?
Pizarro: esatto guarda (noi se semo concentrati proprio su) a noi ce interessa proprio la vita dal concepimento alla nascita, già un quarto d’ora dopo non gliene frega più niente a nessuno, prova a cercà n’asilo nido…
Serena: questo perché la vita di un nascituro è innocente e noi altri siamo tutti peccatori?
Pizarro: no un momento, che ‘innocente’! noi amo stabilito che la vita è innocente fino alla terza settimana, poi se carica er peccato origginale, me dispiace ma soo carica, su sto fatto daa mela ce stiamo dentro tutti…
Serena: ma almeno la pillola del giorno dopo?
Pizarro: ma te pigli na pillola il giorno prima e te ne vai a dormì
Serena: Vabbhè ci sono tante cose che dividono laici e cattolici…però non dobbiamo fare un muro contro muro, comunque siamo tutti d’accordo nella difesa della vita, che la vita è un valore assoluto. . .
Pizarro: Ma che vordì? Ma questo è un grosso equivoco a noi ce fa pure comodo ma nun è vero peggnente. . . sveiateve!
Serena: In che senso?
Pizarro: Ma che pensi che semo tutti pella vita allo stesso modo? Ma che pensi che la difesa della vita nostra e la difesa della vita nostra so uguali? Ma manco pe niente:
I laici pensano che è un valore assoluto noiartri pensamo che è un valore relativo che ci ha donato dio. Er padrone è lui e ce dobbiamo fa quello che dice lui. . . E che pensi che senfuturo la scienza se inventa un modo de fa diventà a gente immortale, che per un laico sarebbe er massimo daaaffermazione della vita, che pensi che noi semo daccordo?
Serena: no?
Pizarro: Ma nun zemo d’accordo peggnente! , amo deciso che a na cert’ora se deve morì e se deve morì! sennò ar regno dei cieli quanno ci annamo? Lo vedi che so du cose diverse? Stamo a fa er gioco delle tre carte peffà sembrà che semo tutti d’accordo ma nun semo d’accordo fondamentarmente peggnente.
Serena: perché per voi…
Pizarro: Bisogna morìììì, bisogna morìììì! Bisogna da nasce e bisogna morì! Bisogna da nasce e bisogna morì!
Serena: ho capito.
Pizarro: Ooooh! Prolife ma pure proafterlife!
Serena: Ho capito crediamo in cose diverse…
Pizarro: Ma lascia perdere il credere… credo credo. Noi stamo a lavorà, diciamo sempre le cose nostre… questo è lavoro.
Serena: Ma come lavoro. Ma allora perché questa ingerenza della Chiesa nella politica italiana?
Pizarro: Ma quali ingerenze… ma io ingerenza non sapevo manco che voleva di, pensavo a ingerire, a roba da magna… credevo che era na polemica sui sordi, sull’ici sull’8 per mille noi diciamo sempre le stesse cose, ta, ta ta, da secoli … siete voi che ci venite dietro… perché nun sapete manco più come ve chiamate, ma voi vi rendete conto di quello che diciamo? Ma hai sentito ar papa quarche domenica fa che ha detto? Ha detto che satana esiste. In zenzo metaforico? In zenzo simbolico de Er male che è in ognuno de noi? No, ha detto dice esiste proprio fisicamente na persona che se chiama satana, nze capisce se de nome o de cognome, e che sta in mezzo a noi, è proprio uno vero in carne e osse. Io gli ho pure detto a giosif: a giò, visto che ce sei, dì che sta sulla flaminia, hai visto mai saa prendono co quello che m’ha sgraffiato la macchina… poi se ne è scordato. Mica penserai che ce credemo davvero!
Serena: ma allora lei non crede
Pizarro: ma lascia perde, ma che stamo a scola? Noi famo il lavoro nostro, siete voi che ce venite dietro e più ce venite dietro e più ce tocca lavorà, mica me lamento eh? È un momento d’oro, ma devi sta pure attento a tutto quello che dici che tutti te danno retta, ma o sai che è mpeso questo? Ma o sai che è mpeso vero? Almeno quando c’era il latino la buttavamo un po’ in caciara, adesso tocca pure dì le cose precise!
Serena: ma scusi padre, voi comunque vi attenete alle parole del vangelo
Pizarro: a parola de chi? Ma che stai a scherzà? Ma te nun zai er lavoro che c’è dietro! Er lavoro dii secoli! O sai i vangeli veri quanti sono? Sedici! Dentro ce stanno le cose più assurde su quello che po’ avé detto e fatto gesù cristo da mettese le mani nei capelli!
Noi se semo capati i meglio, quelli che più ce potevano servì ma poi non sai quanto ci abbiamo lavorato sopra uuuuh (i secoli a mette e toglie) diceveno dee cose che no stavano ne in cielo ne in terra! . . .
Serena: cioè lei sta dicendo che i vangeli non sono i documenti originali ma sono stati manipolati?
Pizarro: ma che stai a scherzà? Ma te o sai la madonna de fatima qual’è l’urtima frase che ha detto alla pastorella, l’urtima frase quella vera? “Vamme a comprà le sigarette”… ma te pare che a lasciavamo? Ma ce dovreste ringrazzià!
Serena: ma si rende conto di quello che sta dichiarando pubblicamente….
Pizarro: A seré ma dechecosa? Ma guardamese neee palle dell’occhi:
Io te e dico fra me e te, dico stretta tra me e te… ma domani si te incontro pe strada nun te conosco e nun te saluto.
Serena: Ma guardi che stiamo in televisione!
Pizarro: Ee capirai, in televisione se po’ dì tutto e er contrario de tutto, domani famo la smentita e dopodomani moo scordato… capirai, co sta testa che ciò… er problema mio e de no scordammelo prima della smentita…
Serena: scusi Ma allora qual è la verità…
Pizarro: A Sere, stretta tra me e te, la verità???ma che te pensi che non li leggemo i giornali, ma che venimo dalla montagna del sapone? Che non lo sapemo l’universo come è fatto? La teoria attuale che poi è una rielaborazione della teoria delle stringhe, si chiama M theory e dice che ce stanno Undici dimensioni e infiniti universi paralleli
Serena: Ah, lei crede a questo?
Pizarro: No, questa è la realtà, no è che credo! Così stanno le cose, ce stanno le equazioni te le poi annà a vedé o sai che se viaggi in un certo modo attorno ad un buco nero supermassivo in rotazione poi viaggiare avanti e dietro nel tempo a piacere?
Serena: E quindi, scusi, infiniti universi paralleli? quindi lei è per la scienza..? dio c’é?o Non c’é? Non capisco. . .
Pizarro: Infiniti universi paralleli, a seré: Dio po esiste, non esiste, staccene quattro, due negri, du giapponesi, co a barba senza barba. . . nun conta più niente. È tutto superato, colla palla de vetro ce indovini deppiù. Per fortuna alla gente non gliene frega niente se no dovremmo pure di che non è vero. . . perché santo quarcheccosa ja parlato un angelo e ja detto che le quazioni so dee grandissime fregnacce. Artro che galileo, armeno quello era uno, lo facevi sta zitto, questi sò migliaia, so americani stanno a sti centri de scienziati sotto terra co sti acceleratori de particelle, vaje a di quarcosa te, vaglie a da foco uno a uno. Una vorta i Giordano Bruno pijavano subito. . .
Serena: Sono sconvolta lei praticamente mi sta dicendo che neanche lei crede. . .
Pizarro: Ancora con sto crede. E’ lavoro! Me interessa soltanto ogni tanto paa curiosità de capì come è fatto l’universo quello vero. . . anche perché noi poracci pe tutto il giorno stiamo in un mondo de fantasia… pure te ogni tanto dovrai staccà co sti comici mica te li porti pure a casa…
Serena: Sono allibita. . . pensavo ci fossero dei valori dietro..
Pizarro: (si volta di scatto) ma che sei matta? , me fai pià un corpo!
Serena: senta comunque a prescindere dalla dottrina su cui uno può anche avere dei dubbi, l’idea di Dio però è ancora molto forte, molte persone comunque credono in qualcosa perché dicono che tutto è troppo perfetto e non può essersi creato da solo, con l’evoluzione
Pizarro: brava, cioè te non riesci a crede che tutto se po’ esse creato da solo allora te inventi uno che non solo s’è creato da solo ma ha pure creato tutto il resto, ma allora te voi proprio complicà a vita. Niente stamo ar medioevo quà, stamo ar medioevo…
Serena: ma scusi ma allora qual è il senso della vita? Qual è il fine, lo scopo della vita?
Pizarro: a seré imparete sta filastrocca: er senso della vita è la vita, er fine della vita è la fine!
Serena: buonasera
Pizarro: buonasera… niente stamo ar medioevo proprio… c’ha ragione mio figlio

domenica 2 marzo 2008

Predicazione per l'eucaristia comunitaria - Pinerolo 2 marzo 2008

Il cieco nato. Il peccato di chi si crede completo, la grazia di chi aspetta di esserlo. (Gv 9).

di g.g.


Un racconto di inclusione.

Il centro dell’episodio non è il miracolo in sé, ma il dibattito che né scaturisce. Una disputa teologica – come è tipico del vangelo di Giovanni. Tutto si snoda e parte dai diversi interrogatori che i protagonisti subiscono. Questa è la storia di un cieco che viene alla luce e di uomini che presumono di vedere e per questo restano condannati alle tenebre.

Nel racconto leggiamo due movimenti: uno di inclusione e un altro di esclusione. Il primo è la storia di un uomo, non completamente creato, cieco dalla nascita. Escluso dalla piena partecipazione ad Israele e – proprio a causa di questo suo difetto – escluso dal culto secondo le norme di purità. Il difetto esclude, la vittima viene incolpata perché infetta tutta la società. La malattia del cieco è segno di peccato, di colpa – almeno così è percepita dalla società – e anche i discepoli si interrogano: «Chi ha peccato?». Chi è il responsabile della colpa che ha fatto si che quest’uomo nascesse cieco? Gesù riesce a trasformare nell’incontro con un uomo il segno del peccato in un’occasione di salvezza. Concretamente. A Gesù non interessa l’origine della sofferenza ma il significato che essa assume nel piano di Dio. Un piano, un disegno, a cui si collega il gesto di Gesù.

La terra (adamah) impastata con la saliva è il gesto della creazione, della continua creazione del mondo da parte di Dio, evento al quale tutti gli uomini e le donne devono cooperare prolungando questo gesto d’amore che impasta terra e vita, fango e saliva. I giovani riuniti a Medellin nel 1968, durante l’assemblea del Celam (Conferenza episcopato latinoamericana) non ebbero paura di affermare nella loro professione di fede di credere «in un Dio, creatore di un mondo non ancora finito, non di un mondo che è così e che così deve continuare – come se Dio avesse proposto un piano eterno di sviluppo – nel quale noi non possiamo partecipare». Dimostrarono di aver voglia di cambiamento, di voler cooperare alla creazione del mondo degli uomini e delle donne attraverso un processo di liberazione e di responsabilità.

Gesù aiuta quest’uomo a completarsi, a terminare la sua creazione. Il cieco viene mandato a purificarsi nella piscina di Siloe e riacquista la vista. Da questo momento torna ad essere membro della società, torna ad avere voce. A questo punto del racconto, infatti, egli acquista una soggettività, diventa protagonista, la gente lo degna di considerazione dandogli del “tu”. I farisei lo interrogano, anche se vorrebbero continuare ad escluderlo: «Tu sei suo discepolo, noi siamo discepoli di Mosè!». Ma il cieco risponde lucidamente e riporta i farisei a rapportarsi con lui in un “noi”: «Ora, noi sappiamo che Dio non ascolta i peccatori, ma se uno è timorato di Dio e fa la sua volontà, egli lo ascolta».

Il racconto dell’escusione.
Il cieco nato comincia come escluso. «Egli rappresenta un esercizio per la curiosità dei passanti che si domandano sulle cause morali delle sventure fisiche» (J. Alison, Fede oltre il risentimento, Ancona - Massa 2007, pag. 23). Il problema nasce dalla guarigione compiuta in un giorno di sabato. Eppure anche questo richiama inconfondibilmente il continuarsi della Creazione. Qui sta il problema dei farisei che si domandano la liceità di questa guarigione. Essi in un primo tempo cercano di negare il fatto, ma non ci riescono. A questo punto chiamano il cieco a testimoniare tentando di fargli dire, di costruire una versione dei fatti, che riconosca la fonte peccaminosa da cui proviene il miracolo. L’ex cieco risponde: «Se sia un peccatore, non lo so; una cosa so: prima ero cieco e ora ci vedo». (9,25). Una risposta straordinaria. «L’uomo dimostra una sana indifferenza verso la dimensione morale della questione» (J. Alison, op. cit., pag. 26). L’ex cieco si rifiuta di diventare complice dei farisei che vorrebbero da lui un giudizio negativo. I farisei vengono messi in crisi, nella loro unità e sicurezza, dalla lucidità del guarito e per questo lo cacciano.

Il sovvertimento.
Il racconto del cieco nato è il paradigma del rovesciamento del peccato dall’interno. Egli non fa nulla per meritarsi la guarigione, la riceve soltanto. Il problema – affinché Dio possa continuare nella creazione – non è il cieco nato ma coloro che pensano di essere completi, giusti, finiti. «E sono convinti che la creazione, almeno per quello che li riguarda, sia terminata. Per questa ragione pensano che la rettitudine consista nel mantenere l’ordine stabilito con i loro mezzi: la bontà è definita a partire dall’unità», dall’appartenenza al gruppo «a scapito e in contrapposizione al cattivo escluso. I giusti del gruppo, che pensano di poter vedere, diventano ciechi proprio sostenendo a oltranza quell’ordine che pensavano di dover difendere» (Alison, pag. 31-32). Il significato che Giovanni attribuisce al sabato è quello del simbolo della creazione ancora incompleta.

Franco Barbero ci ha ricordato come «non possiamo non constatare che una delle perfidie della nostra istituzione ecclesiastica, una delle più pesanti responsabilità lungo i secoli è stato questo occultamento della verità, questo tentativo di mantenere le persone nella cecità, questo strangolamento delle voci libere, questa repressione della libertà. Sono i custodi della Legge, i “sacerdoti”, i detentori della verità che hanno paura della luce. Quanti occhi vengono impediti e quante voci soffocate in nome di Dio».

Il rischio è anche il nostro.
Quello che il vangelo ci offre non è una legge, un criterio fisso, una teoria, ma una storia dinamica di incontro con l’altro, con il diverso, con l’escluso. La storia agisce in maniera sovversiva, e noi spesso nemmeno ce ne accorgiamo! Istintivamente, leggendo questo brano del vangelo di Giovanni, tendiamo ad identificarci con il cieco nato, con l’escluso. Eppure molte volte ci ritroviamo, invece, ad assumere i panni dei “buoni” della situazione – in questo caso i farisei. Identificandosi con la “bontà” che esclude, la giustizia del gruppo, non sempre riusciamo ad avvicinarci concretamente a chi non sembra essere giusto, buono, gentile, pulito… Il rischio è anche il nostro. Quello di stare dalla parte di chi crede di avere Dio in tasca, di possederlo. Di essere sempre dalla parte della ragione e mai del torto.

La dinamica del sovvertimento che l’evangelo ci insegna ci porta oltre tutto ciò. Ci spinge a voler cambiare queste divisioni, queste concezioni, queste categorie… che a lungo andare tendono ad escludere, a costruire un qualcosa che sia socialmente accettabile, ma che finisce per essere umanamente alienante e spiritualmente sterile.

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Bibliografia consultata:

- AA.VV., I vangeli, Cittadella, Assisi 1975.
- J. Alison
, Fede oltre il risentimento, Transeuropa, Ancona-Massa 2007.
-http://donfrancobarbero.blogspot.com/2008/02/quando-i-ciechi-vedono.html

sabato 9 febbraio 2008

Incontro ecumenico con Letizia Tomassone 8.2.2008

Dove sta andando l'ecumenismo?
Dialogo con Letizia Tomassone
di g.g.


Dove sta andando l'ecumenismo? Bella domanda! Non è facile rispondere e le prospettive non sembrano essere delle più rosee, certo bisogna dialogare per scoprirsi vicendevolmente e per non accontentarsi delle risposte «ufficiali».

Il dialogo, organizzato dal Gruppo comunità «nascente» di Torino, si è tenuto venerdì 8 febbraio e ha visto la partecipazione della pastora valdese Letizia Tomassone, vicepresidente della Federazione delle Chiese evangeliche italiane, della professoressa Anna Campora, e di don Franco Barbero.

Partendo dalla testimonianza della Terza Assemblea Ecumenica europea di Sibiu dello scorso settembre è stato possibile compiere un’analisi della situazione attuale riguardo al dialogo tra le chiese cristiane. La pastora Tomassone ha raccontato la sua esperienza a Sibiu, un’esperienza amara caratterizzata da una scarsa partecipazione democratica, totale indifferenza per le donne, assenza di volontà - da parte del patriarcato di Mosca e della Chiesa cattolica - di dialogare sui temi di riconoscimento reciproco tra le chiese.

L’ecumenismo inteso come riconoscimento reciproco della propria ecclesiologia è stato messo fortemente in discussione dalla Chiesa cattolica e da una parte della Chiesa ortodossa. Il Papa di Roma ha riaffermato recentemente che l’unica vera chiesa è quella cattolica, le altre sono solo comunità ecclesiali… Questi due settori conservatori, cattolico e ortodosso, stanno cercando di formulare una «santa alleanza» per l’affermazione, senza se e se ma, dei valori etici tradizionali e per la loro salvaguardia, cercando così di fare una forte pressione a livello politico affinché i diritti degli uomini e delle donne non siano allargati ma ristretti alla morale tradizionale della chiesa: NO ad aborto, eutanasia, divorzio, riconoscimento delle donne, matrimoni civili, unioni tra persone dello stesso sesso, ecc.

L’ecumenismo, per alcuni, sta dunque diventando una lega politico-diplomatica per fare pressione sui governi. Spezzare lo stesso pane, mangiare alla stessa mensa, pregare insieme, riconoscersi reciprocamente come discepoli e discepole di Gesù, studiare insieme la Bibbia, ecc, non interessa quasi più a nessuno. Si è totalmente persa di vista la fede e si cerca di incrementare, da parte di alcuni settori, la religione civile. I protestanti storici, di fronte a questo processo sono molto amareggiati e stanno cercando di costruire al loro interno un nuovo spazio di riflessione ecumenica sensibile ai problemi attuali e proiettato sul rispetto dei diritti degli uomini e delle donne in nome della fede nell’evangelo.

Le persone comuni, che hanno partecipato al dibattito in maniera molto attiva, sono le vere protagoniste dell'ecumenismo. Soltanto dalla base può venire quella spinta disinteressata al confronto che oltrepassi le barriere identitarie (che servono soltanto ai deboli o a chi deve mantere interessi e potentati) per riconoscersi tutti come uomini e donne in cammino verso il regno di Dio.


Pubblichiamo di seguito il testo della relazione introduttiva all'incontro a cura della prof.ssa Anna Campora.

Appunti a margine della Terza assemblea ecumenica europea di Sibiu.

di Anna Campora


Abbiamo sentito il bisogno di promuovere questa serata di riflessione quando abbiamo percepito che l’informazione sulla III Assemblea Ecumenica svoltasi a Sibiu, in Romania, dal 4 al 9 settembre 2007 era stata carente e molto circoscritta, inoltre perché riteniamo che l’interesse per l’ecumenismo tra i credenti delle Chiese cristiane quindi a livello di base, se si eccettua l’annuale appuntamento della settimana di preghiera per l’unità dei cristiani appena conclusasi, stia scemando al di là delle affermazioni di principi o resti assai marginale.

Come tutti i fenomeni che vanno affermandosi sarebbe utile chiedersi se sia la scarsa informazione la causa del disinteresse o viceversa sia il disinteresse diffuso e la scarsa credibilità che scoraggi l’informazione, tuttavia è possibile anche chiedersi se la riflessione su questo evento possa aiutare a capire dove stia andando il cristianesimo e quale cristianesimo abbia un futuro in un’Europa multireligiosa più o meno integrata, per noi e soprattutto per le nuove generazioni. Forse è superato il tempo della difesa ad oltranza dei propri confini, ma la sensazione, a parere di semplici cristiani come me, è quella di vivere oggi in un tempo di stallo, indifferenza nei confronti dei propri vicini, fratelli nella fede che pure si trattano con cortesia, se capita, ma che non si ritiene possano dirci qualche cosa di importante, anche perché diverso, per la nostra fede di appartenenza.

Ho pensato a due punti introduttivi:

1. L’individuazione di alcune «raccomandazioni» presenti nella Carta Oecumenica firmata a Strasburgo il 22 aprile del 2001 e sottotitolata «linee guida per la crescita della collaborazione tra le Chiese d’Europa», per valutare le distanze o i passi avanti tra i risultati di Sibiu presenti nel documento finale e gli impegni là enunciati.

2. I motivi della scelta della Romania e di Sibiu per questa III Assemblea.

1) La Carta è divisa in tre sezioni a loro volta suddivise in paragrafi (è raccomandabile la lettura completa della Carta come del Documento finale di Sibiu).

La scelta degli impegni da sottoporre all’attenzione non solo è molto parziale e limitata, ma anche soggettiva, vuole solo essere la proposta di una continuità, di un filo conduttore da tener presente, per non vanificare il cammino avviato con maggiore entusiasmo e forse più attese nelle precedenti assemblee di Graz e Basilea, fermo restando che i documenti ufficiali conclusivi possono sempre apparire generici in quanto costituiti da enunciazioni di principi solo indicativi per una prassi ecumenica reale che andrebbe invece inventata in un reciproco dialogo a partire anche da esigenze e problematiche diverse e specifiche a seconda dei contesti.

Mi limito a riportare alcune degli impegni come vengono enunciati nella Carta:

- «Ci impegniamo perché l’unità visibile delle Chiese cristiane si esprima nel reciproco riconoscimento del battesimo e nella condivisione dell’eucaristia oltre alle testimonianze e al servizio comune» più avanti su questo stesso problema: «ci impegniamo ad imparare a conoscere ed apprezzare le celebrazioni e le altre forme di vita spirituale delle altre chiese e a muoverci in direzione dell’obiettivo della condivisione eucaristica».

- «Ci impegniamo a superare l’autosufficienza e promuovere la collaborazione nel campo della ricerca teologica e della formazione in vista del superamento di eventuali conflitti tra le chiese».

- «Ci impegniamo a difendere i diritti delle minoranze e superare la contrapposizione tra Chiese maggioritarie e minoritarie nei vari paesi».

- «Ci impegniamo a resistere ad ogni tipo di strumentalizzazione della religione e delle chiese».

- «…a migliorare e rafforzare la condizione, la parità e i diritti delle donne in tutte le sfere della vita».

- «…a sostenere la collaborazione con gli ebrei».

- «…a intensificare l’incontro tra cristiani e musulmani e il dialogo cristiano islamico sulla fede nell’unico Dio e sui diritti umani e operare con i musulmani su temi di comune interesse».

- «Ci impegniamo a ricercare il dialogo su temi controversi (questioni di fede e di etica) e dibattere tali problemi alla luce del Vangelo».

E in conclusione:

- «Ci impegniamo a prendere sul serio le questioni critiche che ci vengono rivolte e a sforzarci di instaurare un confronto leale con uomini e donne che rifiutano la fede cristiana o si rapportano con indifferenza o seguono altre visioni del mondo».

Sarebbe auspicabile e utile che gruppi di cristiani di diversa appartenenza iniziassero a discutere a approfondire anche solo questi punti, o altri: potrebbe essere un modo per alimentare l’interesse per un discorso ecumenico o anche per cominciare a “conoscere” le diversità e maturare una fede meno pigra e scontata. Nelle nostre chiese non so europee, ma sicuramente in quelle italiane e in particolare in quelle cattoliche, sembra manchi l’attesa di qualcosa di nuovo, la capacità critica nei confronti delle proprie appartenenze religiose, e soprattutto a parer mio, manca un sano bisogno di capire, ascoltare e anche accalorarsi nelle discussioni e la divisione dei cristiani è un dato di fatto che non crea problema o comunque non riguarda nessuno

2) Perché è stata scelta la Romania e Sibiu in particolare? Non melo sarei chiesto se non avessi letto un articolo sulla rivista Confronti del mese di luglio che rispondeva a questa domanda e mi sembra interessante offrirne alcuni passaggi.

La Romania oltre ad essere entrata a far parte dell’Europa recentemente, è un crogiuolo di etnie (16 nazionalità) e religioni diverse dovuto alle sue radici sassoni e ungheresi con interferenze turche, ancor più la Transilvania di cui Sibiu è capitale e che fu annessa alla Romania solo nel 1918.

Ai fini della risposta alla nostra domanda è interessante notare che i cristiani appartengono a 5 diverse Chiese: ortodossi 86% e poi protestanti riformati, luterani tedeschi, cattolici latini e greco-cattolici o uniati (1698 un Sinodo ha sancito l’unione a Roma, pur mantenendo alcune particolarità e diversità dai cattolici-romani).

La convivenza è stata segnata da aspri dissidi dopo la caduta di Ceauscescu, in particolare tra ortodossi e uniati sulle proprietà e l’uso delle chiese che il regime dal 1948 aveva sottratto a questi ultimi e nei confronti della chiesa di Roma (papato).

Sibiu è la città che più rappresenta tale varietà e porta nei suoi tre nomi (Sibiu è il nome romeno ma esiste un nome tedesco e uno ungherese) la sua tormentata storia, come pure nella sua struttura architettonica, le sue molteplici appartenenze religiose. Al di là della vecchia conflittualità si sono aperti spiragli di riconciliazione. Nel marzo del 2007 una Via Crucis guidata dai giovani ha toccato tutte le chiese presenti in città: la chiesa delle orsoline, la cattedrale luterana, la chiesa riformata, la chiesa dei latini, quella dei neobattisti e la cattedrale ortodossa. Si tratta di segni che possono preludere una pacificazione o anche un futuro lavoro ecumenico significativo? Al momento della stesura dell’articolo era possibile giustificare una speranza della quale, solo alla luce dell’analisi di come si è svolta l’Assemblea e dei risultati ottenuti, sarà possibile verificare la fondatezza.


sabato 2 febbraio 2008

Commento al vangelo del 3 febbraio 2008

Il sogno di Dio: «Beati i poveri!»
di g.g.


Vedendo le folle, Gesù salì sulla montagna e, messosi a sedere, gli si avvicinarono i suoi discepoli.
Prendendo allora la parola, li ammaestrava dicendo:
«Beati i poveri in spirito,
perché di essi è il regno dei cieli.
Beati gli afflitti,
perché saranno consolati.
Beati i miti,
perché erediteranno la terra.
Beati quelli che hanno fame e sete della giustizia,
perché saranno saziati.
Beati i misericordiosi,

perché troveranno misericordia.
Beati i puri di cuore,
perché vedranno Dio.
Beati gli operatori di pace,
perché saranno chiamati figli di Dio.
Beati i perseguitati per causa della giustizia,
perché di essi è il regno dei cieli.
Beati voi quando vi insulteranno, vi perseguiteranno e, mentendo, diranno ogni sorta di male contro di voi per causa mia.
Rallegratevi ed esultate, perché grande è la vostra ricompensa nei cieli. Così infatti hanno perseguitato i profeti prima di voi.
(Matteo 5, 1-12)

Il manifesto del regno di Dio

Il testo delle beatitudini è senz’altro una delle pagine più belle e allo stesso tempo più complesse e più studiate del Secondo Testamento. Si tratta di una serie di “congratulazioni” che fanno parte di un genere letterario che più volte troviamo nella Bibbia (cfr. Salmi 1,1-2; 12,12).

Le beatitudini aprono il Discorso della Montagna del vangelo di Matteo (cap.5-7) e rappresentano in qualche modo il discorso programmatico, il manifesto del regno di Dio annunciato da Gesù. Egli proclama, infatti, apertamente che Dio si schiera dalla parte degli ultimi. «Perché è un Dio difensore di quelli che difesa non hanno in questo mondo».[1] Per il nazareno il regno è l’ingresso di Dio nella storia per creare giustizia e pace, per quelli che giustizia non riescono ad ottenere, ed in questo senso la sua predicazione si inserisce nella lunga tradizione del profetismo israelitico come riportato in Isaia: «Lo spirito del Signore Dio è su di me perché il Signore mi ha consacrato con l'unzione; mi ha mandato a portare il lieto annunzio ai miseri, a fasciare le piaghe dei cuori spezzati, a proclamare la libertà degli schiavi, la scarcerazione dei prigionieri, a promulgare l'anno di misericordia del Signore, un giorno di vendetta per il nostro Dio, per consolare tutti gli afflitti, per allietare gli afflitti di Sion, per dare loro una corona invece della cenere, olio di letizia invece dell'abito da lutto, canto di lode invece di un cuore mesto» (Is 61,1-3).

Il discorso delle beatitudini è paradossale, inquieta, muove meccanismi di non facile comprensione. «Gesù si congratula con i poveri, gli oppressi, gli indifesi, gli emarginati e proclama loro il lieto annunzio della venuta imminente del regno, cioè che Dio sta per intervenire nella storia a rendere giustizia. È paradossale perché di fatto essi vivono in condizioni di ingiusto disagio. Eppure egli si felicita con loro. Perché? Non per una mistica esaltazione della povertà e della miseria, ma per il fatto che Dio sta entrando in azione per toglierli dalla loro condizione disumana».[2] È questo intervento del mistero nella storia che sconcerta, che appare ridicolo all’uomo di potere. Potrebbero sembrare le parole di un folle, eppure riescono a toccare le realtà più intime del cuore dell’uomo e, nello stesso tempo, la dimensione politica, sociale, l’impegno e la presenza degli uomini e delle donne nella storia.

Le beatitudini possono apparire contraddittorie. Come si può, infatti, affermare la felicità del povero, dell’afflitto, di chi ha fame di giustizia o di chi è perseguitato? Una condizione di oppressione che viene però contrapposta ad una promessa di liberazione: di essi è il regno dei cieli. Ma anche una serie di condizioni di svantaggio esistenziale come l’essere miti, misericordiosi, puri di cuore, costruttori di pace, ecc, di fronte ad un mondo dove a vincere è la legge del più forte, dell’opportunità, della furbizia, dell’arrivismo, un mondo dove molti faticano a trovare le forze necessarie per guardare oltre, per andare avanti.

Ma nell’ottica del regno di Dio ad avere la meglio è chi costruisce rapporti sociali sulla base della nonviolenza; chi ha cuore puro; chi con la schiena curva, perché carica di un pesante fardello, si presenta davanti alla Sorgente della vita.


Beati i poveri

Nella Bibbia i poveri, gli umili, sono chiamati in ebraico anawim, sono i «poveri di Jhwh», quelli che Dio libera. Gesù nel suo discorso della montagna avrebbe usato quindi il concetto relativo alla parola ebraica anawim. In greco, la lingua in cui sono stati redatti definitivamente i vangeli, non esiste un termine corrispondente a «poveri di Jhwh» per cui in Matteo la parola anawim fu resa con «poveri in spirito» mentre nel parallelo del vangelo di Luca viene usato semplicemente il termine «poveri» («Beati i poveri…», Lc 6,20ss).

Per una corretta interpretazione delle beatitudini non possiamo non tener conto del contesto in cui questa parola fu pronunciata e soprattutto del retroterra culturale, teologico e storico del popolo di Israele. Gli anawim, i poveri di Jhwh, sono i diretti destinatari dell’annuncio evangelico. (Cfr. Is 61, 1-3).

La prima beatitudine: «Beati i poveri in spirito, perché di essi è il regno dei cieli» (Mt 5,3), quindi, è la beatitudine che in qualche modo riassume tutte le altre, che ne sono una diretta emanazione: gli afflitti, i miti, coloro che hanno fame e sete della giustizia, i misericordiosi, i puri di cuore, i costruttori di pace, i perseguitati per causa della giustizia... Tutti coloro ai quali si rivolge Gesù e per i quali è destinato il regno di Dio.

Tuttavia questi «poveri in spirito» possono farci pensare all’atteggiamento di chi è totalmente disponibile alla volontà del Signore. Rimandano in qualche modo al dinamismo dello spirito, che è soffio e forza vitale. «In questo contesto acquisisce senso scegliere uno stile di vita povero. La povertà materiale in quanto tale, cioè come mancanza dei beni necessari per vivere con dignità, non è amata da Dio».[3]

Il rischio, come più volte dimostrato nella storia della Chiesa, è quello di spiritualizzare i poveri, di renderli delle creature celesti prive di bisogni materiali. Oppure di effettuare il processo inverso. Rappresentare chi non è povero come povero in spirito, cioè come un individuo proiettato verso altri mondi spirituali e totalmente disincarnato dalla storia (ma sempre con lo stomaco pieno). Un’altra identificazione perversa che è stata fatta nella storia della Chiesa, e ancora oggi viene presentata in alcuni ambienti, è: regno di Dio = Chiesa. Come disse uno dei padri del modernismo Alfred Loisy: «Gesù predicò il Regno e venne la Chiesa».

È per evitare questi rischi che bisogna affermare, con coraggio e chiaramente, che il regno di Dio è per i poveri «per il semplice fatto di essere poveri in quanto tali, qualunque sia la situazione morale o personale in cui si trovino, Dio li difende e li ama, e sono i primi destinatari della missione di Gesù».[4] Dio è “partigiano”, non può non esserlo, e la sua giustizia interessa questo mondo, questi poveri, questi emarginati... La sua giustizia interessa la storia, la nostra realtà quotidiana, e ne segna una svolta decisiva.[5]

Noi e i nostri poveri

Certamente i poveri sono cambiati rispetto al tempo di Gesù. Ma non sembrano cambiate le condizioni che generano la povertà. Gesù nelle sue beatitudini si rivolge ai poveri sociali, marginali, che proprio perché persone di modesta condizione, sono alla mercé dei potenti e dei violenti… Egli afferma con un elenco di temi, il cui svolgimento andrà cercato poi lungo tutto l’evangelo, la felicità di chi – secondo i nostri standard – felicità non può avere:

Felici i poveri,
perché a loro favore è il potere regale di Dio.

Felici gli affamati
perché da Dio saranno saziati.

Felici quelli che sono afflitti,
perché da Dio saranno consolati.

Forse si tratta di affermazioni che ci mettono in una condizione che è anche esistenziale e che ci coinvolge nell’inquietudine, nella sofferenza, nella fede. Si manifesta un’afflizione perché il regno – dentro ciascuno di noi e nel mondo – non è come dovrebbe essere.

Facciamo fatica a vedere questo sogno di Dio nella nostra realtà. E, di fronte alle grandi tragedie, alle ingiustizie, alla povertà della maggioranza delle persone che vivono su questa nostra Terra, di fronte allo scempio ecologico, ai diritti non riconosciuti, alle violenze contro le donne, non potendo farne a meno continuiamo a domandarci: Dov’era Dio…?Dov’è Dio…?



[1] G. Barbaglio in I vangeli, Cittadella, Assisi 1975, pag. 155.

[2] Ivi.

[3] G. Gutierrez, Condividere la Parola, Queriniana, Brescia 1996, pag.174.

[4] Puebla n. 1142, cit. in J. Sobrino, Gesù Cristo liberatore. Lettura storico-teologica di Gesù di Nazareth, Cittadella, Assisi 1995, pag. 143.

[5] Cfr. G. Barbaglio, Gesù ebreo di Galilea. Indagine storica, EDB, Bologna 2002, pag. 289.

sabato 26 gennaio 2008

Appunti a margine di un incontro con Giovanni Franzoni

Un uomo, una storia,
una chiesa altra.

di g.g.

Chi è Giovanni Franzoni? E' difficile dirlo, non si può fare di certo in poche parole. Incontrarlo fa un certo effetto: stare faccia a faccia con un padre del Concilio Vaticano II, con una delle personalità più importanti e significative del cosiddetto dissenso cattolico, una delle figure di rilievo del movimento delle comunità di base.

Appena si scorge la sua figura, incombente, quasi possente, ma al momento stesso semplice ed essenziale si ha l'impressione di essere di fronte ad un uomo di grande autorevolezza che porta su di se l'odore della storia. Inizialmente potrebbe mettere soggezione - così al primo sguardo - subito dopo averlo sentito, dopo aver visto le sue labbra e il suo sguardo aprirsi, dopo aver notato quel suo sorriso ammiccante e quasi ingenuo; con quella sua aria dimessa che prefigura un senso di autentica semplicità, tipica degli individui che hanno avuto la forza della libertà, ti mette subito a tuo agio, e nonostante la grande differenza di età, hai l'impressione di parlare con un amico che conosci da sempre.

Franzoni ha presentato a Torino, lo scorso 25 gennaio, il volume che raccoglie alcuni suoi scritti sui beni comuni tra cui la celebre lettera pastorale "La terra è di Dio" del 1973. E' sostanzialmente un uomo che guarda al futuro, le sue riflessioni sui beni comuni lo portano ad interrogarsi sull'utilizzo dello spazio e della luna, ma al tempo stesso è fedelmente ancorato alla realtà, alla storia, alle vita concreta. Caratteristiche tipiche degli spiriti profetici.

Sentendo raccontare la sua storia, le lotte con gli operai, il sostegno al cambiamento, le sue dimissioni obbligate da abate di San Paolo fuori le Mura a causa delle sue posizioni a favore degli ultimi, la sua sospensione a divinis dopo la presa di posizione sul referendum sul divorzio, si di ripercorre la storia della Chiesa degli ultimi 40 anni. Quello che colpisce è che per Giovanni si tratta di cose normali, di poco conto per il presente perché un anelito, una profonda e santa inquietudine lo spingono a pensare al presente e all'eredità che questa generazione lascerà alla propria prole.

L'ex abate di San Paolo è semplice, umile davvero, non pecca senz'altro di pretenziosità e di saccenteria. Nei suoi occhi si scorge un barlume di complicità e di vicinanza umana che lo fa sembrare molto più giovane, come un ragazzo che si sta affacciando a vivere la vita.

Il suo impegno a favore di una chiesa altra, un impegno normale, non eroico, fatto di scelte concrete e coerenti lo porta ad interrogarsi sul futuro di questo nostro mondo, di questa nostra "Terra di Dio". Gli preme ricordare che la "Terra è di Dio" e "anche il cielo è di Dio". Il suo lavoro si spinge nella ricerca di un'elaborazione laica, di un concetto giuridico, che affermi l'intangibilità dei beni comuni, delle risorse del Pianeta a favore dei poveri e di coloro che non hanno mai potuto godere dell'eredità comune e universale di Dio.










- Giovanni FRANZONI, I beni comuni, EDUP, Roma 2006, 320 pagine, 20 euro.


Intervista a Giovanni Franzoni (da Tempi di Fraternità - 2006)

D) Quando tu contavi in seno alla struttura gerarchica della Chiesa, il tuo atteggiamento e i tuoi scritti hanno avuto grande risonanza ecclesiale e sociale, hanno portato una ventata di rinnovamento, hanno destato attesa e speranza in molte coscienze. Che cosa resta, secondo te, nel Franzoni che sei ora, di profetico? Avverti un certo fallimento o ti senti più autentico? E non ti sembra di aver pagato caro la tua autenticità?

R) Credo che non possiamo misurare i risultati calcolando i tempi, non possiamo sapere se avremo una eco. Posso dire che a oggi sono stato sconfitto, come la nostra generazione, che, dal dopoguerra agli anni 70, ha enunciato una serie di valori, convintissima che fossero vincenti e validi per le generazioni future, pur se in contrasto con le regole e le posizioni conservatrici. Invece, in questi ultimi anni, ho dovuto constatare che stiamo cadendo nella tenebra, soprattutto guardando a quello che è successo poi in Asia, in Bosnia e, in questi giorni, in Israele. La nuova generazione non ha recepito questi messaggi: noi seguitiamo a vantare M.L.King, Balducci, l'"uomo planetario", e seguiteremo a crederci, ma ho la netta sensazione che la generazione futura non li accoglierà. Per esempio oggi, dopo l'omicidio di Rabin, la maggioranza del popolo israeliano ha avuto per un attimo un risveglio di coscienza. Ma poco più di un mese fa era stata fatta un'inchiesta nelle scuole israeliane e il 70% degli studenti israeliani considerava Rabin un traditore. Da questa area così vasta, da questa base (inutile che seguitiamo a gloriarci di essere Comunità di Base!) vengono spesso risposte di questo genere, perché tende all'identità, alla sicurezza per sé e per la propria famiglia; non apprezza, non stima chi si adopera per un cambiamento aperto alla solidarietà, verso "gli altri". Guardate i gruppi di pacifisti, di manifestanti: sono perlopiù persone di mezza età. Non che manchino i giovani, ma credo che non siamo riusciti a trasmettere il convincimento che l'intelligenza politica e la forza della non-violenza possano vincere la brutalità. In questo senso è giusto essere frastornati, ma non vedo alternative se non nella direzione del confronto.

D) I tuoi ultimi scritti ci fanno ritrovare un Franzoni-uomo-cristiano senz'altro vicino alla gente qualunque, molto più di quanto non lo sarebbe stato il Franzoni-abate, quasi vescovo. Ci piacerebbe che fossero in molti a cogliere il tuo messaggio di laicità profondamente religiosa nella sua essenzialità e semplicità. Ti chiedi come sia possibile diffonderlo ancora, pur restando ai margini della Chiesa? O credi che esso sia più efficace (anche se non per i credenti tradizionali), proprio perché "marginale"?

R) La domando è corretta ma si sottrae ad una realtà importante: quella dei mass-media. Come si fa a parlare di maggiore o minore presa sulle "masse", se noi non passiamo attraverso i mass-media? Si possono esprimere anche delle idee importanti, avanzate, delicate... anche con la preoccupazione di mediare, ma hanno poca risonanza quando i mass-media passano altri messaggi. Per esempio: scrivo sul diavolo (argomento di cui mi interesso) e poi vediamo trasmissioni come "Mixer" o "Misteri" in cui la mia posizione non è rappresentata. I mass-media possono quindi presentare posizioni conservatrici e altre più libere, ma mancherà loro sempre la posizione che sconvolgerebbe i termini del problema. Parlando del diavolo, i mass-media pongono la domanda "Esiste o no?". Io supero questo problema, perché ritengo che, esista o no, all'interno dell'immaginario cristiano non è possibile pensare che Dio condanni un suo figlio ad essere dannato per l'eternità. Ciò è in contraddizione con la sua bontà. Ma su questa posizione nessuno si misura, c'è quasi un rifiuto preventivo anche solo di presentare questa posizione.

D) Come parleresti oggi della povertà di cui hai trattato ne "La terra è di Dio"?

R) Ho scritto "La terra è di Dio" nell'imminenza dell'Anno Santo 1975, precisamente nel 1973. Ora, dopo un momento di crisi, sto riflettendo sull'opportunità di scrivere un'altra lettera, questa volta personale. Dal confronto con amici della comunità è emerso che varrebbe la pena che io scrivessi nuovamente, in occasione del prossimo Anno Santo. Parlerò di nuovo dell'"anno sabbatico". Come allora mi riferii all'anno descritto nel libro del Levitico (l'anno in cui la terra deve riposare e le terre espropriate devono essere restituite a chi le ha perse) come metafora dei problemi del 1975, così ora parlerò di problemi attuali. La lettera uscirà in occasione del settecentenario della morte di papa Celestino V, colui che "fece per viltade il gran rifiuto". Questa lettera riguarderà il riposo della terra: il tema di fondo sarà quello ecologico, il nostro tipo di sviluppo scientifico e tecnologico, che incalza, creando gravi problemi all'equilibrio del pianeta, quali lo spreco di risorse, l'inquinamento,... Il titolo probabilmente sarà: "Il riposo della terra".

D) Qual è il tuo rapporto con la Comunità di Base di Roma? Ad osservare dall'esterno pare che la tua posizione non sia quella di un vero e proprio leader, come avviene presso le comunità dell'Isolotto e di Pinerolo. Forse dai esempio di spirito democratico e comunitario (orizzontale). Ma non potresti salvare tale spirito e dare allo stesso tempo impulso vitale alle Comunità di Base, che tendono ad essere un prolungamento di ciò che erano nel '68, senza riuscire ad esprimere una vera novità nella o accanto alla Chiesa?

R) Questa domanda è pungente e provocatoria. Non voglio mettermi a confronto con altre persone. Oggi, per fortuna, io posso essere con voi mentre, a Roma, la Comunità di Base vive un momento importante. É infatti il centenario della comunità metodista di via XX Settembre e oggi celebriamo il culto con loro. Voi direte: "Mancava Franzoni!". Benissimo: sono profondamente lieto del fatto che non manca proprio nessuno, perché alcuni componenti della Comunità hanno steso un documento, ci siamo consultati per telefono ed è stato affidato ad un membro della Comunità il compito di leggerlo. Sono davvero lieto che la mia assenza sia irrilevante, non credo che sia importante la mia presenza autorevole nelle CdB. Anzi, vorrei stimolare tutte le comunità a fare come la nostra: la presenza di persone con una certa preparazione e storia è utile, ma non indispensabile. Mi spiace che alcune realtà appena manca il sacerdote o il leader si sciolgano. Mi sembra di capire che a questo punto sia necessario un servizio di animazione da parte di tutte le comunità. Ma il problema mi sembra un altro: è la mancanza di ascolto da parte della realtà ecclesiale e sociale italiana.

D) L'uomo-Franzoni ultimamente si è sposato. Un fatto che pare tu faccia passare in sordina, che almeno non fai risaltare come significativo per una nuova testimonianza di coppia. O ti pare che nulla di sostanziale sia cambiato nella tua vita dal punto di vista "profetico"? Sei, forse, rimasto con la mentalità del prete-monaco?

R) Ho conosciuto Yukiko (trascriviamo il nome così come è stato pronunciato, N.d.R.) durante un viaggio in Nicaragua. Lei, giapponese, non è credente, pur avendo un fondo culturale buddista, soprattutto sul piano etico (rispetto per le persone, gli animali, le piante,...). Dato che lei non è credente, non aveva senso che io pubblicizzassi la cosa. Ci siamo sposati per dare un minimo di formalità al nostro rapporto, soprattutto dal punto di vista legale, ma avremmo potuto anche semplicemente vivere insieme. Ci siamo sposati presso l'ambasciata italiana a Tokyo: non abbiamo voluto né potuto fare un "rito" in comunità... Io lo avrei anche fatto, ma lei si sarebbe sentita trascinata. Lei apprezza la comunità come modo di stare insieme (ha alle spalle esperienze simili, nell'ambito dell'insegnamento ai sordomuti), ma il nostro insistere sul tema Dio, preghiera, fede le è estraneo.

La mia percezione dei problemi umani ed etici è profondamente cambiata dopo il matrimonio. Nel monastero la convivenza e l'attrito che ne deriva sono poco avvertiti. Ciascuno ha la sua camera, gli unici contatti sono nell'eventuale lavoro in comune e nella ricreazione. Vivere con una persona, invece, porta a "pestarsi i piedi": utilizzare gli stessi locali, gli stessi strumenti in un appartamento di 45 mq è difficile. Per me tutto questo ha significato "prendere terra", scoprire come involontariamente si possa essere violenti, e si percepisca da uno sguardo, da un movimento della bocca che abbiamo ferito l'altro. Da allora sono diventato molto prudente nel dare consigli agli altri, dopo aver avuto tante certezze, dopo aver predicato... Ecco, oggi, non più per i motivi di libertà o giuridici delle CdB di 20 anni fa, ma per motivi concreti, consiglierei ai sacerdoti di non parlare di coppia, di amore, di rapporto uomo-donna, oppure, se vogliono parlarne, lo facciano per conoscenza più o meno diretta.

D) Puoi spiegarci meglio la tua posizione sul tema del male e del maligno?

R) Non nego l'esistenza del maligno come entità vivente che compie il male, ma rifiuto la concezione del diavolo legato alla dannazione eterna. Il libro "Il diavolo mio fratello" ha avuto nella sua traduzione tedesca un sottotitolo giustissimo: "L'abbandono del concetto di dannazione".

Alcuni sostengono che Lucifero, angelo prediletto di Dio, per un qualche motivo (per alcuni perché posto di fronte al fratello Gesù Cristo e alla sua incarnazione) si sia ribellato alla volontà di Dio Padre e per questo sia stato condannato per l'eternità. Altri affermano che ora avrebbe conquistato il dominio sugli uomini. Tutto questo è estremamente negativo, soprattutto perché dilaga la tendenza ad assoggettarsi a pratiche esorcistiche, specialmente in America Latina, e questo è pericoloso.

Non posso dire "Non esiste un essere perverso": questa frase non ha senso dal punto di vista epistemologico, perché gli attribuirei comunque una soggettività che io esito ad asserire, sarebbe come se dicessi "Esiste". Preferisco dire che tutto il linguaggio usato per parlare del diavolo è riconducibile, in una visione monistica, piuttosto al sogno origeniano che noi partecipiamo: non c'è nessuna creatura condannata ad essere se stessa per l'eternità, la morte non è la fine di tutto. Quindi, di fronte al mito dell'immortalità dell'anima, secondo cui una persona, al momento della morte, viene "congelata" nel suo stato di opposizione o di armonia con Dio e quindi raggiunge la dannazione o la salvezza, pongo il mito della reincarnazione (non credo neanche in questo però) che mi sembra più dolce e accettabile. Preferisco una sorta di sospensione del giudizio. Per noi, al di là di questa vita, chi ha compiuto il male è perduto. Ma non possiamo sapere che cosa ne sarà per Dio. Su questo sono d'accordo Buddismo, Islam e Chiese Protestanti. Solo noi cattolici ed alcune sette protestanti siamo rimasti al concetto di dannazione irreversibile ed eterna. Non condivido neppure la teoria di Urs von Balthasar, secondo cui, se Dio è misericordioso, l'inferno esiste, ma è vuoto. Mi è parsa una soluzione barocca, un concetto inutile e perverso, che serve solo a salvare il principio che l'inferno esiste. Preferisco la posizione islamica secondo cui l'eternità è un cavaliere che passa e sfiora con il mantello una montagna di granito robusto. Passa una volta ogni secolo e quando la montagna sarà stata totalmente erosa dal lembo del mantello, allora comincerà l'eternità. Se chiediamo a un musulmano "Allah può perdonare?", egli risponderà "Allah è grande"; noi invece nel nostro immaginario siamo più superbi.

D) Molti di noi credono nell'immortalità dell'anima e in una vita eterna che appaghi la nostra sete di felicità, di giustizia, di bellezza. Sapere che la vita non finisce con la croce, ma che c'è una resurrezione per ciascuno di noi, come persone singole da loro molta gioia. Cosa ne pensi?

R) Non userei la parola "eterno" applicandola alla creatura. Credo che si possa usare la parola "immarcescibile". La creatura non è eterna in quanto non scavalca la temporalità, ha avuto un inizio e per questo possiamo paragonarla a una semiretta. Una creatura eterna mi sembra competitiva con Dio. L'altro pericolo è pensare che tutto sia frutto della casualità. La vita è nata da un incidente e finirà per un incidente. Questa ipotesi del nulla di significato mi spaventa più che il non sapere se io personalmente sopravviverò nella mia identità o se mi immergerò nel grande respiro dell'Universo (anche se preferirei sopravvivere con la mia identità).

In tutte queste incertezze, di una cosa sono però certo: non credo a s.Tommaso quando dice che i beati si beeranno ulteriormente vedendo le sofferenze dei dannati.

D) Pensi che una grandissima parte del "male di vivere", della sofferenza umana, è dovuta all'essere umano?

R) Credo che sia dovuta alla vita. Credo abbastanza all'evoluzionismo, nel senso che anche il male è servito allo sviluppo, alla crescita. La società odierna, con tutte le sue convinzioni e valori è nata, per evoluzione, da società in cui questi diritti erano negati. La tendenza predatoria dell'essere umano porta alla sopraffazione per soddisfare i propri bisogni, per cui il mio bene è impadronirmi della mia sicurezza e il mio male è perderla. Ma c'è un'altra tendenza, che chiamo "anomalia del divino", che ci porta a guardarci intorno e a scoprire che il nostro bene si può anche condividere. Ma questa scoperta fa parte anch'essa dell'evoluzione. Pensiamo ai malformati: per centinaia di migliaia di anni i bambini malformati sono stati buttati via. Poi, una notte, una donna ha avuto un bambino malformato e ha detto al suo uomo "Perché buttarlo?". Ecco, da quel giorno la legge della selezione naturale è stata smentita. Forse loro due sono stati uccisi dalla tribù, ma qualcuno ha insistito. Se oggi siamo arrivati a chiudere i manicomi, con tutti i problemi che ne sono derivati, se siamo arrivati ad integrare gli handicappati nella società, ad enunciare i diritti del fanciullo, se stiamo addirittura "delirando", enunciando la parità di condizione della donna ed il valore della differenza sessuale, deve esserci qualche anomalia nella legge della selezione naturale. Non siamo nel prato, non siamo nella foresta...

giovedì 17 gennaio 2008

Tutto sbagliato, tutto da rifare

di Daniele Garrone
decano della Facoltà valdese di teologia di Roma

Di fronte a quello che sta succedendo a seguito dell’invito rivolto al Papa a presiedere l’apertura dell’anno accademico all’Università La Sapienza di Roma, mi viene in mente solo il vecchio adagio di Gino Bartali: "Tutto sbagliato, tutto da rifare". Purtroppo, nulla si può rifare e si rimane attoniti spettatori dell’ennesimo colpo inferto, da ogni parte, alla asfittica laicità del nostro paese.

Le critiche all’iniziativa del rettore vengono - da destra e sinistra, da cattolici militanti e da chierichetti atei - stigmatizzate come violazione della libertà di parola. Tutti - compresi gli ex fascisti e gli ex-comunisti, dunque gli eredi delle culture non liberali - diventano profeti di liberalismo.

Ritenere non opportuno un invito a tenere un discorso è cosa diversa dall’impedire a qualcuno di esprimere le proprie opinioni.

Il Papa non è un semplice accademico che sostiene tesi controverse o formula ipotesi non condivise da pochi o da molti. Il Papa parla di valori non negoziabili, non formula ipotesi; pretende di esplicitare la verità; si pronuncia non come esponente di una delle varie religioni e confessioni presenti sulla agorà, ma come esperto di umanità in grado di indicare i fondamenti dello stato e i criteri di una corretta laicità. Il Papa pretende di sapere per tutti noi come si debbano rettamente coniugare fede e ragione. Se vogliamo, il Papa è anche l’ultimo sovrano assoluto per diritto divino. Benedetto XVI bolla la ricerca del pensiero scientifico e filosofico della modernità "post-cristiana" come dittatura del relativismo. Cioè pronuncia una drastica censura nei confronti di quello che è lo spirito della ricerca libera e senza presupposti che spero presieda all’insegnamento nelle nostre università. Benedetto XVI persegue, con grande intelligenza, una strategia di rimonta nei confronti della società laica e pluralista.

Tutto questo andava ricordato nel momento in cui lo si invitava. Si doveva sapere che il Papa non viene a discutere o a confrontarsi, ma viene per essere ascoltato con reverenza ed eventualmente accolto con una genuflessione. Si doveva sapere che era legittimo dissentire dall’invito, non perché si è oscurantisti ma perché non si può né si vuole riconoscere la pretesa che egli statutariamente e quindi inevitabilmente porta con sé. Per queste ragioni io non l’avrei invitato a presiedere l’apertura dell’anno accademico. Lo inviterei però, domani stesso, a partecipare come uno dei relatori ad un dies academicus: si darebbe un bellissimo esempio di cosa può essere una università libera e laica e veramente plurale. Perché - sebbene gli italiani, in primis gli atei devoti, di destra come di sinistra, non lo sappiano - qualunque "capo religioso", persino il Papa, nella democrazia discorsiva è "uno dei relatori". Nulla di meno - e va detto con forza e io lo faccio con assoluta convinzione - ma neanche nulla di più.

Una volta che l’invito - inopportuno a mio avviso - era stato rivolto, il Papa doveva parlare. Il dissenso era legittimo; se il dissenso poneva problemi di ordine pubblico - in una università il dissenso si esprime con il dibattito delle idee e con un po’ di humour - essi dovevano essere risolti come ogni altro problema di ordine pubblico. Nessuno, tuttavia, può essere posto al riparo dal dissenso che si manifesta nelle forme legittime. Tra l’altro, giova ricordare che Gesù si espose sulla pubblica piazza, senza aver prima negoziato con l’autorità le condizioni consone alla sua visita. Anzi parlò senza essere invitato. Ci pensino quelli che nel Papa ravvisano il Vicario e che oggi vedono in lui la vittima di un sopruso.

Chi pensava che Benedetto XVI fosse meno capace di "comunicare" del suo predecessore, ha oggi una bella smentita. Non andando alla Sapienza, il Papa diventa una vittima dell’intolleranza laica, la nuova inquisizione lo sta portando al rogo. Bisogna vegliare per lui. Me lo si lasci dire, visto che i miei antenati di inquisizione ne sapevano qualcosa: quando c’è l’inquisizione non si tratta di qualche sberleffo o magari di qualche insulto in mezzo ad un folla compunta e persino adorante.

Per giorni non si parlerà d’altro. E anche senza questo incidente, ogni giorno, dalla mattina alla sera, le televisioni italiane (l’Europa e il mondo sono un’altra cosa) parlano del Papa e dei suoi moniti e dei suoi rimbrotti e dei suoi non possumus che vogliono dire "non dovete". Ora tutti faranno a gara per riparare, per scusarsi, per far vedere che - per quanto atei - si sa dare alla chiesa e al papa il dovuto riconoscimento. Per fortuna le occasioni non mancheranno: c’è una legge sulla libertà religiosa da lasciar sepolta; la 194 da rivedere; il riconoscimento delle unioni civili da non prendere neppure in considerazione; la vita da tutelare. Forse si potrebbe anche porre qualche limite alla diffusione dei contraccettivi. E poi siamo italiani, la fantasia non ci manca, sapremo come farci perdonare. D’altronde, se non abbiamo avuto Lutero, Kant e Jefferson non è colpa nostra.

( da Notizie evangeliche n.3 del 16 gennaio 2008)

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